martedì 27 dicembre 2011

Il barbecue di Sebastien Tellier



Ok
Ho glorificato Dio
E adesso?
Piango miseria
Viva la repubblica
Sebastien Tellier
Ha appena comprato un nuovo barbecue
Sai che si fa col barbecue?
Per esempio si inseguono le libellule
Ci sono parecchie specie di libellule al mondo
Alcune con gli occhi che non vedono
Altre con gli occhi che fanno bistecche
Il fante di denari
L'hai giocato?
L'hai pescato?
L'hai condiviso?

lunedì 26 dicembre 2011

Senza retorica: "Un elettricista fuori moda"


Alba e tramonto
Di pensieri e parole
Come un buontempone
Alla ricerca del ghigno perduto
O di un se stesso caduto
Il primo del mese
Per le belle guance di una Rosalia
Venuta dal Sud
Compagna di merende
E tante altre elucubrazioni
Nella testa parecchi misteri 
Compresi i suoi capelli neri
Più o meno tranquilli
Eppure quello
Il più assurdo
Il più anormale
Di voler andare al mare
Non per vedere il mare
Ma per sentire
Come recitano le campane della riviera
Ché possono suonare così forte
Da stordire anche un sordo
Di quella volta che la notte sembrava agonizzare
Per inseguire una chimera
La sua chimera
La preziosa chimera del sacrestano
Sacre chi?
Eppure il sacrestano è un mestiere nobile
Un mestiere che si confà
A chi sa leggere il destino delle persone
Non un azzeccagarbugli, no di certo
Ma un uomo, immensamente tale
Con la convinzione di riuscire un giorno
Ad assaporare la polvere delle stelle
Come se negli astri ci fosse realmente polvere
Ma non una polvere qualsiasi
Bensì la polvere del creato
Quella che c'era anche prima di ogni prima
E che domani ci sarà ancora
Per ovvietà e costume
Sicché i traguardi dell'economia
Non lo interessavano da farlo incanutire
Lui era una specie di artigiano
Un elettricista fuori moda
Affascinato dalle allegorie
Ma non di certo dagli algoritmi
Spalleggiando chiunque se necessario
Pur a costo di finire
Con le chiappe abbrustolite
Fra commensali privi di ogni carisma
Assiepati intorno a un cenacolo disadorno
Il topino che regnava con lui
A sua insaputa
Recitava preghiere apocrife
Creando per la casa
Un'atmosfera perennemente natalizia
Ottocentesca, giammai vituperevole
E quando lo andavano a trovare
Lo trovavano perdutamente assopito
Un ago e un filo per rammendare
Cristalli di esistenza
Il ghiaccio delle strade
Falsificava il suo avvenire
Circoscrivendo parafrasi di sogni
Metafore e altre quisquilie
Non gli mancava, però, la fantasia
Benché avesse qualche problema con la fotosintesi
Commettendo suo malgrado l'errore
Di non adoprarsi al genio della Divina Commedia
Credendola un gioco per ragazzini
Se solo avesse saputo di Dante
Del suo vaticinare
Se lo sarebbe potuto fare amico
E poi chissà che favole sarebbero sorte dai loro incontri
Ma non a tutti purtroppo
È consentito di tracciare rette perfette
Non a tutti è dedicata la penitenza
Così, dunque, sono andate le cose
Il resto chiacchiera nel vento
Al sommo maestrale
Che ancora oggi, come ieri
Punta al mare

2011

venerdì 23 dicembre 2011

Senza retorica: "GMF"



GMF sta per Gian Matteo Ferrario. Non si sa molto di questo personaggio, ma è del tutto prevedibile la sua origine agratese, per via di un cognome tipico delle nostre lande. Le ricostruzioni biografiche riferiscono della nascita di Gian Matteo nel 1398: il suo vero nome, però, è Matteo de Gradi (vecchio nome di Agrate), in virtù dell'utilizzo del latinus vulgaris, che “pretende” la citazione dell'origine geografica di qualunque figura appartenente a una famiglia di spicco. Ma è, paradossalmente, per via di questo nominativo che si creano confusioni, portando alcuni biografi a riferire di un Gian Matteo proveniente da Grado, località friulana, che non ha nulla a che vedere con Agrate, né con il personaggio brianzolo, storicamente accertato. Diventa medico e presta il suo servizio presso l'Università di Pavia; cura la duchessa Bianca Maria Sforza, secondogenita del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza e di Bona di Savoia, forse ammalata di anoressia, e molti altri nobili del tempo. Si dedica totalmente alla professione, al punto da rinunciare a farsi una famiglia, prendere moglie e mettere al mondo dei figli. Ma ha un nipote, Matteo, al quale è molto legato, che erediterà il suo sapere e la sua vocazione. Alla professione di medico affianca quella di provetto anatomista, disciplina condivisa da Leonardo Da Vinci, prevedibilmente al fianco di Bianca Maria Sforza nel suo viaggio verso il Tirolo, quale sposa di Massimiliano I d'Asburgo. Dà alle stampe vari volumi di anatomia che conquistano anche la Francia e l'Inghilterra, altresì diffondendo in Europa la sua fama. Negli ultimi anni di vita si avvicina alla medicina araba di Averroe, (nome latinizzato di Abul Walid Mohammad Ibn Rushd) e Avicenna (Abu Ali al-husain ibn-Sina), due giganti della scienza medica del nuovo millennio. Gian Matteo va avanti a studiare per decenni, spegnendosi nel 1496, ormai prossimo al compimento del centesimo anno di età. GMF immagina, dunque, il giorno in cui Gian Matteo lascia Agrate per Pavia e per servire la corte degli Sforza. Si può pensare a un giorno qualunque compreso fra il 1416 e il 1425, con un paese ben diverso da quello odierno, caratterizzato perlopiù da case in legno che non reggono per più di una generazione. Il baricentro del borgo è spostato verso la chiesetta di Santa Maria, dove vengono officiate le funzioni eucaristiche più importanti: la piazza sant'Eusebio non esiste, c'è solo una cappelletta a rappresentare il futuro cuore della comunità; semmai, come alternativa a Santa Maria, si fa riferimento alla chiesetta di San Donnino, oggi completamente scomparsa, probabilmente presente lungo l'antica arteria che collegava Agrate alla Monza-Melzo. Il paese è in festa e Gian Matteo Ferrario, al suono delle campane, saluta la madre e i familiari con i suoi “ferri del mestiere” per un'avventura umana e professionale straordinaria, che ancora oggi risuona nell'animo degli agratesi: non per niente gli è stata dedicata una via, per secoli la più importante contrada del paese.
 

 GMF la domenica mattina
Che belli gli occhi di una donna che cammina
Suonano le campane perché domattina
È l'ora di partire

E l'ora di partire è un po’ come morire
Ma non l'avessi mai saputo è questo il mio mestiere
Curare il fegato, curare le indisposizioni
Della gente

RIT. Io sono un medico, un po’ dispotico, ma non nevrotico
Probabilmente vivo la mia professione, con gran passione e versatilità
Io sono un pratico, un diplomatico, benché antipatico
Probabilmente vivo nella convinzione, della ragione senza arbitrarietà

GMF brilla il fuoco di un camino
Arrivederci mamma, parto col sorriso
Parto con le pinze, e pure il bisturi
E l'anestetico

E un giorno col mio nome chiameranno la via
Via Gian Matteo Ferrario suona già poesia
Evviva Carlo IV e l'università
Di Pavia

RIT. Io sono un medico, un po’ dispotico, ma non nevrotico
Probabilmente vivo la mia professione, con gran passione e versatilità
Io sono un pratico, un cibernetico, benché antipatico
Probabilmente vivo nella convinzione, della ragione senza arbitrarietà

GMF non sono solo benestanti
Bianca Maria Sforza è solo una fra i tanti
Ci vuol coraggio, ci vuol tanta disciplina
Per non cadere

E la malaria non è l'unica sconfitta
Ci sono dolori che la storia non comprende
Ci sono piaceri che non possono durare
Per l'eternità

RIT. Io sono un medico, un po’ dispotico, ma non nevrotico
Probabilmente vivo la mia professione, con gran passione e versatilità
Io sono un pratico, un matematico, benché antipatico
Probabilmente vivo nella convinzione, della ragione senza arbitrarietà

2011

domenica 18 dicembre 2011

Ombrelloni


Sale di mare
Il mare del sale
Marini non marini
Conchiglie e assassini
Mare e conchiglie
Rosmarino e timo e salvia
Marittimi e mareggiate
Mario Merola in concerto
A Chioggia
Mentre cala il sole
Si chiudono gli ombrelloni
E la festa è finita

Senza retorica: "Podestà forestiero"

Il termine podestà è legato soprattutto al Medioevo. Tuttavia la nomea permane anche nel Settecento e nell'Ottocento, soprattutto nei centri soggetti al dominio austro-ungarico, per definire il ruolo di sindaco. I primi cittadini del Diciannovesimo secolo vengono quasi tutti da fuori, abitando perlopiù a Milano, e giungendo in Brianza per amministrare i propri beni. Fra le famiglie più influenti dell'Ottocento agratese ci sono gli Schira, che abitano in via G.M. Ferrario, presso l'attuale Villa Corneliani, di età tardo-barocca. Le due figure maggiormente significative sono Pietro Schira e Francesco Schira, padre e figlio. La canzone immagina dunque l'arrivo del nuovo podestà in paese, visto come uno straniero a tutti gli effetti, forse un palestinese, uno spagnolo, o forse... un napoletano. I popolani sono in fermento e lo accolgono cercando di imitare quel poco che sanno del vernacolo vesuviano...
E arriva con quegli occhi neri neri e quella faccia da borghese
E arriva con la pelle butterata e il taglio di un palestinese
E arriva con quegli occhi scuri scuri e l'arroganza di un carabiniere
E arriva con la spada nel cappotto e nella tasca un giardiniere

E arriva con la moglie moglie proveniente dall'Andalusia
E arriva col pretesto d'allargare presto la sua fattoria
E arriva con un mucchio di domande e di risposte da salvare
E arriva con un cavaliere errante e mille cose da non fare

RIT: Cumm'è ca facimm cumm'è ca sa fa
Statevene accuort sta arrivando o' podestà

E arriva con la sigaretta accesa e un dente avvelenato
E arriva con un francobollo in fronte ricordo di un soldato
E arriva con la scimitarra principe dei polentoni
E arriva con un cardinale figlio e padre del Manzoni

E arriva un pomeriggio bigio e storto con l'erba da falciare
E arriva con la diligenza che dai monti porta al mare
E arriva con le guance rosse e l'incoscienza di un bambino
E arriva con cinquantatre valigie e il passo di un becchino

RIT: Cumm'è ca facimm cumm'è ca sa fa
Statevene accuort sta arrivando o' podestà

E arriva con i pantaloni a righe e la camicia da borbone
E arriva con un cappellaccio strambo e l'aria da cialtrone
E arriva con il portafoglio gonfio di portafortuna
E arriva quando è quasi l'ora di rispondere alla luna

E arriva con il ghigno soddisfatto dell'inquisitore  
E arriva con un mandolino che consegnerà al fattore
E arriva con la bocca asciutta per la sete e l'agonia 
E arriva per discorrere di caccia grossa e poesia

RIT: Cumm'è ca facimm cumm'è ca sa fa
Statevene accuort sta arrivando ò podestà

2011

mercoledì 14 dicembre 2011

Storie del tutto... e di niente


Sembrerebbe che negli ultimi tempi io Bill abbiamo gli stessi interessi, con queste storie del tutto e di niente... benché egli sia di tutt'altra stazza! 

domenica 11 dicembre 2011

Un sorso di vino o di te


Buongiorno bughino bughetto
Caduto ai piedi del letto
E ieri sul palco dei Magazzini
Senza ben far notare i calzini
Siffatto a due passi da me
Un cantautore che ancora non c'è
Di nome risponde Alessandro
Cognome Canzian canziandro
Impavido sorriso di notte
L'Elisa che danza alla botte
Di vino servito alle tre
Un sorso di vino o di te
Te che non vale un buon tè
Perché te non significa tè
Insomma chi intendere intenda
Una briscola per cena o merenda
No, altro da dire non c'è
Se non che domani… è lunedì

Senza retorica: "Quaderni gotici"

«Maestro, ma gli artisti e i poeti sono tutti morti? Non ne esistono più?». È la domanda che venne posta da un bimbo agratese nel 1957 a Enzo Bontempi, uno dei maestri dell'epoca. L'insegnante mosso da questo inaspettato interrogativo, si convinse a contattare alcuni fra i più importanti rappresentanti dell'intellighenzia artistica del tempo, per mostrare ai propri scolari che l'arte è eterna, e ogni periodo è degnamente rappresentato da personaggi di tutto riguardo. Fra il 1957 e il 1963 raccolse così innumerevoli opere – in pratica una “collezione” nel vero senso del termine, che ancora oggi possiamo rimirare - coinvolgendo figure leggendarie come Mario Luzi, Salvatore Quasimodo, Lucio Fontana, Ernesto Treccani, Giorgio Caproni e molti altri. Quaderni Gotici (dall'opera “Quaderno Gotico” del 1947 di Mario Luzi) è costruita su una fantomatica filastrocca composta da un gruppo di ragazzini agratesi degli anni Cinquanta, dedicandola a un maestro coi fiocchi, che per tanti anni avrebbero portato nel loro cuore. 


Prendi la biglia
Che parapiglia
Guarda che biglia
Sulle tue ciglia
Lunghe le ciglia
Non è mia figlia
Troppe le miglia
Dalla tua biglia
Sulla bottiglia
Senza fanghiglia
Bella la biglia
Che meraviglia

Dammi la biglia
Sulle tue ciglia
Che parapiglia
Sembra vaniglia
Macché vaniglia
È solo una biglia
Che si scompiglia
Che ci consiglia
Che si aggroviglia
Alla caviglia
Viva la biglia
Sulle tue ciglia

Salvatore Quasimodo
Bonifacio
Giorgio Caproni
Corrado Govoni
Mario Luzi
Michele Cascella
Lucio Fontana
Arnaldo Pomodoro
Giò Pomodoro
Ermanno Pittigliani
Luciano Minguzzi
Leonardo Spreafico
Gaetano Tanzi
Ernesto Treccani
Loris Ferrari
Giuseppe Guerreschi…

Fante di cuori
Mazzo di fiori
Mille colori
Multicolori
Giorni migliori
Notti migliori
Troppi rumori
Quanti dolori
Vecchi signori
Son disonori
Non minatori
Non muratori

2011

giovedì 8 dicembre 2011

Affari condominiali: secondo piano, appartamento D


Menage à trois si dice in francese. Ma qui non eravamo in Francia, bensì a Omate, in corrispondenza dell'appartamento D del secondo piano del più famoso palazzone del borgo, quello dove abitavano i coniugi Villa, insieme da quasi quarant'anni, con un figlio ormai grande, sposato da tempo e lontano dalle vicissitudini dei genitori; era convolato a nozze con Enrichetta Bonalumi, una tipa tutto pepe, coi capelli corti e gli occhi scuri, appassionata di oroscopi e dei Duran Duran. Ada Balconi era una donnona sui sessanta anni, con una folta capigliatura bionda e un corpo non esattamente sinuoso: da anni lottava per perdere un po' di ciccia, ma non c'era verso di riuscire a vincere la sfida con i chili di troppo. Bastava un banale e misero cioccolatino a mandare in fumo ogni suo buon proposito e restituirle in un brevissimo lasso temporale l'adipe eliminato a costo di disumani sacrifici. E ai cioccolatini difficilmente riusciva dire no. Una volta lavorava come sarta in un negozio di Concorezzo, dalle parti della piscina, un open space che se non fosse stato per i colori dei tessuti che lo riempivano, sarebbe potuto benissimo assomigliare a una brulla e gelida autorimessa. Andare al lavoro, comunque, non le pesava minimamente. Era auto munita, e con le colleghe, che conosceva da anni, si trovava felicemente a suo agio. Parlava di tutto e di più. Parlava sempre. Ogni pretesto era buono per inventarsi qualcosa da dire, qualche pettegolezzo, una storia piccante, una vicenda sinistra, un traguardo da raggiungere, un regalo da riciclare... È certo una prerogativa femminile quella di sproloquiare senza fine, ma in Ada, quest'attitudine, era addirittura esasperante, era davvero una logorroica di prima categoria. Tuttavia sembrava non dare fastidio alle compagne di vita, tutte tendenzialmente meno emancipate e sfrontate di lei, ben felici, quindi, di avere una collega piena di risorse e con sempre qualche bella e fresca news da comunicare. Perlomeno non era una di quelle musone che non fanno che lamentarsi tutto il giorno. Con Ada, per un motivo o per l'altro, c'era da ridere, e questo bastava a farla apprezzare e desiderare all'unanimità. Con la fine del lavoro aveva mantenuto i contatti con il vecchio personale, e non di rado faceva un salto a Concorezzo per far visita alle vecchie amiche.
«Buongiorno a tutte, sono arrivata», si presentava con gioia sopraffina, come se fino a quel momento le lavoranti non avessero aspettato che lei.
Prendeva un caffè con la lei di turno disposta a darle maggiore corda, ed era capace di trascorrere un intero pomeriggio presso il vecchio laboratorio tessile.
Il marito si chiamava Antonio e, quasi beffa del destino, era il più silenzioso uomo della terra, un signore di mezza età che non parlava mai, se non con se stesso per raccontarsi qualche turpe voglia o una nuova paranoia esistenziale. Sembrava, dunque, che si fossero messi insieme per controbilanciare al meglio le loro tendenze caratteriali. Di quel che non diceva il marito, in pratica, si prendeva carico la moglie, come se avesse il potere di filtrare nella mente del poveruomo, per rivelare al mondo ogni sua necessità, gioia o tristezza. In realtà il più delle volte prendeva dei granchi pazzeschi, facendo storcere la bocca al partner ormai rassegnato ai deliri dell'amata. Anche Antonio Villa era in pensione. Per anni aveva fatto il pendolare Agrate-Dalmine, lavorava presso una ditta di traslochi. Lui, naturalmente, non ne faceva, ma viveva in ufficio, diramando per ogni dove squadre di operai addestrati per trasportare divani, armadi e cucine. La sua aria taciturna aveva però un risvolto ben più pragmatico: il marito di Ada soffriva di varie disfunzioni ormonali, tali da renderlo pigro, apatico e insoddisfatto di tutto e tutti. C'erano di mezzo la tiroide, le surrenali e forse addirittura l'ipofisi, niente di veramente grave, ma agli occhi di chi gli stava vicino non poteva che sembrare un extraterrestre. Molte voci lontane dal suo vivere quotidiano parlavano di lui come di un uomo perennemente afflitto dall'esaurimento nervoso. La vitalità, del resto, non sapeva nemmeno cosa fosse. In giro sempre con lo stesso sguardo basso e triste, sembrava uno zombie. La coppia viveva sopra la Gariboldi, in un appartamento simile a quello della quarantenne. La porta principale dava sulla sala, organizzata in un confortevole spazio circondato dai divani e da un lungo tavolo che conduceva al balcone principale dell'appartamento, con gli occhi puntati verso nord. La cucina era direttamente collegata alla sala, separata da una parete dalla breve anticamera che conduceva alle stanze e ai bagni. La signora Villa badava alla casa con meticolosità, mantenendola ordinata e pulita. Al marito indicava il da farsi, costringendolo a lavare pavimenti e finestre, faccende che giudicava troppo pesanti per una donna di classe come lei. Un angolo della casa era arricchito da un mobile pieno di cristalli di Swarovski. Un pallino di Ada, fin dai tempi della giovinezza. Sapeva tutto del mondo Swarovski. Aveva perfino chiesto al marito di portarla a fare un giro a Innsbruck, dove ha sede la casa madre. E il marito non aveva potuto far altro che assecondare, ancora una volta, il volere della moglie.
Dopo il matrimonio del figlio e la pensione avevano iniziato a frequentare un corso di ballo. Antonio, all'inizio, non ne aveva voluto sapere, ma poi la moglie era riuscita a convincerlo. Ci aveva messo lo zampino anche il medico di famiglia, Mattia Ponente, suggerendo alla coppia che un po' di moto faceva molto bene, al fisico e alla mente, specialmente in soggetti arrendevoli come Antonio. Erano, quindi, partiti: liscio, valzer, tango, foxtrot… Antonio, i primi tempi, sembrava davvero un pesce fuor d'acqua, si muoveva come un robot, con gli arti rigidi e la mente ingolfata dalla timidezza. Incespicava nelle zampe di Ada come un elefante a una corsa a ostacoli. La donna, però, sembrava comprensiva e non si scomponeva più di tanto se combinavano qualche casino e non rispettavano i passi ordinati dal maestro. L'insegnante si chiamava Lucio Proserpio e sapeva bene che non valeva la pena accanirsi sui principianti, benché conscio del fatto che raramente gli fosse capitata una coppia così maldestra. Diceva loro, pertanto, di non abbattersi, che tutto sommato erano in costante miglioramento, assicurandogli che nel giro di pochi anni sarebbero diventati una coppia di ballerini provetti. Ada gongolava, Antonio gli dedicava un sorriso striminzito, pregando Dio di levarlo da quell'impiccio. Ma alla fine s'era abituato anche lui a frequentare il corso di bello, e a familiarizzare, a modo suo, con gli altri iscritti, vivendo con meno angoscia i miseri risultati fin lì ottenuti.
I corsi di ballo si tenevano presso la palestra della scuola di Omate, una palestra risalente agli anni Settanta, con un campo di basket che racchiudeva al suo interno – delimitato da specifiche linee colorate sul pavimento in pvc – l'area destinata ai giocatori di pallavolo e pallamano. Così aveva deciso il comune con un'ordinanza rilasciata un paio di anni prima, motivo di discordie con il personale scolastico che non voleva avere a che fare con altre strutture presenti in paese. Tutt'intorno risaltavano spalliere, travi, cavalli, corde, materassini, materassoni, pertiche, palloni gonfi e sgonfi... C'era una lunga fila di finestre nella parte più alta della palestra, dalla quale filtravano i raggi del sole, benché di solito, all'ora del ballo, fossero soprattutto le luci al neon a risplendere sul gruppo di ballerini omatesi. Di fianco all'ingresso, un breve corridoio, accompagnava agli spogliatoi: a sinistra quelli femminili, a destra quelli maschili.
Fra i vari partecipanti all'incontro bisettimanale c'era anche Angelo Missaglia, aitante sessantacinquenne di belle speranze, sempre abbronzato e su di giri, fresco come una rosa e dalla parlantina sciolta. Da anni viveva separato dalla moglie che dimorava, con la loro unica figlia, in un appartamento a Cesano Boscone. Data la sua condizione di single non erano rare le volte che si faceva spregiudicatamente avanti con qualche donna. Si poteva ritenere un esperto in materia di conquiste, benché gli fosse capitato di ricorrere anche a squallidi incontri a pagamento per soddisfare certi suoi bisogni. In fondo gli andavano bene un po' tutte, purché avessero due belle tette e un bel didietro. Anche l'età non gli interessava. Anzi, con certe anzianotte sapeva di potersi muovere con maggiore autorevolezza e ottenere più di quello che era in grado di offrire. Sicché aveva messo gli occhi su Ada dalla prima lezione di ballo, verificando compiaciuto, con l'aria sorniona del marito, la spregiudicatezza della signora, una specie di sua alter ego, con la quale non sarebbe potuto non andare d'accordo: insieme avrebbero fatto faville. Ci voleva però il momento adatto per farsi avanti, e non correre il rischio di essere scambiato per un viscido terzo incomodo. Ma sapeva bene in che modo comportarsi, partendo dal presupposto che era uno dei migliori ballerini in circolazione e che, non avendo una partner fissa, era solito coccolare qua e là qualche dama per chiederle di concedergli un ballo. Circostanza che veniva quasi sempre assecondata, spesso per educazione. Ma con Ada le cose erano andate addirittura meglio del previsto.
La prima volta che le aveva chiesto di ballare, era una sera triste e piovosa. L'autunno stava ormai lasciando lo spazio all'inverno e le persone avevano cominciato a esibire abiti pesanti. A qualche ballerino, soprattutto fra quelli più in là con gli anni, dolevano le ossa, per l'umidità assorbita durante le ultime ore. Antonio era ancora più sottotono del solito, e faceva di tutto per trovare una scusa per isolarsi, sedersi da qualche parte e limitarsi a guardare gli altri girovagare per la palestra, stretti in coppie ridanciane. Durante la pausa s'era, dunque, catapultato sull'unica panchina che regnava sotto le pertiche e lì era rimasto beatamente nascosto dal clamore, immaginandosi già lungo e tirato sul divano a vedere la tv. Trascorreva intere serate in orizzontale con il tubo catodico a un tiro di schioppo. La sua passione erano i rotocalchi sportivi, ma non disdegnava anche serial tv come Dallas o Dinasty. Sicché Angelo, senza pensarci due volte, aveva preso la palla al balzo:
«La signora questa sera è rimasta senza cavaliere?».
Ada era andata in visibilio. Da tempo notava e ammirava il carisma di Angelo, tutto il contrario del suo amato maritino, tanto docile, quanto noioso come la messa del parroco la domenica sera.
«A quanto sembra mi hanno lasciata a spasso».
«Vorrà allora dedicarmi questo ballo?».
Ada era arrossita d'un colpo, col sottofondo di un mirabolante tango di Shostakovich; uno di quei brani che, per certi animi sensibili – qual era, appunto, quello della signora Villa - hanno il potere di creare atmosfere lontane dal vivere quotidiano, così romantiche, per non dire trascendentali. Le era già capitato di ballare con altri uomini, ma questo invito così diretto le aveva procurato un brivido tanto intenso da farla traballare su se stessa. Peraltro, senza rendersene conto, era da tempo che ambiva a un primo fatidico incontro con Angelo, l'uomo più brillante e affascinante del corso. Quest'ultimo l'aveva stretta a sé, cingendole la vita come un arpione, investendo senza tante remore con il suo torace possente, il seno strabordante della bionda signora. Ad Ada era andato il sangue alla testa, godendo dell'idea di un uomo tanto focoso e turbolento. La performance era partita così bene che gli altri ballerini s'erano fatti presto da parte, distribuendosi lungo il perimetro della pista, per consentire alla originale coppia di vorticare su se stessa nella più totale libertà. La gonna di Ada veleggiava, mentre le sue guance bruciavano, e il cavaliere scivolava come un pattinatore. Un caschè per chiudere, degno di un accompagnamento dal vivo di Piazzolla, e i presenti erano scoppiati in un fragoroso applauso, incrementando l'estasi di Ada. Il marito aveva osservato da lontano la scena, chiedendosi cosa ci fosse di tanto eclatante nel vedere ballare sua moglie con un piccoletto mezzo pelato. Al termine della serata, Ada aveva salutato il principe azzurro con un cenno della mano, elegante quanto malizioso. Lui aveva contraccambiato con un vivace gioco di sguardi, alludendo a un futuro ancora tutto da inventare.
Ada e il marito erano rincasati con umori opposti. La prima era al settimo cielo, cinguettava come una gazza in una gioielleria. Il ballo improvvisato con Angelo le aveva conferito una carica inimmaginata, non stava più nella pelle; s'era, perfino, rivolta al marito per chiedergli un parere sul suo exploit, ma quest'ultimo s'era eclissato con uno sbuffo di disappunto. Per poco non si addormentava al volante. Il suo metabolismo pareva addirittura più lento delle altre volte, già devastato dall'inesorabile sconquasso ormonale. A casa non si era nemmeno sdraiato sul divano, ma era filato a letto di corsa, come un ragazzetto delle medie dopo una partita a calcio serale. Ada, invece, aveva impiegato più tempo a prendere sonno, elettrizzata da presentimenti a dir poco eccitanti.
Dopo qualche settimana dal rocambolesco ballo, Ada e Angelo s'erano rivisti nei pressi della corte del Forno, fra le principali strutture ottocentesche della contrada omatese; un tempo pullulava di vita, ma ora stava lentamente perdendo i pezzi sotto il peso degli agenti atmosferici e dell'usura dei tanti abitanti che l'avevano fin lì occupata. Lei rincasava per preparare la cena, lui bighellonava in attesa dell'ennesimo pesce fuor d'acqua con cui scambiare due chiacchiere. Ada, ciarliera come non mai e così aggraziata da stuzzicare il suo animo febbricitante, era quanto di meglio potesse capitargli fra le grinfie. Il cielo splendeva in un beato rosseggiare, mentre l'aria s'era fatta decisamente più fredda; non c'era l'umidità dei giorni passati, ma la colonnina di mercurio dettava numeri inconsulti e lasciava presagire a una gelata imminente.
«Sto correndo a far da mangiare».
«Come mai tanta fretta?».
«Stasera non c'è mio marito e voglio sbrigarmi il prima possibile per andare a trovare una mia cara amica».
Angelo l'aveva buttata lì, più per ridere che altro.
«Allora prepari qualcosa anche per me?».
Ada aveva brillato di contentezza, regalando all'interlocutore un sorriso speciale.
«Che prepari di bello?», le aveva domandato Angelo.
«Stasera mi faccio qualcosa di leggero, ma se vieni anche tu, penserei a qualcosa di un po' più stuzzicante, magari una bella pasta al pesto».
«E allora? La pasta al pesto? Il mio piatto preferito. Ormai ti ho incastrata».
I due s'erano accompagnati con passo spedito verso il portone del palazzone omatese e, liberatesi degli abiti pesanti, s'erano fiondati in cucina a preparare da mangiare. Strada facendo non avevano incrociato altri condomini, ma nemmeno s'erano posti il problema di non farsi notare. In fondo che facevano di male? Due amici non possono cenare insieme? Appunto. Ma Angelo non era solo un amico, e Ada non era solo un'apprendista ballerina, innocentemente felice di fare due salti con uno un po' più smaliziato di lei. Il concetto era ormai passato abbastanza limpidamente per entrambe le teste. Tutte le volte che il loro sguardo si era incrociato durante le ultime lezioni, erano, di fatto, state occhiate di furore, sospinte da voglie carnali che, almeno Ada, non riconosceva più. Sentiva di amare come sempre il marito, ma comprendeva che ormai la passione provata per lui s'era trasformata in una scatola di cioccolatini scaduti dal battesimo del figlio. E con ciò era detto tutto. La passione è il sale di una relazione, se mancava quella, addio, valeva come il nudo sentimento che unisce due nonni, lo sapeva benissimo. Eppure rifletteva sul fatto che i suoi appetiti sessuali erano costantemente svegli, ricettivi, e forse era stato proprio Angelo con la sua vivacità a renderli di nuovo perscrutabili.
«Dai, smettila!», aveva reclamato Ada ai fornelli, ridendo, mentre Angelo la pizzicava ai fianchi, saltellandole intorno come un grillo.
«Non dirmi che tuo marito non ti fa mai il solletico».
«Con mio marito faccio altro».
Ahi. Erano andati avanti a scherzare con questo tono durante l'intera cena, prima di abbandonarsi sul divano con una tazza di caffè fra le mani.
«Buono sto caffè, si vede che l'ho fatto io».
«Sottintendi che la mia cucina non è stata di tuo gradimento?».
Ada aveva appena finito di pronunciare la parola gradimento che s'era ritrovata la lingua di Angelo fra i denti, compreso il pezzetto di insalata che dal dopocena in poi aveva visto campeggiare sul un suo incisivo ogni volta che sorrideva. Non era stato un grande spettacolo, tuttavia non le era sembrato il caso di fargli notare un particolare che avrebbe potuto non gradire. Non valeva la pena rovinare il momento idilliaco. Ma con il muscolo linguale del partner che ravanava fra le sue papille gustative con una foga assurda, per poco non le era venuta una sincope. Non era più abituata a certe cose - dacché era sposata almeno, non sapeva più cosa significasse baciare profusamente qualcuno - ma ne era felicissima. Da lì il passo all'apoteosi era stato breve, ritrovandosi così uno sopra all'altro con le mirabolanti tette di Ada che danzavano come palloni ad aria compressa sospinti dal maestrale, sopra l'ombelico arabescheggiante del partner, in preda a un'estasi sopraffina.
«Mi è piaciuto moltissimo», aveva detto lei, mentre Angelo sorrideva sornione, come un orso dopo un lauto pranzo a base di miele.
«Ma tu stasera non dovevi andare a trovare la tua amica?».
«Oddio, quella la posso sempre vedere. L'Angela? Figurati...».
Il tempo di rimettersi in sesto - con le mutande di Ada finite chissà come su un braccio del lampadario, e la canottiera di Angelo strappata da un morso selvaggio della signora Villa - e la chiave della porta aveva preso a girare da sinistra a destra. Qualcuno evidentemente stava cercando di entrare e questo qualcuno non poteva che essere Antonio. Antonio, il marito cornuto. Vedendoli era rimasto di sasso per un paio di secondi, simile al tempo che si dedica a ciò che non può interessare di meno.
«Buonasera», aveva detto, rifugiandosi in camera con il solito capo chino.
Ada e Angelo s'erano guardati con aria attonita, invasi da pensieri fulminei e sconclusionati.
«Non mi avevi detto che sarebbe rincasato?», aveva mugugnato sottovoce il focoso amante, con l'aria perdutamente allibita.
«Non mi ero accorta che fosse così tardi».
«Beh, sarà meglio che io vada».
«Di già?».
Ada gli aveva regalato un sorriso pieno d'amore, del tutto scevro dalla colpa di aver spudoratamente tradito il marito. Tutto era filato liscio come l'olio; quando aveva raggiunto la camera da letto, Antonio stava già dormendo beato, come un bambino accanto all'orsacchiotto preferito; e avrebbe dormito tutta notte sereno come una pasqua.
L'indomani avevano fatto colazione come se nulla fosse accaduto, senza dare minimamente peso ai risvolti eccezionali della sera prima. Non una domanda, non un commento, come se Angelo non fosse mai stato presente in casa Villa. Ada aveva dato un bacio sulla testa al marito, mentre quest'ultimo si destreggiava con una fetta di pane e marmellata, suscitando la sua disapprovazione: proprio ciò che accadeva tutte le volte che si proponeva con un gesto di affetto. Dopo qualche minuto gli aveva chiesto com'erano andate le cose durante la sera appena trascorsa. Lui aveva annuito, sottintendendo che non c'erano stati problemi. Ma il vero scopo della domanda era un altro: Ada voleva capire se il marito c'era rimasto male. Di fronte al suo silenzio, però, s'era resa conto che qualcosa non quadrava. Praticamente era stata beccata con le mani nel sacco, ma ad Antonio sembrava che non gliene importasse nulla. A questo punto era stata vinta da un pensiero che cominciava a fare male: Antonio non l'amava più? E il suo perenne stato catatonico era per via della tristezza patita dal dover stare insieme a una donna per la quale non si prova più alcunché? Il pensiero l'aveva attanagliata per l'intera mattinata e all'ora di pranzo non era proprio riuscita a trattenersi dal coinvolgere direttamente la dolce metà.
«Antonio... ma tu mi ami ancora?».
Ad Antonio era andato di traverso il vino. Un po' di bollicine gli erano filtrate dal naso facendogli per un attimo mancare il respiro, tipo quando veniva colto dall'asma durante la notte. Una domanda del genere gli era stata posta l'ultima volta, probabilmente, negli anni Cinquanta, un mucchio di tempo prima.
«Scusa caro, non volevo scombussolarti... ma mi ami ancora? Ti prego, me lo dici?».
Antonio s'era ripreso a fatica e alla fine s'era pronunciato con una risposta quantomeno evasiva:
«Non lo so».
«Non lo so? Che risposta è non lo so?».
«È la risposta più sensata che potessi darti».
Ada era crollata sulla sedia come un peso morto, mentre il marito continuava imperterrito ad abbuffarsi. Per la prima volta in vita sua, s'era sentita a disagio nel gestire un rapporto che sentiva pienamente suo. Mai, fino a quel momento, in quasi quarant'anni di matrimonio, s'era immaginata che il caro marito potesse essersi disinnamorato di lei. Chi, del resto, si sarebbe potuta disinnamorare di una persona così energica e solare? Era pura pazzia. Ma forse le cose stavano proprio così. Antonio parlava poco, pochissimo, ma quelle poche parole le pesava con una meticolosità impressionante e, dunque, era assai scarso il rischio che potessero non essere autentiche. Se aveva detto “non lo so”, era “non lo so”. E se era davvero “non lo so”, volendo guardare il bicchiere mezzo pieno, benché il pessimismo non fosse una sua prerogativa, era come dire “no”. Ada s'era rialzata in silenzio e s'era messa a lavare piatti, posate e bicchieri, stranamente taciturna. Con fare meditabondo aveva sistemato le stoviglie nella vicina credenza, lustrandosi di tanto in tanto gli occhi, come in preda a una congiuntivite assillante. Sentiva che il suo approccio alla vita era in procinto di cambiare radicalmente. E che doveva assolutamente farne parola con le colleghe di Concorezzo. La conoscevano da anni e avrebbero potuto esprimerle un parere tale da giustificare la sua nuova situazione sentimentale. Doveva parlarne anche con Odoacre, il figlio, che in media vedeva una volta la settimana e col quale, tutto sommato, aveva un bel rapporto; peraltro, almeno dal punto di vista caratteriale, le assomigliava e bastava poco per capirsi. Aveva tradito il marito, con un uomo che era riuscito a farla sentire donna, come da tempo non accadeva, ma cosa ancora più grave, s'era nel contempo resa conto che la persona con cui divideva il letto da anni, molto probabilmente, stava con lei solo perché non aveva un altro tetto dove andare a ripararsi.
Con questi presupposti, nei giorni e nelle settimane successivi, non era stato complicato l'instaurarsi di un autentico menage à trois, una faccenda a tre: lei, lui e l'altro. Ada e Angelo avevano cominciato, infatti, a vedersi sempre più spesso, assecondati dallo stesso Antonio – in teoria la parte lesa - che pur vedendoli insieme non faceva una piega; dava semmai l'impressone che Angelo potesse averlo sollevato dal consueto dover dare retta alla moglie e sopportare le sue cantilene. Una volta li aveva colti spudoratamente in flagrante, con Ada abbracciata con vivo trasporto al nanetto spelucchiato, che stringeva con la sua forza disarmante la natica destra della signora. Si trovavano in prossimità degli spogliatoi della palestra, ma Antonio, ancora una volta, se n'era disinteressato; aveva semplicemente fatto dietrofront, lasciando allibiti gli stessi fedifraghi.
Sicché, la sera dell'esplosione di Chernobyl, come era già accaduto almeno un'altra volta, Ada, Antonio e Angelo, s'erano ritrovati tutti e tre più o meno felicemente raccolti attorno al tavolo della cucina di casa Villa. Angelo, con la sua solita aria spavalda e baldanzosa, era sopraggiunto con un gigantesco mazzo di fiori che, dopo averlo amorevolmente consegnato nelle mani di Ada, era finito a riempire di colore e profumo la sala. Ada e Angelo parlavano del più e del meno, concentrandosi soprattutto sulla scuola di ballo e sui vari iscritti, ormai amici coi quali trascorrere qualche serata nelle discoteche della zona. Ce n'erano di pittoreschi, come Amilcare Baraldi, un settantenne che, nonostante i progressi della scienza e della tecnica, si ostinava ancora a vivere come nell'Ottocento, senza la corrente elettrica e andando in giro a cavallo. Era un tipo che faceva morire dal ridere, benché fossero in molti a credere che non avesse tutte le rotelle del cervello registrate. La signora di casa, intanto, serviva primo e secondo, un semplice piatto di pasta al sugo, la cotoletta, i pomodori come contorno, mentre Antonio, con la testa piegata su se stessa, masticava silenziosamente. Aveva voglia di uscire a prendere una boccata d'aria, ma non perché sentisse il peso della serata… In fondo Angelo gli stava simpatico; a modo suo riusciva perfino a ridere dell'amante della moglie e dell'incredibile storia che era andata delineandosi. Si sentiva addirittura meno depresso del solito. Ma ora c'era qualcosa che aveva fortemente catturato la sua attenzione, e che richiedeva un po’ di concentrazione: un disastro nucleare in Ucraina. Anche la moglie era sbigottita. Il telegiornale di Rai Uno disegnava un quadro apocalittico, affrontando temi che in casa Villa non erano mai stati presi in considerazione.
«Oddio. E adesso?», aveva chiesto Ada.
L'ultimo a rendersi conto delle sinistre notizie dipanate dallo speaker era stato Angelo, già con la testa, forse, fra le cosce della signora. Poi, però, vedendo gli sguardi cupi dei coniugi, aveva fatto finta di incupirsi anche lui, non volendo passare per il deficiente di turno: di fatto non aveva ancora capito nulla di ciò che stava accadendo.
«Che cazzo succede?», aveva blaterato con aria stralunata.
Ma nessuno l'aveva degnato di attenzione. Così era andato avanti per la sua strada, con i suoi inconcludenti mugugni.
«Senti, senti... però... oh, mamma mia...».
Antonio non parlava, ma era esterrefatto dalle rivelazioni del telegiornale. Lo era più degli altri commensali, anche perché non era in corso in lui nessuna tempesta sentimentale, tale da affievolire qualunque stimolo esterno, bello o brutto che fosse. Era una di quelle rare notizie che avevano il potere di stuzzicare a dismisura le intimità di soggetti come Antonio, per i quali un cataclisma mondiale, o addirittura l'Armageddon, l'apocalisse di Giovanni, erano sempre dietro l'angolo. Ma ora desiderava saperne di più, possibilmente lontano da qualunque interferenza esterna. Possibilmente lontano, soprattutto, dai due cagnolini in amore. Per questo motivo s'era dato da fare per spingere più in fretta i bocconi di cibo nella gola, aiutandosi con spropositati sorsi d'acqua: pensava di filarsela di sotto ad ascoltare la radio in santa pace, per godere appieno di certe sensazioni, dolcemente sinistre e orrorifiche.  S'era alzato da tavola e senza dire una parola era sgattaiolato al di là delle mura dell'appartamento D del secondo piano, guadagnando con piglio autoritario il pianerottolo e le scale. La scelta di scendere a piedi non era stata casuale: la sua volontà, infatti, era quella di poter tirare diritto fino al box, scongiurando qualunque tipo di incontro che potesse fargli perdere del tempo prezioso, obbligandolo alle solite battute per vincere l'imbarazzo. Ma appena giunto a pianterreno s'era accorto di non essere l'unico che aveva bisogno di cambiare aria: c'era anche Luigi Vismara, il tipo del primo piano, quello che aveva combattuto la campagna di Russia e che, da quando aveva saputo che sarebbero tornate le salme di due amici che avevano combattuto con lui sul fronte, se ne andava in giro come una cane bastonato. Antonio lo aveva perfettamente riconosciuto, benché fosse di spalle, certe stazze non potevano passare inosservate, e come da copione aveva fatto di tutto per evitarlo. All'ultimo gradino della scala s'era trasformato in un gatto dal passo più felpato, così da circumnavigare la tromba dell'ascensore, per dirigersi verso i box, senza catturare l'attenzione del condomino che, nel frattempo, sembrava essersi messo a scagliare sassi contro la luna; in realtà ce l'aveva con un gatto pacificamente appollaiato davanti ai suoi occhi molestatori.
«Buonasera signor Balconi».
Di fatto Antonio non aveva fatto i conti con chi in quel momento stava percorrendo le scale al contrario, dalle cantine al pianterreno: quella che aveva appena incontrato e superato senza nemmeno degnarla di uno sguardo era la signora Tresoldi del terzo piano. Aveva momentaneamente riflettuto sul fatto di essersi comportato sgarbatamente, ma la cosa non l'aveva preoccupato granché: sapeva benissimo di essere malgiudicato dai condomini per il suo carattere scontroso e questa piccola parentesi non aveva fatto altro che confermare una tesi già ben consolidata. Null'altro, ne sarebbero capitate delle altre, indipendentemente dai palinsesti televisivi e dai boom dei notiziari. In garage, finalmente, nel suo tanto ricercato isolamento, aveva acceso la radio e s'era messo ad ascoltare il telegiornale di RadioUno, sentendosi per un attimo una specie di Guglielmo Marconi in linea con una colonia di extraterrestri. La situazione era effettivamente drammatica, erano così tanti i retroscena del disastro, che, per dei tipi come Antonio, c'era da leccarsi i baffi. Il punto è che la fantomatica nube radioattiva di cui si parlava, avrebbe potuto sconfinare per ogni dove, avvelenando i cieli e gli habitat di mezzo pianeta. Italia compresa. Antonio non era uno stupido, e sapeva bene che con la radioattività non si scherza. Nonostante ciò un ghigno di soddisfazione era andato materializzandosi sul suo volto solitamente inespressivo, regalandogli un'espressione da joker. La fine del mondo poteva davvero essere vicina, e il signor Villa non s'era mai sentito così bene in vita sua.