domenica 26 dicembre 2010

Short stories: "'Tempi moderni' non è solo l'ultimo disco di Bob Dylan

… dove si colloca il confine che separa il macromondo che conosciamo dal micromondo delle particelle atomiche e subatomiche? domanda chiave per raccogliere o meno il concetto di teletrasporto, “entanglement”, forse, che per ora riguarderebbe solo i fotoni, particelle, ma anche noi non siamo fatti di particelle? e allora ritorniamo al tempo - ciao anton zeilinger - probabilmente e paradossalmente irreale, irreale? anche einstein, in fondo, c’ha sempre fatto a pugni, con la sua relatività, l’energia, l’equivalente della velocità della luce moltiplicata per la massa di un corpo… parla chiaro, tutto è relativo. poi leggiamo l’ultimo numero di scientific american e sbigottiamo. ‘per noi il passato è diverso dal futuro, ma in altri universi potrebbe scorrere al contrario’. chi spara così in alto, non è certo un pivello, ma è il signor sean m. carrol, senior research associate del california institute of technology. ne racconta e ne racconta delle belle. primo problema ‘l’asimmetria del tempo’. le leggi della fisica non distinguono il prima e il dopo, eppure l’universo delle origini non c’entra nulla con quello odierno. il primo ordinato, il secondo sempre + incasinato. parallelismo: non si può trasformare una frittata in un uovo/questa è in pratica l’asimmetria del tempo, geniale. dunque, ironizza, ma non troppo, carrol, ogni volta che sfracelliamo un uovo in realtà compiano dei test cosmologici. è un enigma che suggerisce l’esistenza, ancora una volta, di molti altri universi… si può anche rapportare l’asimmetria temporale al secondo principio delle termodinamica. come? considerando che l’entropia misura il disordine di un sistema… per esempio l’universo attuale ha un’entropia molto + elevata di quello primordiale, in ordine. esempio off-limits: latte + caffé, dove è maggiore l’entropia? nella miscela, logicamente, dove prevale il caos. quindi: l’entropia tende a crescere nel tempo e gli stati ad alta entropia (l’uovo spaccato, il caffelatte raffreddato) sono molti di + di quelli a bassa entropia. ma perché all’inizio dell’universo l’entropia era bassa? riflettendo sul fatto che un buco nero con una massa pari a un milione di volte quella del sole, ha cento volte l’entropia di tutte le particelle ordinarie nell’universo osservabile? è vero, non ci si raccapezza +, ma è questo il bello… dunque proseguiamo, con una strategia per spiegare perché il futuro ‘sembra’ così diverso dal passato//perché, in realtà, incredibilmente, non lo è affatto. forse perché anche il passato passato è un sistema ad alta entropia… carrol, quindi, propone una soluzione provocatoria: vediamo solo una minima parte del tutto, un tutto dove il tempo è perfettamente simmetrico e quindi… come dire… inesistente. qualcosa di già sentito, in fin dei conti//il maestro zen dogen zeniji, per esempio, è fieramente convinto del fatto che “il tempo non trascorre, ma sta sempre dov’è”. la filosofia orientale considera da sempre lo “spazio-tempo” come una costruzione della mente/eppure esiste anche una voce laica e scientifica che inizia a condividere le teorie orientali… attenendosi cmq alla fisica. e torniamo all’inizio, alla teoria della relatività di einstein, dove tempo e spazio non vengono mai considerati fattori assoluti, ma relativi, relativi al rapporto tra osservatore e osservato, e alla loro velocità reciproca. (celebre il paradosso dei gemelli. uno parte per chissà dove e quanto torna è molto + giovane dell’altro). ecco perché carl gustav jung, uno dei padri della psicologia moderna, sosteneva che prima o poi la fisica nucleare e la psicologia dell’inconscio si avvicineranno fra loro: “… entrambe, indipendentemente l’una dall’altra e partendo da direzioni opposte, si spingono avanti in un territorio trascendentale”. infine le analogie fra le conclusioni dei fisici moderni e dei mistici… gli uni e gli altri, infatti, dicono che spazio e tempo non sono assoluti ma dipendono dallo stato di coscienza in cui ci si trova. pensiamo alla meditazione, con la quale – è lampante? - si accede a una sorta di dimensione in cui spazio e tempo vacillano alla grande, calandoci in un iperspazio teorico, ipotizzabile (forse) matematicamente, in cui si viaggia alla velocità della luce, stravolgendo tutte le leggi della fisica che vigono, invece, nel quotidiano. così, per concludere, possiamo dire che gli uomini di oggi vivono contemporaneamente in due dimensioni, una governata dalle leggi della fisica classica e una in cui spazio e tempo non esistono più. peraltro diceva albert: “quando un uomo siede un'ora in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora”.

Short stories: "Una notizia non da poco"

Si decide così di andare a far castagne. In giro c’è un mucchio di gente. Il bel tempo mette le ali ai piedi e... ai motori. Non si può però andar troppo lontani, il pomeriggio è già iniziato da un pezzo, l’umidità incombe. Si punta alla Madonna del Bosco. Intorno al luogo mariano è tutto un pullulare di castagni colorati d’autunno. Non è quindi difficile immaginare di riempire presto i sacchetti del GS. Purtroppo i guanti sono rimasti in macchina. La solita sbadataggine di chi ha sovente la testa fra le nuvole. Le donne riposano al sole, su un fazzoletto di prato, gli uomini si inoltrano nei boschi, gli unici, di fatto, a mettersi concretamente a caccia di ricci maturi. Il divertimento è assicurato su entrambi i fronti: le donne cinguettano felici, gli uomini parlano di musica e poi... della crisi, del 2009, anno in cui dovranno vedersela con strette di cinghia particolarmente crudeli, la parola ‘mutuo’ provoca strani sussulti, così come ‘fine mese’. La giornata scivola via in una baleno. Dopo aver fatto castagne ci si reca alla Casa del Pellegrino, l’intenzione di mandar giù qualcosa di caldo, magari una cioccolata, è accattivante. Il bar è pieno zeppo di capelloni grigi, stampelle e borse agli occhi. Dalla balconata è possibile rimirare un piacevole panorama, il Resegone sullo sfondo e alcune colline poco distanti, sopra Imbersago. La tradizione della Madonna del Bosco parla di una prima apparizione della Vergine il 9 maggio 1617: tre pastorelli i protagonisti della vicenda. Poi - quella più eclatante - di poco dopo. C’è un bimbo che sta per essere divorato da un lupo feroce. La mamma del piccolo strilla affranta, ma niente paura: in cima a una nuvoletta, circondata dagli angeli, c'è la Madonna pronta a intervenire. Il lupo si calma e lascia stare il piccolo che viene così riabbracciato dalla madre. Raccontare le leggende fa sempre piacere, lo è fin dai tempi di Omero, i bambini si divertono da morire, quasi come ascoltare una canzone di Natale. Con la sera l’aria diventa molto più frizzante, niente a che vedere con le ore calde della giornata. Il sole si appollaia sulla linea dell’orizzonte e si riprende la strada del ritorno – c’è anche Ulisse - dopo aver acquistato un sacchetto di mele per chissà quale associazione di carità. Nonostante il traffico intenso per le 19.00 si è a casa. L’ora della polenta e della salsiccia è vicina. Le donne cominciano a darsi da fare fra i fornelli, gli uomini si mettono a suonare: la solita ingiustizia sociale? In realtà regna il buonumore. C’è una canzone swing che fa gola agli artisti, ci lavorano, ma non c’è tempo per arrivare a un pentagramma definito: incredibilmente è già pronto in tavola. Il vino picchia e in pochi minuti i piatti sono vuoti, le menti adombrate, lo stomaco pieno, i palati sazi. Mancano solo le castagne ma... le donne non hanno fatto bene i conti con il forno. La maggior parte di esse è infatti bruciata, dura come l’acciaio, immangiabile. Ci si guarda in faccia vagamente delusi, qualcuno dice di aver visto delle bellissime castagne al GS. Intanto inizia Controcampo. L’Inter ha espugnato l’Olimpico, una notizia non da poco.

Short stories: "'Transcendental meditation' in compagnia di Angelo Branduardi"

Ieri l'incontro con Angelo Branduardi, nei camerini dello Smeraldo, poco prima del concerto. È stato un piacere chiacchierare con lui. Mi ha ricordato qualcosa di De Andrè. In effetti, ero un po’ in soggezione. L'esordio, come al solito, un po’ burrascoso.
"Buongiorno signor Angelo".
"Signor Angelo? Dai dammi del tu".
"Ok".
Cerco la presa per il pc, ma invano. Cerco meglio. Niente. Chiedo ad Angelo:
"Per caso sai dov'è la presa?".
"Non ne ho idea".
Andiamo bene. Angelo comincia a spazientirsi. Poi, finalmente, individuo la presa sotto lo specchio principale.
"Eccola".
"Molto bene".
Mi siedo evitando di togliermi il giubbotto per paura di indisporre ulteriormente il menestrello de "Alla fiera dell'est", nonostante la temperatura nel camerino stia sensibilmente aumentando. Accendo il computer.
"Il mio computer è un po’ lento".
Angelo fa una smorfia. Il silenzio grava.
"Adesso ci siamo".
Praticamente parto ancor prima di aver aperto il file word.
"Direi di iniziare dal concerto di stasera…".
"Ah, siamo partiti?".
"Scusa, dimenticavo di accendere il registratorino".
Pigio sul tasto rec del registratorino.
"Bene, possiamo partire".
Sono passati sì e no dieci minuti dal mio arrivo. Angelo inizia a raccontare. Dice che suonerà le canzoni più note del suo repertorio e che lo accompagneranno cinque musicisti. Comincio a rilassarmi, anche se l'anidride carbonica dello stanzino impazza, l'effetto serra incombe. Angelo beve, io mi slaccio goffamente il giubbetto in bilico sui tasti del computer. A un certo punto si parla di Dio. Argomento serissimo. Si parla di 'trascendentale'. Angelo dice che con la musica si può arrivare oltre, al di là del respiro umano. Cita Morricone il quale dice che "la musica è l'arte + astratta e per questo + vicina a Dio".
Mi associo al loro pensiero. Sono anch'io un musicista e certe cose le posso capire. Ogni tanto confrontarsi con altri artisti ti dà una carica in +. Altrimenti le alternative sono sempre le stesse che possiamo evitare di elencare.
L'intervista prosegue felice. Dopo quindici minuti, però, Angelo allarga le braccia e strabuzza gli occhi.
"Che c'è?".
"Eh".
Angelo mi fa capire con un discreto grado di boria che il mio tempo è scaduto.
"Abbiamo finito, le ultime due domande".
Uno e due, finish.
"Grazie mille Angelo per la tua disponibilità".
"Grazie a te, ciao".
Angelo si rituffa nel camerino occupato dal road manager. Scambia con lui qualche chiacchiera, mentre io riguadagno - soddisfatto - l'uscita. Ho giusto il tempo per farmi accreditare un paio di biglietti per il concerto serale, che non guasta mai. Il capo dell'ufficio stampa - mio omonimo - è estremamente gentile e mi dice che non ci sono problemi. Lascio lo Smeraldo e vado incontro a Giulietta che mi aspetta in corso Garibaldi, davanti alla chiesa di San Tommaso, con un curioso cappello di lana, pieno di frange.
"Ciao, allora com'è andata?".
"Molto bene grazie".
"Allora sei riuscito ad avere i biglietti?".
"Come no? Tutto pronto".
"Fantastico".
A Milano si respira una bella aria. Il Natale è alle porte e si vede. Non fa freddo. La gente sembra contenta. Perfino gli automobilisti sembrano meno incazzati e con grande letizia ci concedono spazio sulle strisce pedonali. Un senegalese interrompe il nostro incedere prima di raggiungere Cordusio. Gli proponiamo di bere con noi un caffè, ma non è dell'idea:
"Capo no vuole".
"Come?".
"Capo no vuole".
Non capisco. Gli lascio le monetine per un caffè e ripartiamo.
"Dove andiamo per l'aperitivo?".
"Scegli tu".
"Sai che non c'azzecco mai".
"Quello non dev'essere male".
È un locale fra il Castello e il Duomo, pieno di lucine colorate.
"E se ci pela?".
"Tanto va sempre a finire così".
Mangiamo parlando della giornata lavorativa. Giulietta è stanca, ma contenta. Lavorare a Il Canovaccio non è mai stato così faticoso. Mi ha confidato che - dopo l'arrivo di Diego Dell'Amore - ci sono già stati dei tagli.
"Tagli. Comincio a odiare seriamente questa parola".
"E tu come sei messo?".
"Beh, oggi ho intervistato Branduardi. Diciamo che è andata bene. Domani vedremo. Di questi tempi è meglio vivere alla giornata. I vivai dalle mie parti, comunque, sono sempre rigogliosi".
"Dai non fare il cretino. È da dieci anni che ripeti la stessa cosa".
Finiamo di mangiare e riprendiamo la strada del ritorno. Lo Smeraldo è incredibilmente più vicino.
"Dovrebbero esserci due biglietti col mio nominativo, Grossi".
"Grosso?".
"Grossi".
"Ecco".
"Grazie".
Ormai sono un esperto del teatro Smeraldo. Ci ho perfino suonato l'anno scorso al Premio D'Anzi. Con ciò mi muovo scaltramente fra le rossissime poltrone, prima di giungere alla postazione designata.
"Siamo in quarta fila, non male".
"Per niente".
"Qualche mese fa ho portato qui mia mamma a vedere Ranieri".
"Ma va?".
Il concerto inizia poco dopo le nove. Angelo attacca con i pezzi scritti da Faletti. Sono due canzoni briose che se ne vanno felici. Tra una canzone e l'altra Angelo racconta. Ritira fuori alcune cose dette durante l'intervista e altre seminuove:
"I chitarristi impiegano metà della loro vita ad accordare la chitarra, e l'altra metà a suonare scordati".
Sono colpito soprattutto dalla sua capacità di tenere il palco e di far pendere gli ascoltatori dalle sue labbra. Il suo violino, invece, dopo un po’ inizia a scassare. Ma è un maestro e ai maestri non si può recriminare molto. Quando arriva "Alla fiera dell'est", la bionda che ho davanti comincia a saltare come un canguro, facendo ballare l'intera fila e infastidendo numerosi fan nelle vicinanze, che non capiscono da quale zoo l'abbiano liberata. Poi arrivano "Cogli la prima mela" e una versione azzardatissima di "O sole mio". Quando scrosciano gli applausi io e Giulietta siamo già fuori. Contrariamente alle aspettative l'aria si è mantenuta mite. Poche le macchine ancora in giro. Io e Giulietta ci salutiamo alla fermata di Moscova.
"Fammi sapere quando suoni in giro che vengo a vederti".
"Sabato suono al Pulentin, Musica & Vin".
"Porca miseria, sabato sono fuori a cena con alcuni amici".
"Beh, sarà per un'altra volta".

Short stories: "Ma lo ska è di destra?"

L'occasione per parlare di musica ska è un buon disco uscito in questi giorni con l'ultimo numero di Mojo. Il suo titolo è: "The dawning of a new era". Una della domande che viene da porsi ascoltandolo è la seguente: davvero il genere ska è strettamente riconducibile alla cultura di destra? Per rispondere a questo quesito ho contattato Brad Wilson in persona, gigante della cultura musicale internazionale, nonché fondatore della celebre rivista "Ramblin Express", il quale mi ha rilasciato un'intervista esclusiva, (dopo avermi confidato che 'Caporetto' non è affatto male!).

G. Quando e dove nasce lo ska?
B. Nasce in Giamaica verso la fine degli anni Cinquanta.
G. A cosa assomiglia?
B. Al rhythm and blues, al calypso, al soul.
G. A cosa porta?
B. Al reggae.
G. Qual è la miccia che fa scoppiare lo ska a livello internazionale?
B. L'indipendenza della Giamaica nel 1962. Molti giamaicani emigrano in UK diffondendo il genere.
G. I giamaicani erano sotto agli inglesi?
B. Dal 1655.
G. Quali etichette presero a cuore la cosa?
B. Island e Trojan diffusero molti dischi ska.
C. Cosa c'entra lo ska con la cultura politica di destra?
B. Poco o nulla.
G. In che senso?
B. La società e i media hanno fatto confusione, fossilizzandosi solo sul movimento ska recente e non su quello delle origini. Oggi tutti pensano che lo ska sia nato grazie ai movimenti di estrema destra degli skinheads, ma non è così. Quando nasce e si diffonde la cultura ska, gli skinheads non esistono nemmeno.
G. Puoi spiegarmi meglio?
B. Furono i mods i primi a confrontarsi con la musica ska, figli del proletariato inglese. Costoro non avevano alcun interesse politico, né avevano atteggiamenti razzisti.
G. E gli skinheads?
B. Arrivano dopo.
G. Quando?
B. Dopo i mods. Siamo negli anni Sessanta e dagli Usa si diffonde nel mondo la cultura hippie. I mods si divisero in due gruppi. Da una parte andarono i benestanti, che amavano la musica rock, studiavano all'università e si facevano di Lsd. Dall'altra quelli economicamente meno abbienti, amanti della musica nera, impossibilitati a studiare e consumare droga, non avendo nemmeno i soldi per piangere. Da quest'ultima frangia si originarono gli hard mods, precursori degli skinheads.
G. Dunque gli skinheads derivano dai mods che erano sostanzialmente apolitici?
B. Esatto. Ma derivano anche dai rude boys.
G. I rude boys?
B. I figli degli operai immigrati giamaicani. Giovani di razza nera, amanti della musica nera, e totalmente disinteressati alla politica, tanto più a quella di destra.
G. Quando, come e perché gli skinheads diventarono di destra?
B. Dagli anni Settanta in poi. A un certo punto della storia degli skinheads ci fu infatti chi prese ad odiare il progressivo imborghesimento della classe operaia inglese e della società in generale. E chi non sopportò più la massiccia immigrazione dalle ex colonie inglesi, Giamaica, India e Pakistan. È dunque con queste frange estremiste e violente che cominciò a diffondersi l'idea che gli skinheds - e quindi lo ska da essi amato - appartenessero alla cultura di destra.
G. Poi cosa accadde?
B. Alcuni gruppi di skinheads diventarono sempre più aggressivi. La loro rabbia, in particolare, prese a esprimersi nei confronti di gruppi sociali considerati 'nemici' come i pakistani, i gay, gli hippie. Per alcune bande divenne un vero e proprio passatempo quello di andare in giro a massacrare chi non era del giro. Vennero così coniati termini specifici come paki-bashing e queer-bashing per sottolineare certe missioni 'punitive' contro asiatici e omosessuali.
G. Poi?
B. In seguito a questi eventi vari partiti dell'estrema destra britannica, fra cui il National Front ed il British Nazi Party, cominciarono a fare opera di propaganda ai concerti Oi!, strettamente legati allo ska.
G. Ma i gruppi Oi! non erano apolitici o, al limite, di sinistra?
B. Non tutti. Molti di essi vennero fortemente influenzati dal movimento e dalle idee degli skinheads neonazisti di Garry Bushell, giornalista del settimanale "Sounds" e figura centrale del movimento Oi!. Bushell era convinto che il futuro del punk-rock dovesse necessariamente prendere spunto da un proletariato sempre più deciso a far sentire la propria voce di protesta, anche a costo di usare mani e manganelli.
G. La goccia quindi che fece traboccare il vaso?
B. Mah…
G. Sì, insomma, quella che indusse definitivamente l'opinione pubblica ad associare lo ska con le idee politiche di destra…
B. Probabilmente fu il concerto del 3 luglio 1981 a Southall, a pochi chilometri da Londra. Lo spettacolo prevedeva l'esibizione di band come The Business, The 4-Skins, e The Last Resort. A un certo punto del live, un gruppo di giovani asiatici, entrò sparando nel locale (Hamborough Tavern), credendo fosse un raduno neonazista. Dopo Southall ci furono altri episodi analoghi, cosicché, in breve, stampa e media, cominciarono definitivamente a catalogare il movimento Oi!, e quindi lo ska, come appartenente alla cultura di estrema destra.
G. Mi dici un grande della musica ska.
B. Il signor Laurel Aitken.
G. Cosa sappiamo di lui?
B. Era una autentica leggenda dello ska internazionale. Se vai su Youtube può trovare un sacco di video e renderti conto di quello che sto dicendo. Il vero significato della musica ska lo vedi dal modo in cui Aitken saltella sul palco. La politica è inesistente.
G. Era un giamaicano?
B. Nacque a Cuba.
G. La sua canzone che ti piace di più?
B. Forse quella contenuta nel disco di Mojo.
G. 'Skinheads'?
B. L'apoteosi.
G. L'ascoltiamo?
B. Vai.

Short stories: "Tanto i Maya dicono che nel 2012 finirà il mondo"


- René.
- Come è andata?
- Alla grande. Sentiva prima il battito del cuore degli alberi di quello degli uomini.
- Come...
- Più o meno.
- E adesso?
- Adesso?
- De Chirico?
- Sì, ha preso anche da lui. Un quadro l’ha scopiazzato.
- Ah.
- In ogni caso, la mostra è stata...
- Spettacolare.
- Ero senza fiato.
- Addirittura?
- Faceva un caldo boia dentro Palazzo Reale.
- Dai non scherzare.
- Infatti. È che finivo dentro i quadri e mi ci perdevo. E pensare che fino ad oggi avevo incontrato Magritte solo nella copertina di un disco di Jackson Browne e in una cover di Dylan Dog.
- Non è mai troppo tardi per imparare.
- Puoi dire giuro.
- E adesso?
- Adesso?
- Cosa ci racconta Magritte?
- Ci racconta che lui voleva fare della pittura uno strumento per approfondire la conoscenza del mondo.
- Un vero artista.
- I suoi lavori lo dimostrano. Nei suoi lavori si alterano i rapporti di scala. Si stravolgono le prospettive spaziali. Si suggeriscono più complessi rapporti fra linguaggio e mondo degli oggetti.
- Hai digerito la Treccani?
- Ma no.
- Geniale, comunque.
- Assolutamente
- Lungimirante.
- La chiaroveggenza.
- Cioè?
- Quella inaspettata felicità che si percepisce...
- Che percepiscono solo gli artisti.
- Ecco.
- Vallo a dire a Paolo Belli, Pupo e Youssou N’Dour.
- Demagogo.
- Eh, eh...
- Altro da aggiungere?
- Mah. C’era il vento.
- Quando?
- Appena fuori.
- Un segno.
- Probabile.
- Sei un disgraziato.
- E adesso?
- C’è anche quella dei futuristi da vedere.
- Che strano però: in certi casi Renè esprimeva concetti diametralmente opposti ai seguaci di Marinetti.
- Per esempio?
- Il discorso sulla tecnologia... Per Renè la tecnologia è pericolosa perché allontana dalla realtà, per i futuristi era vero il contrario.
- Curioso.
- Forme d’arte lontane anni luce.
- Benché siano nate praticamente nello stesso periodo.
- Il magico periodo dei primi del Novecento.
- Oggi ce li sogniamo periodi del genere.
- Oggi abbiamo Belli e Pupo e...
- Va beh...
- Viva il surrealismo e il futurismo.
- E adesso?
- Adesso mi ascolto un vecchio pezzo di Peter Bjorn and John. In fondo è anche questa cultura.
- Cultura snob.
- Ma cos’è la cultura?
- È uno scempio.
- E l’arte?
- Anche.
- Il 2009.
- Appunto.
- Tanto i Maya dicono che nel 2012 finirà il mondo.
- Cazzate.
- Lo so ma...
- L’arte va sempre peggio.
- E di chi è la colpa?
- Non si sa.
- È anche colpa nostra.
- Nostra?
- Perché?
- Sono troppi i perché.
- ...
- ...
- Voglia di fritto.
- Andiamo bene.
- Tu ti senti più surrealista o futurista?
- Sicuramente surrealista.
- Il futurismo era di destra.
- E il surrealismo?
- Era altrove.
- In ogni caso il 24 vedremo la Canalis dal vivo.
- Un incontro a Milano, non ricordo più dove.
- Wow! La Canalis a Milano è un vero colpo.
- Altroché.
- ...
- ...
- No, non dirlo.
- Beh.
- No.
- Meglio la Canalis di Magritte.
- Dipende. Come diceva Einstein tutto è relativo.
- Cosa c’entra?
- Non c’entra un corno.
- Tanto siamo surrealisti.
- Diciamo che l’ideale sarebbe andare con la Canalis a vedere la mostra di Magritte, così...
- Così prendiamo due piccioni con una fava.
- Ma credi che alla Canalis piaccia Magritte?
- Io credo di sì.
- Non so.
- Non essere sempre così dubbioso.
- Stava con Vieri.
- E allora? Forse si rimettono insieme.
- Così non potrà mai venire con noi alla mostra di Magritte.
- L’arte viene prima di tutto.
- Anche di Bobone.
- Anche di lui.
- Abbiamo finito di sparare cazzate?
- Può darsi.
- Io vado a fare due passi in campagna.
- Io vado dalla Mariuccia a bere un caffè.

Short stories: "Popeye"

Ché la vera passione politica manca... & i politici, i politici, non conoscono + le buone maniere. Gli elettori, figuriamoci... Non esiste + il desiderio reale, morale. Mica il paese è reale e le pantomime di certi critici buontemponi.
“Provo orrore per la democrazia", diceva Simenon.
Fanno tutti sorridere, per non dire altro, sempre, comunque, col finale in “are". Probabilmente si parla per sentito dire, altrimenti non tornerebbero troppe cose. Anche in BT. Soprattutto in BT. Qui, tendenzialmente, si vota quello che vota papà. Seriamente. Senza chance. In molti, peraltro, non hanno idea di come giri l’economia. Certo non è facile, tuttavia, un po’ di autocritica... Mai. Daria Bignardi. Il proprio intoccabile (e compassato) papi. Commentano tutti le stesse cose commentate dal papà durante il TG. Mediaset. Piersilvio Berlusconi, ormai quarantenne, e la sorellastra che si racconta a Vanity Fair e la sorellastra di lei impensierita dall’ipotesi che la primogenita dei primogeniti se il capo non dovesse essere equo... Che racconta? Che la sua giornata + bella è stata quando ha potuto mangiare da Mac? Col fidanzato...
“Brunetta”.
“Hard-core... Ar-core”.
“Gabbie salariali, una farsa, le autostrade al sud...”.
“Travaglio in vacanza con i magistrati (in Turchia!)”.
“I comunisti non esistono”.
“Piazzale Loreto”.
“I partigiani”.
“Evviva i partigiani”.
“E le Brigate Rosse”.
“E c’era una volta il Cremlino”.
“E la rava e la fava”.
“E Beppe Grillo è fico”.
“E la Carfagna...”.
“Oh, la Gelmini”.
“La riforma luterana?”.
“Quando Zelig era in viale Monza, lì sì che c’era la poesia”.
“E quel figlio di buona donna di Bisio, comunista pure lui...”.
“E la Hunziker, che di comunista non ha nulla, invaghita di Bisio, ma come si fa?”.
È come con la musica (e con la religione). Si ascolta solo quello che dice l’opinion leader (e il Papa, senza accento sulla A, in questo caso). Se l’opinion leader (o il Papa, senza accento sulla A), dice che Amedeo III di Savoia è fico, tutti devono dire la stessa cosa, sennò... sennò non va bene. Sennò sei un troglodita. Sennò sei una pillola abortiva.
John Fogerty.
Ma si prendono così dei granchi pazzeschi. Così si finisce per dover ascoltare per forza “quello dei Savoia”, e santificare le feste senza avere la + pallida idea di cosa significhi santificare alcunché. La libertà di stampa, pardon, di coscienza, pardon, di pensiero, è una baggianata, non esiste, è un fantasma. Tuttavia l’unanimità crede di poter ragionare con la propria testa. Impossibile. Utopia. I cervelli di questi (cazzo di? - un esempio velleitario) anni zero sono lobotomizzati. Affermano ciò che gli altri vogliono fargli affermare. Esclusi rari casi, tipo? Per esempio l’amico mio di una certa età che vive nel paludo, coi capelli bianchi e i basettoni, e sembra un cartone animato, Popeye... Ma è l’unico. Lui sì che sa cosa vuol dire avere passione. Lui sì che è un genio del modernismo. Mica il piccoletto coi denti da castoro e la brunetta e i brunetti e i biondi ossigenati e i riccioloni montanelliani e... i Savoia. Si chiama Girolamo. E nel tempo libero ama pescare. E siccome di tempo libero ne ha molto... pesca sempre. Sua moglie l’ha lasciato parecchi anni fa. Non hanno figli. E lui s’è rifugiato in un paese di pescatori. Sa sempre di pesce. Mangia sempre pesce. Vive come un pesce. Ha la vescica... natatoria.
Lui, però, ha le idee chiare. Molto più chiare delle mie e delle tue, te, tu, che stai leggendo, se stai leggendo, e ti domandi domande piccanti e riconosci nella beat generation... un movimento sopravvalutato. Dice che oggi la passione ce l’hanno solo quelli come lui. Come lui con le idee chiare. Come lui che pescano. Come lui che hanno solo infiniti orizzonti davanti a sé da contemplare e... Come lui che è un anarchico e dice che i politici sono tutti degli smidollati. Degli imbecilli. Alcuni con la scorta. Alcuni con la...
Secondo Girolamo, dunque, non c’è differenza fra gli uomini di destra e di sinistra. È fin troppo esplicito:
“Quelli di destra non capiscono niente della vita e non gliene frega niente di capirci qualcosa – dice -. Quelli di sinistra, invece, sono convinti di capire tutto della vita, ma in realtà non hanno ancora capito un cazzo”.
Evviva. E poi farfuglia. E poi c’è la faccenda economica, ripete. Come sta in piedi l’economia? Perché Tremonti non ha reso pubblico prima la sua capacità d'intuizione? Bla, bla, bla... Girolamo conosceva Renato Carosone – così dice. Dice anche di conoscere Paolo Conte. E che era presente l’altro giorno quando Conte ha abbracciato Leonard Cohen a Venezia. Mah. Vorrei tanto credergli. In ogni caso Girolamo sa cosa vuol dire avere passione. La passione politica. Tutto il resto viene dopo. In questi giorni Girolamo è molto impegnato. Sta lambendo le coste croate in cerca di chissà quali pesci. Voleva attraccare chissà dove ma non gli hanno dato il permesso.
“...”.
Ma Girolamo, lo ribadisco, conosce la passione, la vera passione politica, che oggi, ahimè, non ha proprio + nessuno.

Short stories: "Lettera a Padre Pio"

Caro Padre Pio,

potresti far sapere una volta per tutte che le stimmate non sono frutto di alcun miracolo ma solo il risultato – come ritengono gli scienziati dell’Università La Sapienza di Roma - di un disturbo istrionico della personalità e che quindi i sanguinamenti dalle mani non sono altro che il prodotto di una reazione psicosomatica?
Potresti far sapere che un Dio buono e caritatevole, ma soprattutto saggio e lungimirante - quale dovrebbe essere il nostro – ha sicuramente a disposizione mezzi e modalità ben più interessanti per dimostrare la sua esistenza che non mani sanguinanti, visioni di madonne, guarigioni improvvise, tutti stratagemmi se non banali addirittura kitsch?
Potresti far sapere che Gesù Cristo non ha alcun desiderio di essere giudicato migliore o peggiore di tanti altri profeti quali Maometto, Budda, Confucio? E che quindi tutte le religioni dovrebbero essere rispettate e valorizzate allo stesso modo?
Potresti far sapere che molti (presunti) miracoli avvenuti nel mondo, non hanno nulla a che vedere con madonne & simili? Che, per esempio, a Dharamsala, dove si è rifugiato il Dalai Lama, centinaia di turisti affermano di essere guariti da malattie incurabili grazie agli oroscopi dei monaci buddisti? E che non più di qualche anno fa le statue del dio-elefante induista Ganesh bevevano latte?
Potresti far sapere che le analisi al radiocarbonio hanno definitivamente provato che la sacra sindone è un semplicissimo tessuto di epoca medievale?
Potresti far sapere che il prepuzio di Gesù non è conservato a Calcata, né da nessuna altra parte?
Potresti far sapere che avvengono più guarigioni straordinarie in ospedali normalissimi che non a Lourdes? Che in 150 anni la chiesa ha riconosciuto solo sessantacinque miracoli presso la località francese, a fronte del centinaio di milioni circa di pellegrini malati giunto nel sito mariano nello stesso arco temporale? E che quindi, come sostiene il matematico Piergiorgio Odifreddi, pur antipatico che sia, “la media di persone guarite alle pendici dei Pirenei, inferiore a uno su un milione, è di gran lunga più bassa della percentuale delle remissioni spontanee dei tumori in sede ospedaliera che, secondo la letteratura medica, è dell’ordine di uno su diecimila?”.
Potresti far sapere che il terzo segreto di Fatima non ha alcuna verosimiglianza con l’attentato del papa del 1983?
Potresti far sapere che alla base di miracoli e prodigi divini la scienza ha ufficialmente appurato l’esistenza di mitomani, truffatori o persone ignoranti in buona fede?
Potresti far sapere che un tempo i miracoli erano considerati eventi abbastanza usuali, ma da quando si è affermata una cultura scettica nei confronti di questi presunti fenomeni il loro numero si è – guarda caso - ridotto drasticamente?

Con rispetto e amicizia, tuo (comunque devoto) Gigro

Short stories: "Le minacce di morte di Omar e le canzonette pop di Paul"

Domani, allora? Tutto pronto? Tutto pronto…
E le minacce di morte da parte di Omar Bakri, predicatore islamista vicino al terrorismo di Al Qaeda?
Cosa?
Le minacce…
Non so niente.
Non hai sentito delle minacce di Bakri?
No.
Cazzo. Ha detto che "McCartney è nemico di ogni musulmano e che se ha cara la vita, non deve andare in Israele perché ci sono degli aspiranti martiri pronti a farlo saltare in aria.
Tutto pronto.
E la 'Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale accademico' che gli aveva chiesto di annullare il concerto?
Cosa?
La 'Campagna'…
Non so niente.
Non hai sentito della 'Campagna'…
Tutto pronto.
Capisco. Dettagli?
Beh, il biglietto costa fra i 100 e i 300 euro. Le prenotazioni finora sono quarantamila. Il beatle è alloggiato in uno degli alberghi più lussuosi di Tel Aviv, l'Hotel Dan: McCartney alloggia nella 'suite reale', mentre il suo entourage, una trentina di persone, occupa ventuno stanze, per un conto che - secondo il quotidiano israeliano "Haaretz" - non sarà inferiore ai 66mila euro.
Finito?
Scherzi? Un'altra settantina di persone al seguito di Paul sono dislocate in altri hotel della città, quelli un po' più scadenti, diciamo dei quattro stelle.
Interessante.
Inoltre la 'suite del musicista è servita ventiquattro ore su ventiquattro da un maggiordomo, mentre uno chef personale collabora con quello dell'hotel per poter rispondere più accuratamente alle richieste del cantante.
Interessante.
Comunque, secondo i responsabili dell'hotel, le richieste fatte finora da McCartney sono assolutamente in linea con quelle di qualunque altro artista del suo calibro.
Appunto.

giovedì 23 dicembre 2010

Short stories: "La primavera di Sakhalin"

C'è un impianto di lavorazione del legname in una remota zona dell'isola di Sakhalin, nella taiga, a 83 chilometri dal villaggio di Nish. A sudovest della città di Nogliki, sulla costa del Pacifico, dove non esiste nulla, non c'è nessuno, se non il cielo. Qui vivono due ometti nordcoreani che per mantenere la famiglia hanno scelto di fare i custodi dell'impianto di lavorazione. Sono i primi di agosto. Entro l'inverno siberiano, che non ha bisogno di presentazioni, i datori di lavoro verranno a riprenderli e li riporteranno a casa. Tutto ok.
In realtà passano i giorni, le settimane e i mesi, ma a 83 chilometri da Nish non si vede nessuno. I titolari dell'impianto, evidentemente, hanno altro a cui pensare: i due povericristi, in fin dei conti, possono aspettare. E, infatti, aspettano. Aspettano finché non si fa avanti il capo della comunità nordoreana di Sakhalin, il quale si chiede:
"Che fine hanno fatto i miei compaesani?".
La domanda viene riportata ai capoccia dell'impianto di lavorazione del legname, ma la risposta è vaga. L'uomo capisce che c'è sotto del marcio. Forse la mafia russa. E allora ci pensa lui a sollecitare la polizia del distretto di Nogliki che, di lì a poco, manda un gruppo di agenti in perlustrazione a 83 chilometri da Nish.
L'inverno è finito. L'aria di aprile è clemente e profumata. I fiori sbocciano, gli animali escono dalle loro tane, i fiumi riprendono a scorrere impetuosi. Gli agenti raggiungono l'impianto di lavorazione del legno e finalmente trovano i due nordcoreani… morti di fame.
Olga Savchenko, capo dell'ufficio immigrazione di Sakhalin, è indignata. Rattristita. Angosciata. Convoca immediatamente una conferenza stampa, ma è ormai troppo tardi: la primavera di Sakhalin è già arrivata da un pezzo.

Short stories: "La presa della Bastiglia"

Le conferenze stampa a cui partecipo avvengono quasi sempre in antichi palazzi o lussuosi hotel. E a parte Palazzo Marino, dove di solito gli incontri sono a pian terreno, finisco sempre col dover fare un po’ di scale a piedi. Per un semplice motivo: soffro di claustrofobia e non riesco a prendere l’ascensore. O meglio: potrei anche riuscirci, ma evito, per non correre il rischio di rimanere bloccato e... Comunque non ci sono grossi problemi: per il circolo della Stampa devo, infatti, fare solo un paio di piani a piedi, lo stesso quando finisco in qualche palazzone del Settecento... Ultimamente, il record, alla Curci Editore: sei piani a piedi. Oggi, però, l’inaspettato.
Oggi devo andare a sentire parlare la bella sessuologa Alessandra Graziottin. Cerco il civico indicatomi dalla mia caporedattrice, piazza Diaz 7, lo trovo; sopra il mio capo svetta una specie di Empire State Bulding. Controllo il foglietto riportanti nomi e indirizzi e leggo che la conferenza si terrà alla ‘Terrazza Martini’. Ahia. Trattandosi di ‘terrazza’, rifletto argutamente, non sarà di certo al secondo piano o al terzo, tantomeno a pianterreno. Infatti… Entro e chiedo al centralinista a che piano si trova la location designata e quest’ultimo, indicandomi l’ascensore, con un dito sghembo, mi dice che è al quindicesimo piano. Sono fregato. In altri casi, infatti, si può sempre optare per la tragicomica frase "per tre o quattro piani di scale preferisco andare a piedi", ma per quindici che chance ci sono di sfuggire alla prigione di Schlinder?
Non ho scelta. Devo buttarmi e prendere l’ascensore o saltare la conferenza. Opto dunque per la prima soluzione. È un attimo. Una collega pone al centralinista la mia stessa domanda e senza remore raggiunge l’ascensore. Come la invidio... Io la seguo senza batter ciglio.
"Vai al quindicesimo?", le chiedo.
"Certo".
"Benissimo, anch’io", dico, senza minimamente far trapelare la mia idiosincrasia per certe diavolerie della scienza e della tecnica. E si parte.
L’ascensore è di quelle più diaboliche, quelle che si chiudono ermeticamente e non lasciano nemmeno l’idea di uno spiraglio d’aria al quale aggrapparsi. Il massimo. La mia coinquilina è piuttosto graziosa. Avrà sì e no ventotto anni, un bel viso, in cima a un corpo minuto. Mi concentro su di lei e insieme vinciamo la forza di gravità.
"Per chi scrivi?", domando.
"Tempo medico", risponde.
Vorrei chiederle altro per non dover pensare che da un momento all’altro potrei rimanere bloccato, ma sono a corto di idee. Parlare con gli sconosciuti in mezzo metro quadrato, evidentemente, non è il mio forte. La giornalista intuisce che non abbiamo più niente da dirci e mi abbandona al mio destino di claustrofobico. Si gira verso lo specchio e si dà una sistematina. È tutto a posto, si racconta. Poi il suono di un campanello. Le porte dell’ascensore miracolosamente si spalancano.
"Siamo arrivati!", esulto come un bimbo che ha appena ricevuto la prima comunione.
La collega mi regala un sorriso schizzinoso e se ne va per la sua strada.
Appena dentro non faccio in tempo a tirare un sospiro di sollievo che vengo accolto da un signorotto elegante che mi offre l’opportunità di lasciare il cappotto in una specie di guardaroba. Indosso un maglione piuttosto disastrato, mentre mi rendo conto dell'aria chic che mi circonda… peraltro ieri ho sudato sette camicie assistendo al concerto dei Dodos, con addosso gli stessi abiti... Vorrei quindi evitare di svestirmi, ma alla fine non mi resta che cedere alle lusinghe del signorotto, mostrandomi in tutta la mia nudità.
Faccio un giro per la ‘terrazza’. È un posto davvero bello, pieno di divani e cuscini, grigi signori e incantevoli signore. Punto lo sguardo oltre i vetri della sala e godo un panorama mozzafiato: non ho mai visto il Duomo dall’alto! Si vede mezza Milano, stadio compreso, Repubblica, il grattacielo Pirelli... Insomma, è stata dura arrivare fin qui, ma ne è valsa la pena. Ho di fianco a me uno del servizio d’ordine. Sembra un pinguino. Ha lo sguardo accigliato. Gli chiedo:
"Sa dove sono le scale?".
"Scusi?”.
"Le scale per scendere, sa, soffro di claustrofobia...".
"Non è così semplice. Alla fine della conferenza, se vorrà utilizzare le scale, mi dovrà chiamare...”.
E io che speravo di sentirmi rispondere "in fondo a destra", come succede sempre con il bagno... Con scarso entusiasmo sono dunque costretto a mormorare "mille grazie", comunque fiducioso di poter contare su di lui per evitare la discesa in ascensore. Parte la conferenza. Nel frattempo si è unito a me Dario, il fotografo della testata per la quale lavoro.
"Ciao Dario, tutto ok?", domando.
"Tutto ok e tu?".
"Bene".
"Sei di corsa?".
"Ho il prossimo appuntamento alle 14.00, se ti va sto qui a farti compagnia".
Cazzo.
Dario rovina tutti i miei piani. Adesso come faccio a dirgli che sono d’accordo col pinguino per scendere a piedi? Dario mica è mio fratello, è uno che conosco sì e no da qualche mese, certe confidenze mica possono essere fatte, la claustrofobia è un privilegio di pochi, e di conseguenza va condiviso con pochi eletti.
La Graziottin è bravissima a parlare di contraccettivi femminili. Fra cerotti anticoncezionali, pillole del giorno dopo, gravidanze indesiderate, l’incontro scivola via in un battibaleno. Suona l’una ed è già ora di tornare all’ovile. Dario m'invita a seguirlo. Ma va? Non vede l’ora di prendere l’ascensore. Glielo si legge negli occhi. È un fanatico degli ascensori. Sicché prenderemo insieme l’ascensore e insieme ci ritufferemo nel presente caotico della metropoli…
Mi guardo intorno sconfitto: nessuna traccia del pinguino, nessuna speranza di cavalcare le scale della ‘Terrazza Martini’. Si ripete, quindi, il copione dell’andata. In ascensore, si parte.
"Eh, eh, che bella conferenza", mugugno come un ebete dopo aver pigiato sul numero zero.
"Sì, molto interessante", mi segue a ruota il mio simpatico e disponibile collega.
"Brillante la Graziottin".
"Molto brillante".
"Anche l’intervistatrice".
"Anche".
All’improvviso l’ascensore sussulta.
"Cazzo, ci siamo".
E invece no. Siamo semplicemente all’ottavo piano, a circa metà strada fra l’inferno e il paradiso, dove un tale ha prenotato l’ascensore per raggiungere anche lui il livello del mare. Nuovo giro, nuova corsa, si riparte.
Dario cinguetta qualche parola sulla sua nuova e funzionalissima macchina fotografica dopodiché, è ancora un suono amico a prenotarsi: quello del campanello che annuncia la presa della Bastiglia. Le porte dell’ascensore si aprono di nuovo. Questa volta è fatta. È fatta davvero.

Short stories: "Just like a woman": ieri pomeriggio a casa di Alda Merini..."

Ieri pomeriggio a casa di Alda Merini. Suoniamo tre volte il citofono e non risponde. Quando risponde si capisce che ha le scatole girate, dice:
“Sono a letto con la febbre, cmq salite”.
Saliamo, al secondo piano di Corso di Ripa Ticinese, 47, dove la poetessa vive dagli anni Cinquanta, proprio di fianco a un interessante negozio di dischi. Varchiamo la soglia della sua abitazione e trasaliamo. Un puttanaio. Alda è sdraiata sul suo letto – in realtà non lo si riesce a vedere bene essendo sommerso da ogni cosa possibile – ha le unghie pitturate, la faccia stanca, tirata, giallognola, dice di aver appena avuto una colica renale. Ci dice di “andare di là”, in salotto.
La breve anticamera che separa la stanza da letto dal salotto è una specie di tunnel sormontato da quadri, tele, fotografie, ritagli di giornali, mensole traballanti, gingilli, soprammobili... i muri cadono, su quel che resta dell’intonaco ci sono scritti una marea di numeri di telefono, frasi, dediche. Ho la macchina fotografica, ma faccio fatica a esprimermi, non c’è nemmeno lo spazio per muovere mezzo braccio. Anche il mio collega è in difficoltà, sembra un pachiderma, con un gomito incontra l’angolo di un quadro che cade a terra. La Merini impreca, ma Alberto la rassicura immediatamente dicendole che il quadro sta benone.
In sala la poetessa si accomoda su una specie di poltrona, il mio collega su uno sgabellino. Io – in virtù dell’età – sto in piedi, alle mie spalle c’è un pianoforte che vorrei sfiorare per vedere se è accordato; a destra una foto gigante di Einstein, a sinistra un quadro di Magritte. In giro per la stanza c’è di tutto: fiori, tv, foto, giornali, cicche delle sigarette, pacchetti di sigarette, un casino che non si può immaginare. I pavimenti sono luridi. Lerci. La Merini prende una sigaretta dal pacchetto e spezza il filtro. Fuma, senza filtro. E inizia:
“Cosa volete?”.
“Intervistarla”.
Parte l’intervista. Sono io a fare le domande ma la poetessa sembra molto più interessata ad Alberto che al sottoscritto. Peraltro dice che gli uomini magri non le sono mai piaciuti. Le mie domande rimangono perciò in sospeso, mentre affondano solo quelle del mio collega.
"Cos'è la morte?", sputa Alberto.
"Una pace infinita".
Alla fine capisco che tutto quello che ho da chiederle non le interessa minimamente. La mia aria da giovane mi punisce. Le mie domande sono quelle di uno che non può capire, comprendere, intuire ciò che si cela nella mente e nel cuore di un’ottantenne con alle spalle anni e anni di manicomio e amori che, comunque, dice chiaramente di volersi tenere per sé:
“C’è gente così assurda interessata solo a sapere come facevo l’amore a vent’anni”.
Alla fine mi arrendo. Chiudo con Majorino, che dice di amare, Milva, che bestemmiava dietro le quinte dei teatri, Vecchioni, il rompi coglioni... Le stringiamo la mano – debole e molle - e ce ne andiamo. Ci aspetta un aperitivo e ancora tante altre belle parole da spendere su un altro grande poeta, quello di “Just Like a Woman”.

Short stories: "Io ero comunista perché quando ascolto 'Io ero comunista di Gaber' me la faccio sotto"

Io ero comunista perché ascoltavo Francesco Guccini
Io ero comunista perché facevo il fuoco in campagna
Io ero comunista perché alle feste del CAI, organizzate dalla sinistra, le ragazze che servivano le castagne non mettevano il reggiseno
Io ero comunista perché mia nonna era per la monarchia
Io ero comunista perché ho scritto degli articoli per L'Unità
Io ero comunista perché tutti erano della DC
Io ero comunista perché mi piacciono le salamelle
Io ero comunista perché suor Stella ha creato non pochi problemi psichici a un mio caro amico, e dava le note sul registro a quelli che guardavano I Visitors, o frequentavano il Ragno Verde
Io ero comunista perché Nicola Cereda è fascista
Io ero comunista perché essere comunisti fa fico
Io ero comunista perché suonavo la chitarra, il piano e la batteria
Io ero comunista perché solo i comunisti possono esibirsi al Bloom
Io ero comunista perché solo i comunisti riconoscono i sacrosanti principi della Rivoluzione francese: libertà, uguaglianza, fraternità
Io ero comunista perché sono contro il lifting
Io ero comunista perché sono a favore dell'eutanasia
Io ero comunista perché non avrò mai un panfilo e perché, comunque, di avere un panfilo non me ne frega nulla
Io ero comunista perché sono contro il precariato
Io ero comunista perché ho il debole per le cascine diroccate
Io ero comunista perché amo filosofeggiare e contemplare la natura
Io ero comunista perché i capi sono tutti tiranni
Io ero comunista perché "non di solo pane vive l'uomo"
Io ero comunista perché i fascisti non capiscono nulla di musica e letteratura
Io ero comunista perché amo i film francesi, i film scandinavi, i film rumeni, ma non quelli americani
Io ero comunista perché mi facevo le canne
Io ero comunista perché amo andare al circo
Io ero comunista perché mio nonno stravedeva per Indro Montanelli
Io ero comunista perché solo i comunisti "fanno qualcosa per niente"
Io ero comunista perché non smetterò mai di credere nella giustizia sociale
Io ero comunista perché Mao Tse-Tung ha detto delle belle cose
Io ero comunista perché Mao Tse-Tung ha per esempio detto che "chiunque stia dalla parte del popolo rivoluzionario è rivoluzionario; chiunque stia dalla parte dell'imperialismo, del feudalesimo e del capitalismo burocratico è un controrivoluzionario"
Io ero comunista perché "I have a dream"
Io ero comunista perché solo i comunisti hanno il coraggio di bestemmiare
Io ero comunista perché, esclusivamente a scopo artistico, ho immortalato l'utero di alcune prostitute che battono il vialone delle Industrie
Io ero comunista perché Dio non basta mai
Io ero comunista perché sono contro la guerra in Iraq e Afghanistan e… il faccione da pesce lesso di Bush
Io ero comunista perché anche gli islamici hanno diritto ad aver diritto
Io ero comunista perché indossavo quasi sempre le Clark
Io ero comunista perché sono contro l'effetto serra
Io ero comunista perché Cofferati mi ispirava e Napolitano è un buon Presidente della Repubblica
Io ero comunista perché ho un cane bastardo
Io ero comunista perché… perché leggevo
Io ero comunista perché un giorno mio padre ha comprato un libro di Michel Focault
Io ero comunista perché mi piacciono il vento e i temporali
Io ero comunista perché mio suocero è sempre più convinto del mio fancazzismo e perché non so tagliare bene il prato e perché tutte le volte che mi vede prima ancora di salutarmi mi dice se e quanto "ho lavorato"
Io ero comunista perché non so ancora avvitare una lampadina
Io ero comunista perché mia moglie non ama andare al Totem
Io ero comunista perché mia moglie ama le bancarelle di cascina Monlué
Io ero comunista perché un giorno, io e mia moglie, ci siamo messi a guardare le stelle a Montevecchia, violando la proprietà privata e infrangendo l'ottavo comandamento
Io ero comunista perché mi sono sposato in comune
Io ero comunista perché non mi sono ancora sposato in chiesa
Io ero comunista perché solo grazie al comunismo è possibile dare un significato concreto alla vita
Io ero comunista perché quando nominano Marx mi vengono i brividi
Io ero comunista perché amo i poeti russi
Io ero comunista perché ho nostalgia dell'URSS
Io ero comunista perché ho nostalgia della guerra fredda
Io ero comunista perché bevo volentieri la vodka
Io ero comunista perché gli americani non sono mai andati sulla Luna
Io ero comunista perché ho avuto il primo computer a 30 anni
Io ero comunista perché ho la macchina scassata, la bici scassata, la chitarra scassata, i vestiti di mio fratello e sono un disordinato cronico
Io ero comunista perché giocavo bene a pallone e male a tennis
Io ero comunista perché anche Gesù e gli apostoli lo erano
Io ero comunista perché mi sono laureato in ritardo, perdendo tempo a imparare a scrivere canzoni, e perché ancora oggi c'è chi ironizza pensando che chi si laurea in ritardo non può che essere un povero coglione
Io ero comunista perché non volevo che il mio gatto diventasse obeso
Io ero comunista perché il mio vicino di casa di Alleanza Nazionale mi sta sulle palle e un giorno ha tirato crudelmente per i capelli la figlia
Io ero comunista perché un giorno ho aperto un concerto dei Mercanti di Liquore alla Festa di Liberazione
Io ero comunista perché un giorno in piscina un mio amico mi ha detto che "Prodi è un simpaticone"
Io ero comunista perché da bambino raccoglievo le margherite per mia madre
Io ero comunista perché ho votato Adriano Poletti
Io ero comunista perché le comuniste la danno con maggiore facilità
Io ero comunista perché i comunisti sono 'tutti fratelli'
Io ero comunista perché non ho mai messo la cravatta
Io ero comunista perché quando ascolto "Io ero comunista" di Gaber me la faccio sotto
Io ero comunista perché odio il conformismo
Io ero comunista perché non sono un razzista
Io ero comunista perché quando vado a Milano mi fermo sempre a parlare con qualche extracomunitario, a costo di dovergli comprare tutti i braccialetti
Io ero comunista perché Piero Manzoni era comunista
Io ero comunista perché Woody Guthrie era comunista
Io ero comunista perché JPS era comunista
Io ero comunista perché quasi tutti i comunisti di oggi rappresentano esattamente ciò che io non vorrei essere: un non comunista

Short stories: "Il boomerang elettorale di un fascista di merda"

Prendo il metrò a Cologno, mi siedo e apro il giornale: Libero. Ieri ho scritto un pezzo per la pagina delle scienze sul deficit di attenzione e iperattività… Davanti a me si materializza un giovane sulla trentina con la maglietta di Emergency. Nota l'intestazione del giornale e senza remore si lascia scappare:
"Fascista di merda".
Storce la bocca.
La cosa mi diverte: primo perché non sono un fascista (ma nemmeno un comunista o un centrista se è per questo), secondo perché mi rendo conto che al mondo ci sono ancora in giro grottesche figure convinte che se uno legge Libero deve per forza essere un fascista. Menti limitate.
Divertito ma anche meravigliato dall'uscita del mio compagno di viaggio, ho un paio di chance alle quali appigliarmi: alzarmi e tirargli un pugno sui denti, o sorridergli e fare finta di niente. In realtà, rinuncio a entrambe, avendo in serbo una simpatica sorpresa per il mio amico. Di lì a poco, infatti, apro lo zaino e tiro fuori la 'mazzetta', la pigna di quotidiani che mi arriva tutti i giorni. Fra questi c'è anche L'Unità. Spiego dunque L'Unità e comincio a leggere. Sul viso del mio accompagnatore si disegna un esilarante punto interrogativo. Pare si chieda:
"Possibile che il 'fascista di merda' possa anche leggere L'Unità?".
E dunque gli rispondo mentalmente:
"Ebbene sì: al mondo esistono anche dei 'fascisti di merda' che leggono L'Unità, ma si tranquillizzi compagno, sono del tutto innocui e soprattutto non vanno più in giro col manganello".
Ritorno a Libero, mentre il discepolo di Emergency scende a Cimiano, il volto scuro come un lago di bitume. Apro e mi concentro sulla pagina della cultura dove, nuovamente, mi scontro con il suadente termine:
"Merda".
Questa volta però non riguarda le affermazioni banali e scontate di un improbabile rivoluzionario in ghingheri, bensì un libro da poco uscito ed edito da Effigie Edizioni. L'ha scritto un mantovano e si intitola "Zingari di merda". Tema, naturalmente, gli zingari, argomento che, guarda caso, ho appena affrontato, spulciando la cronaca di Sesto San Giovanni su Il Giorno. C'è di mezzo un prete che dice:
"Ai politici manca il coraggio".
"Di che?".
"Di fare qualcosa di concreto per i Rom".
"Perché?".
"Perché se un politico fa qualcosa per i Rom non prende più voti, e la sua carriera va a farsi friggere".
Si parla, in questi casi, di boomerang elettorale. Che coglione: non ci avevo mai pensato. Non ci avevo mai pensato soprattutto quando su Agrateforum invitavo Poletti e la sua ciurma a dar vita a un campo nomadi stabile ad Agrate Brianza: dicevo che ogni paese della Brianza dovrebbe investire un po' dei suoi quattrini – al posto magari di organizzare stagioni teatrali penose e pompose - per creare campi sicuri e organizzati per ospitare e integrare gli zingari, aggiungendo che questa è l'unica soluzione per evitare il collasso sociale al quale, temo, avanti di questo passo, siamo irrimediabilmente destinati. Chiudo con le parole del sacerdote intervistato da Rosario Palazzolo:
"Non spetta a noi trovare una ricetta, ma penso che un buon inizio potrebbe essere un tavolo istituzionale forte che affronti senza paura i problemi dei nomadi".

Short stories: "I preparativi per la festa di Capodanno"

“Ti piace?”.
“Tantissimo”.
“Tanto non te la darà mai”.
“Grazie per il conforto”
“Sono obiettivo. E poi adesso sta con quello lì”.
“Quel faccia da pirla”.
“Il biondone”.
“Il faccia da pirla”.
“Intanto canta benissimo le canzoni di Ron”.
“Preferisco avere il vaiolo che cantare le canzoni di Ron”.
“Tutta invidia”.
“A me piacciono Matt & Kim”.
“Chi?”.
“Un duo di Brooklyn che se potessi farglielo ascoltare... s’innamorerebbe di me all'istante”.
“Sogni ad occhi aperti. E comunque, cosa ci vuole a farle ascoltare Matt & Kim?”.
“Figurati. È già tanto se riesco a dirle ‘ciao’”.
“Se vuoi glieli faccio ascoltare io”.
“Non sarebbe la stessa cosa”.
“La ami proprio, eh?”.
“...”.
“Dai aiutami a sistemare le sedie”.
“Le sedie?”.
“Le sedie, verranno a vederci un mucchio persone. Lambretta mi ha ordinato di sistemare le sedie a lisca di pesce”.
“Ma perché toccano sempre a noi i lavori del cazzo?”.
“Per lo stesso motivo per cui lei non te la dà”.
“Non ti seguo”.
“Dove sei nato?”.
“A Bologna”.
“Quindi?”.
“Quindi cosa?”.
“Quindi siamo in piena recessione”.

mercoledì 22 dicembre 2010

Short stories: "I marturott de l'uratori"

Intervista?
Intervista.
Allora oggi parliamo di oratori...
Ve bene.
Cos'è l'oratorio?
Una struttura destinata ai giovani della chiesa cattolica.
È sempre stato così?
No. All'inizio, parliamo del Cinquecento, gli oratori venivano genericamente definiti piccoli luoghi di culto dove i fedeli si riunivano a pregare. Il termine oratorio deriva infatti dal latino "orare", pregare.
Chi creò il primo oratorio?
Probabilmente san Filippo Neri nel 1550.
Chi era san Filippo Neri?
"L'Apostolo della città di Roma". Questo, in realtà, era il suo soprannome. Divenne noto a partire dal 1538, anno in cui fondò una confraternita di laici che si incontravano per adorare Dio e per offrire aiuto a pellegrini e convalescenti.
Altri aneddoti?
Si dice che passasse molto tempo in preghiera, soprattutto di notte, nella catacomba di san Sebastiano. Qui, in particolare, nel 1544, sperimentò un'estasi di amore divino che gli procurò un danno permanente al cuore. Nel 1551 fu ordinato prete e andò a vivere nel convitto ecclesiastico di san Girolamo.
Lo scopo del primo oratorio?
Creare una comunità di religiosi e laici unita in un vincolo di mutua carità sullo stile degli apostoli.
Il passo successivo?
Quello di papa Gregorio XIII quando, nel 1575, fondò la Congregazione dell'Oratorio. Con questa azione concesse ai primi oratoriani la possibilità di incontrarsi nella chiesa di Santa Maria in Vallicella.
In molti credono che sia stato Giovanni Bosco a inventare l'oratorio…
È una credenza diffusa, ma sbagliata. Bosco, al limite, potrebbe essere definito l'inventore dell'oratorio moderno. In ogni caso viene molto dopo l'Apostolo di Roma.
Cosa c'è quindi fra san Filippo Neri e don Bosco?
Gli spagnoli, gli austriaci e i francesi.
Cioè?
Gli spagnoli dominano l'Italia dal 1535 al 1706. Non è un buon periodo per il Belpaese. I pochi oratori esistenti però non subiscono grossi scossoni. Nel 1609 ne nascono addirittura di nuovi, nove solo a Milano, per opera del cardinale Federigo Borromeo. Il discorso cambia radicalmente con l'arrivo degli austriaci che governano l'Italia dal 1707 al 1797. Gli Asburgo, nell'ambito del cosiddetto assolutismo illuminato, introducono numerose riforme amministrative, che hanno gravi ripercussioni su queste strutture ecclesiali. Molti oratori vengono soppressi. In più si hanno l'abolizione della censura ecclesiastica, lo scioglimento delle confraternite religiose, l'abrogazione di varie parrocchie.
Per quanto va avanti questa situazione?
Fino alla morte di Giuseppe II. Con il fallimento della sua politica, infatti, il governo austriaco diviene un po' più clemente, tanto che, il 2 luglio 1790, autorizza l'Intendenza di Milano alla restaurazione degli oratori.
Poi?
Arrivano i francesi: la Repubblica Cisalpina nasce nel 1797 con il trattato di Campoformio e gli austriaci che cedono parte del nord Italia a Napoleone. Dal 1802 al 1805, sempre sotto i francesi, è la volta della Repubblica italiana. In seguito Napoleone dà vita al Regno d'Italia incoronandosi imperatore. Gli oratori scricchiolano ed è in questo periodo che viene lanciata la moda di chiamare i giovani oratoriani "I marturott de l'uratori".
È la fine degli oratori…
Non proprio. Questa situazione prosegue fino alla caduta di Napoleone. Poi, con il ritorno degli austriaci, gli oratori cominciano a rifiorire.
Quali sono le tappe più significative di questo cammino?
Si parte con santa Maddalena di Canossa che, fra il 1802 e il 1808, dà vita alle prime strutture per accogliere e aiutare le prostitute di Verona; la santa stessa mise a disposizione il suo palazzo signorile. Nel 1831, nacque quindi il primo oratorio canossiano a Venezia con l'appoggio di papa Gregorio XVI. Con esso inizia la storia dei Figli della Carità-Canossiani.
Chi sono i canossiani?
Un istituto religioso maschile, il cui scopo è quello di dedicarsi alla formazione dei giovani all'interno degli oratori, tramite la catechesi. Oggi i canossiani sono presenti in molti Paesi fra cui Brasile, Filippine, India, Tanzania.
E don Bosco quando arriva?
Verso la fine della prima metà del Diciannovesimo secolo. È nel 1841, in particolare, che incontra dei giovani nella sacrestia della chiesa di San Francesco d'Assisi a Torino, per il primo di una serie di incontri di preghiera. In seguito, la passione educativa per i giovani, lo porta ad avvicinare sempre più ragazzi, tra i quali Domenico Savio. I primi affollati incontri avvengono dove capita. Solo nel giorno di Pasqua del 1846 l'oratorio si stabilisce definitivamente sotto una tettoia con vicino un prato, la famosa tettoia Pinardi a Valdocco.
Chi era Domenico Savio?
Il più giovane fra i santi non martiri.
Cosa possiamo ricordare di lui?
In occasione dell'onomastico di don Bosco, il sacerdote disse ai suoi ragazzi di scrivere su un biglietto ciò che desideravano, che lui avrebbe fatto di tutto per esaudirli. Domenico scrisse che il suo unico desiderio nella vita era farsi santo. Don Bosco gli tracciò quindi un progetto di vita basato su tre principi: allegria, studio, carità cristiana. Due anni dopo, Domenico con alcuni suoi amici fondò la "Compagnia dell'Immacolata": chi si iscriveva, si impegnava a vivere una vita intensamente cristiana e ad aiutare i bisognosi. A quindici anni morì di tubercolosi fra le braccia dei genitori. Le sue ultime parole furono: "Mamma non piangere, io vado in paradiso". Il 12 Giugno 1954 Papa Pio XII lo dichiarò santo.
Come prosegue la storia degli oratori?
Dopo l'esperienza di don Bosco l'oratorio diviene sempre più luogo di aggregazione e formazione, sia religiosa che umana. Le strutture esistenti si ingrandiscono e altre nuove sorgono un po' ovunque, soprattutto nel Nord Italia. Secondo il Resoconto della Congregazione Foranea del settembre 1904, dal 1830 al 1890, nascono nel milanese 22 oratori maschili e 33 femminili. Stando al Congresso nazionale degli oratori del 1902, dal 1890 al 1895, si aggiungono, sempre nel milanese, 18 oratori maschili e 21 femminili con una media di 8 oratori l'anno. Nello stesso periodo si ha una importante iniziativa editoriale: la pubblicazione del "Manuale direttivo degli oratori festivi e delle scuole di Religione". Le prime tirature del giornale sfiorano le 35mila copie. Solo a Milano, nel 1905, ci sono 30 oratori.
E in Brianza?
Anche in Brianza la realtà degli oratori è molto sentita, fin dal Diciannovesimo secolo. Dati raccolti nel 1907 nel corso del Convegno di Monza (13-15 agosto 1907) dicono che, fra i più vecchi oratori, ci sono quelli di Agrate e Vimercate. San Pietro di Agrate è attivo dal 1887 e frequentato da 390 persone. Quello di Vimercate, nasce ancor prima, nel 1862.
Oggi qual è la situazione degli oratori?
In questo momento, secondo la diocesi di Milano, in Lombardia, ci sono circa tremila oratori. In essi viene coinvolto quasi il 60 percento dei giovani sotto i 18 anni residenti in Lombardia. Oltre 100mila si stimano le presenze di volontari che programmano, organizzano e gestiscono le proposte educative. Ogni diocesi possiede un Ufficio preposto all'organizzazione e al coordinamento delle attività rivolte ai giovani in generale e al mondo oratoriano in particolare. Dal 2001 una serie di provvedimenti legislativi nazionali e regionali ha riconosciuto la "funzione sociale ed educativa svolta dagli oratori parrocchiali", promuovendo quindi la costruzione e la ristrutturazione delle strutture oratoriali.
Da chi è gestito l'oratorio?
Di solito dal parroco e da vari volontari. Nelle parrocchie più grandi, all'oratorio è associata la figura di un religioso, il curato, che ne coordina l'attività. Molto importante è anche il ruolo svolto dalle associazioni diffuse a livello parrocchiale come l'Azione Cattolica e l'AGESCI e delle associazioni oratoriali come ANSPI, CSI e PGS.
Perché è così forte il legame tra calcio e oratorio?
L'oratorio ha sempre avuto un rapporto molto stretto con il calcio. Molte squadre di paese, anche di buona categoria, hanno un'origine parrocchiale, proprio perché accadeva spesso che l'oratorio promuovesse la formazione della squadra locale. Molti giocatori famosi hanno cominciato a dare i primi calci al pallone in oratorio, come Franco Baresi e Giacinto Facchetti. Naturalmente l'oratorio non è una scuola sportiva, dunque il calcio ha solo un ruolo ricreativo.
E il calcio balilla?
È il gioco inventato dallo spagnolo Alejandro Finisterre che simula una partita di calcio, in cui i giocatori manovrano, in un tavolo da gioco apposito con sponde laterali, tramite barre (o stecche), le sagome di piccoli giocatori (detti omini o ometti), cercando di colpire con essi una pallina (da 32mm a 34mm di diametro con dei buchi se si vuole) per spingerla nella porta avversaria. Da sempre è uno dei giochi preferiti presenti negli oratori.
Quali sono le attività principali oratoriane?
Il catechismo e gli incontri di vario tipo per la comunità dei fedeli, il teatro, la musica e le sagre. L'attrezzatura sportiva e gli ambienti ricreativi rendono l'oratorio anche un luogo di aggregazione e di ritrovo per ragazzi. Inoltre la struttura può essere utilizzata per avvenimenti culturali o di rilevanza sociale, anche da altri enti esterni alla parrocchia. La presenza di animatori religiosi o laici permette attività per i ragazzi durante l'anno, come giochi, accompagnamento nello studio, attività di volontariato e caritative. Particolarmente vivace è il periodo estivo, durante il quale si propongono vacanze, (chiamati spesso campi estivi), vengono organizzati periodi di animazione e di giochi, chiamati GrEst (ovvero GRuppo ESTate o Gruppi Ricreativi ESTivi), EstRa o ER (Estate Ragazzi) o CRE (Centro Ricreativo Estivo), diffusi ormai in tutta Italia.

Come riconoscere un oratoriano doc:

1. Quando fa freddo, se uno veste leggero, non può fare a meno di chiedergli: "Non hai freddo?".
2. Quando fa caldo, se uno veste pesante, non può fare a meno di chiedergli: "Non hai caldo?".
3. Quando fa caldo, se uno indossa i pantaloni lunghi, non può fare a meno di dirgli: "Come fai a resistere senza i pantaloni corti?".
4. In caso di elezioni fa lo scrutatore o il segretario.
5. Se deve scegliere un disco da mettere difficilmente rinuncia all'ultimo Dire Straits, U2, Pink Floyd, e alla sempreverde colonna sonora di Jesus Christ Superstar.
6. Se deve scegliere un libro da portare in vacanza difficilmente rinuncia all'ultimo Coelho, Corona, Rowling.
7. Se va a vedere un film non può fare a meno di chiedersi: "Qual è il valore educativo di questo film?".
8. Se deve scegliere fra monti e mari, non ha dubbi a rispondere "monti".
9. Se deve scegliere una canzone da cantare in compagnia, non ha dubbi a rispondere: "Io vagabondo". L'alternativa è "Signore delle cime" (pezzo risalente al 1958 e tradotto in 134 lingue).
10. Se deve imprecare contro qualcosa o qualcuno raramente utilizza parole spinte e volgari, e in ogni caso, non bestemmia. Le frasi più comuni di cui si serve sono le seguenti: "fidi", "fide", "fidighez", "porco disi", "porco diaz", "porco due". Se uno fa una sciocchezza sotto i suoi occhi esordisce con: "Sei proprio un martello" o, esagerando, "sei proprio un pistolino".
11. Difficilmente, per non dire mai, entra in confidenza con gli emarginati del paese. Più per timidezza che menefreghismo.
12. Quando parla con degli sconosciuti tiene quasi sempre le braccia conserte.
13. Se qualcuno gli fa notare che veste qualcosa di bello od originale la sua risposta è sempre: "L'ho preso al mercato a 5 euro". Le alternative sono: "È di mio fratello" o "l'hanno regalato a mio zio che non lo voleva e l'ha dato a mio padre".
14. Se deve tifare per una squadra di solito tifa per la più forte, quindi la Juventus.
15. Non esagera mai col bere e col fumare, spesso però è un discreto intenditore di alcolici.
16. Se è un catechista insegna ai più piccoli che il sesso prematrimoniale è peccato. In realtà, per lui, il sesso è e rimane un vero tabù: non ne parla nemmeno con gli amici più intimi.
17. Non lo fa con avidità, ma è molto abile a scroccare: cene, viaggi, vestiti…
18. Se la cava a calcio, pallavolo e ping-pong. È una frana a tennis, basket, e skateboarding.
19. Difficilmente va in giro in disordine. Le sua marche preferite sono Timberland e Invicta.
20. Quando si sposa – rigorosamente in chiesa - è quasi certo che non pagherà il mutuo.