domenica 1 novembre 2015

La Cavallera # 15

15.

Una mattina ci svegliammo e della Piera non c’era più traccia. Sparita. Il suo letto sfatto, ma freddo, desolatamente sgombro. Mamma andò presto in tilt.
«Gaetano! Gaetano!».
Invocava nostro padre, come se stesse chiedendo un miracolo alla statua di sant’Antonio. E le sue grida svegliarono l’intera combriccola: la Nana, il sottoscritto, la Dina, e le sorelle più grandi. Tutti gli altri fratelli erano in guerra.
Probabilmente il baccano ridestò anticipatamente anche qualche membro delle famiglie vicine: Amilcare e la sua donna dormivano a pochi metri da noi, sicuramente sentirono mamma urlare con tanta veemenza rompendo il sempiterno silenzio della cascina.
«Cosa c’è, buon Dio, da cagnare la mattina così presto?», domandò papà.
«Non c’è più la Piera! Sono sveglia dall’alba e l’ho cercata da tutte le parti!».
In dieci minuti ci ritrovammo tutti assieme dabbasso per una frugale e agitata colazione. Alla Nana andò di traverso il latte e la Dina iniziò a piangere. Papà nemmeno si sedette. Mi fissò.
«Muoviti», mi disse.
Dovevo sbrigarmi perché aveva bisogno proprio di me per cominciare le ricerche. Mi domandai il motivo; ma non mi fu difficile giungere a un’esaustiva risposta: ero l’unico maschio e all’epoca certe incombenze sembrava doveroso che dovessero assolverle solamente gli uomini.
«Sono pronto. Che dobbiamo fare?».
«Mettiti qualcosa di pesante addosso che dobbiamo passare al setaccio tutta la cascina».
Tutta la cascina. Non mi parve un'impresa così eclatante, chissà quante altre volte l'avevo già girata da cima a fondo. Ma mi sbagliavo.
Mamma recuperò un paltò pesante, lo stesso che aveva regalato calore a quasi tutti i miei fratelli durante l’ultima ventina di inverni e fui pronto per la mia prima missione in solitaria con papà.
Partimmo senza fiatare. Dapprima l'aia, poi il fienile e le stalle. Infine gli antri più desolati del corpo cinquecentesco. Papà mi guidò attraverso gli angoli più impensati della Cavallera, alcuni dei quali non sapevo nemmeno che esistessero, perché falsati da porte che sembravano murate o finestre che davano su inaspettati stanzoni pieni di carabattole e ciarpami inutilizzati da secoli. Ne feci tesoro, pensando che un giorno avrei potuto esplorarli con la Dina, da sempre intenzionata con me a dare un degno seguito alla vicenda che aveva visto trionfare in campo archeologico l’Aldo e il Guido molti anni prima.
«Nemmeno qui», disse mio padre sconsolato.
Ci trovavamo in una specie di sottoscala angusto e polveroso, che potemmo raggiungere tramite alcuni gradini nascosti da un muretto alto poco più di venti centimetri, rovinati dall’usura e cosparsi dai prodotti di rifiuto di topi e chissà quali altri misteriosi animali delle tenebre. Papà cercò di fare tesoro dei timidi raggi di luce che giungevano fin lì, ma non ci fu molto da fare.
«Piera», prese a gridare, «Piera, sei qui?».
Mi chiesi come e perché mia sorella potesse essere finita in un buco del genere, che probabilmente nemmeno sapeva che esistesse, ma evitai di domandarlo a mio padre, temendo che potesse inalberarsi. La situazione era tutt'altro che tranquilla e dopo quasi un'ora di ricerche papà dette ragione alle mie sensazioni tirando un pugno su una porta, e procurandosi una ferita alla mano: avevamo girato tutta la cascina da cima a fondo e della Piera non c'era traccia.
Ci sedemmo sconsolati dalle parti del fienile. Vedemmo mamma e la Dina venirci incontro in affanno.
«Allora?», chiese mamma.
Papà dondolò la testa immalinconito. Mamma cominciò a singhiozzare. La Dina recitò un'ave Maria. Io mi sentivo strano, mi sembrava di vivere un sogno, non era vero quel che stava accadendo. Dove diamine poteva essere finita mia sorella? 
«Dobbiamo andarla a cercare in giro per la campagna», mugugnò papà.
«O forse è meglio provare prima nelle cascine vicine», disse mamma.
Arrivò Amilcare con la moglie e lo stuolo di figlioletti.
«Trovata?».
Papà gli disse che avevamo guardato in ogni angolo della cascina ma che della Piera non c'era traccia.
«Questa è bella», disse Amilcare. «Forse è il caso di chiamare anche i Nava».
Era l'altra grande famiglia della Cavallera, il padre Ambrogio, la moglie Piera, quattro bimbe e due maschietti più piccoli di me.
«Ci penso io».
Dopo mezz'ora eravamo tutti assiepati intorno al grande pozzo, in cerca di una risposta che nessuno riusciva a dare. Le donne s'erano calmate un po’, ma l'aria continuava a rimanere pesante. Arrivati a questo punto però nessuno ce la fece più a fare finta di niente, e il riferimento a colui che negli ultimi tempi aveva terrorizzato mezzo vimercatese fu inevitabile. 
«Il maniaco?», domandò mio padre.
«Non vorrei mai considerare una cosa del genere», rivelò l'Ambrogio Nava, «ma credo sia giusto pensarle a tutte se vogliamo giungere a una soluzione. Gaetano, lo sai anche tu com'è andata a finire la storia della povera Clementina».
Sarebbe stato meglio che non l'avesse menzionata.
«Sei ammattito?», blaterò mio padre.
«Stai calmo Gaetano», gli disse Amilcare.
«Ti sembra il caso di tirare in ballo la Clementina? Lei era rimasta fuori tutto il giorno in mezzo ai campi e quel disgraziato s'è approfittato di lei. Non è possibile che possa essersi introdotta nelle nostre camere durante la notte e l'abbia portata via senza farsi sentire».
Mamma e la Dina non ce la fecero più. Scoppiarono in un pianto irrefrenabile e corsero verso casa, accompagnate dalle altre donne. Rimanemmo solo noi uomini incapaci di prendere una saggia ed efficace decisione; in compenso con il ricordo fin troppo nitido e devastante della ragazza scomparsa l'anno prima da una cascina di Concorezzo. Segnò una delle pagine più tristi della storia del vimercatese. Venne rapita da un figuro che nessuno sapeva bene chi fosse e non fu più ritrovata. Il rapimento fu però confermato dal fatto che poco dopo la sua scomparsa riemersero i suoi indumenti in un casolare abbandonato. Sarebbe stato meglio non pensare a lei, ma era nella testa di tutti fin dal primo mattino. Tanto valeva che l'Ambrogio rendesse pubblica la sua preoccupazione.
«E adesso che facciamo?», domandai nella mia totale ingenuità.
I grandi mi guardarono esterrefatti, mostrando palesemente la loro difficoltà a organizzare delle indagini serie.
«Forse sarebbe meglio rivolgerci alle guardie di Vimercate», disse l'Ambrogio.
«Così passa troppo tempo», affermò Amilcare, «se vogliamo capire cosa è successo dobbiamo agire al più presto. Per conto nostro».
«Sì, ma mi spieghi da dove partiamo? Ci mettiamo a rastrellare tutta la Brianza a piedi?».
Mio padre, sgomento, alzò gli occhi al cielo, con in mente un solo proposito: cercare la Piera finché le forze non lo avessero abbandonato. Lui, in prima persona.
«Signori, un paio di persone potrebbero recarsi dai gendarmi. Ma noi, intanto, non possiamo stare qui con le mani in mano. Organizziamoci in tre gruppi e passiamo al setaccio il circondario. Vedrete che la troveremo».
L'improvviso ottimismo di mio padre mise tutti di buonumore. Ed ebbe anche ragione sulle decisioni da prendere. Due figli di Amilcare, con uno zio fabbro dei Pessina che stava sistemando un chiavistello della stalla, andarono a Vimercate, i tre capifamiglia si diressero agli opposti. Io mi accollai a papà come una sanguisuga e insieme cominciammo a perlustrare tutta la zona che sta a nord della Cavallera. Era un'area che conoscevo bene, ma non tanto quanto la parte a sud o limitrofa a Vimercate, dove avevo trascorso gran parte della mia infanzia. E dove ancora adesso non perdevo occasione di andare a divertirmi o a caccia di fagiani. Papà trottava a passo spedito, nonostante il freddo che aveva cominciato a minare seriamente le ossa e a rendere le nostre pelli ruvide e doloranti. Con noi c'erano l'Armando, un figlio di Amilcare e il cugino di Ambrogio, Otello, che spesso trascorreva l'inverno in cascina. 
Raggiungemmo Arcore per l'ora di pranzo, dopo avere bighellonato come profughi fra le campagne di Oreno e di Velasca. Avevamo scrutato non so quanti cascinotti e chiesto informazioni a tutti i contadini che avevamo visto in giro; ma in ogni posto la risposta era sempre la stessa.
«Non abbiamo visto nulla».
La disperazione di papà si poteva leggere sulle sue guance che non erano più rubiconde come quelle della mattina, ma tirate, pallide, invecchiate.
«Papà».
«Che c'è?».
«Secondo te la troviamo ancora la Piera?».
Papà mi fissò con uno sguardo furente.
«Certamente. Vuoi scherzare? Vedrai che fra poche ore potremo riabbracciarla».
Lo disse per tranquillizzarmi, era evidente, ma si capiva fin troppo bene che il primo a non credere in quelle parole fosse proprio lui. Più passava il tempo e più il rischio di non trovarla si faceva concreto. E l'angoscia del maniaco in libertà non faceva che peggiorare le già funeste prospettive. Ci ritrovammo così a un nuovo punto morto.
«Hai fame?», mi chiese papà.
«Un po'».
Ci fermammo in una specie di bar, sulla strada per Lesmo, sovrastato da alcuni alberi rinsecchiti che difficilmente avrebbero raggiunto la bella stagione. Eravamo già molto lontani da casa e non sapevamo più dove sbattere la testa. Chiedemmo all'oste di portarci il menù della casa, un menù senza troppe pretese, perché il nostro scopo non era certo quello di saziarci o assaggiare chissà quale leccornia, ma solo assumere qualche caloria per avere le forze con cui proseguire con le ricerche fino a sera.
Gli adulti non avevano nessuna fame. Si guardavano storditi eccitati per l'adrenalina che scorreva nei loro corpi come un fiume in piena. Li osservavo capendo in parte quello che potevano provare, in fondo ero solo un ragazzino, e si sa, per i più piccoli anche le tragedie finiscono sempre per assumere i contorni dell'avventura, e non di un disastro che avrebbe davvero potuto segnare in modo indelebile il destino di tutti noi. Mio padre non riuscì nemmeno a finire il primo. Mi condì via con aria indulgente.
«Non ti preoccupare, tu pensa a mangiare e vedrai che andrà tutto bene».
Mi venne da piangere. La pantomina di papà non aveva più senso di esistere. Stavano brancolando nel buio e lo sapevamo tutti benissimo.
«Cosa facciamo allora?», disse Armando.
«Per prima cosa non facciamoci prendere dallo sconforto», disse Otello, «magari gli altri l'hanno già trovata».
«Vorrei essere io a trovarla», affermò papà.
Otello gli sfiorò la spalla per cercare di confortarlo, ma il mio vecchio la ritrasse bruscamente, lasciando deluso l'amico di famiglia.
«Andiamo, forza», tartagliò papà.
Praticamente avevo ancora  tutta la cotoletta in bocca. Ma non replicai. Il ritrovamento della Piera era anche per me la cosa più importante a cui pensare.
Ci rimettemmo in marcia in silenzio; uno in fila all'altro, come deportati pronti alle camere a gas. Lo sguardo dei due nostri amici era perso in una malinconia sconosciuta. Comandava papà, e sapevano che non avrebbero potuto compiere nulla senza la sua approvazione. Papà si pronunciò poco prima di raggiungere Peregallo, sancendo l'ennesima resa. Capì che sarebbe stato inutile proseguire in quella direzione. Sarebbe davvero stato come cercare un ago in un pagliaio.
«Sarà utile perlustrare i dintorni di Concorezzo, ma spingersi così tanto lontano da casa non ne vale la pena. Semmai non dovessimo trovarla, qui ci verranno i brigadieri. Facciamo dietro front e torniamo dalle nostre parti».
Lo disse con il magone e la feroce sensazione che della Piera non avremmo più saputo nulla. Le ore dalla sua scomparsa cominciavano a essere troppe e l'esperienza gli insegnava che gli allontanamenti volontari - già accaduti più volte anche alla Cavallera - non andavano mai oltre la mattinata. Erano magari ragazzi che bigiavano la scuola e che per qualche marachella si nascondevano in fienile o in qualche antro del circondario in attesa che i grandi sbollissero la rabbia. In questo ambito, però, le cose erano decisamente diverse. La Piera era scomparsa nel cuore della notte, senza farsi sentire, e adesso che era arrivata l'ora di pranzo, nessuno sapeva ancora che fine avesse fatto. Era tutto dannatamente anomalo e preoccupante.
«Se solo potessimo sapere l'esito delle altre ricerche», commentò Otello, «forse non saremmo qui a piangerci addosso».
«Se le ricerche fossero andate a buon fine qualcuno sarebbe già venuto a cercarci per comunicare la bella notizia», disse Armando.
«Con una bicicletta non ci vuole molto a raggiungerci», bofonchiai sconsolato.
Anche papà fu del nostro avviso.
«In effetti, è ormai pomeriggio…».
Puntammo questa volta verso sud, verso il villasantese. Nei dintorni c'erano molte cascine. Magari qualcuno aveva sentito o visto qualcosa. Lungo il tragitto ci trovammo di fronte quattro cani randagi che ci intimorirono con ringhi tutt'altro che amichevoli. Non perdemmo la calma. Papà disse a tutti di stare fermi, ma i due animali pareva non avessero alcun intenzione di farci passare. Sbarravano letteralmente il sentiero che si snodava fra Arcore e cascina Bruno. All'improvviso fu provvidenziale il coltello che l'Armando portava sempre con sé, infilato negli stivali.
«Con questo voglio vedere se non ci fanno passare».
Con coraggio si mise a capo del quartetto e affrontò i due bestioni con l'arma sguainata che impugnava come una sciabola mediorientale. Ci muovemmo con molta cautela e il respiro bloccato dall'ansia, ma quando fummo a pochi metri dai cani, questi si acquietarono girando la coda fra le gambe e andandosene verso un territorio a noi ignoto.
«Per un soffio», disse papà, «dovrei imparare anch'io ad andare in giro con un coltellaccio ammazza maiali».
A cascina Bruno chiedemmo a una signora se in mattinata non avesse visto qualcosa di strano; le parlammo dell'ipotesi del rapimento di una bambinetta, ma lei ci confidò di non essersi accorta di nulla. Come se non bastasse, però, fu lesta a tirare fuori il discorso della Clementina.
«Lo sappiamo signora», disse l'Armando, «ma vorremo continuare a credere che non sia accaduto nulla di tutto ciò».
«Dirò per voi una preghiera alla Madonna», blaterò la signora, scorgendo i nostri volti visibilmente affranti.
Riprendemmo il cammino per cascina Autunno e cascina Foppa. All'Autunno ci accolse uno dei tre gruppi destinati alle ricerche che si erano dirette verso il concorezzese. Avevano girato tutta la zona compresa fra Concorezzo, Monza est e San Damiano, ma anche in questo caso l'operazione s'era rivelata del tutto infruttuosa. Papà bisbigliò qualche parola con il capo dell'altra cordata, ma non fu certo addolcito dai commenti dell'amico.
«Ormai sta per arrivare la sera», disse il Brambilla, «se anche i figli dell'Amilcare non hanno trovato nulla dovremo riorganizzarci per capire che strada prendere».
I due capifamiglia alzarono le sopracciglia in segno di rassegnazione.
«Non ci resta che tornare a casa», disse papà.
La ripartenza fu rapida e silenziosa. Alla Cavallera c'erano già i figli di Amilcare e il fabbro rannicchiati su un paio di sgabelli destinati alla mungitura delle mucche: non avevano avuto ancora il coraggio di dire alle donne che nessuno aveva trovato nulla.
«Anche noi abbiamo fatto fiasco», disse l'Ambrogio.
Le donne uscirono alla spicciolata, precedute da mamma che si mosse verso di noi con fare sostenuto.
«Allora?».
Papà avrebbe voluto rincuorarla, ma a questo punto non ci sarebbe stata parola davvero in grado di alleviare le pene di una madre sconsolata dalla scomparsa della propria figlia più piccola. Non fece altro che scuotere desolatamente la testa e tornare da dove era venuta. Nel frattempo comparve anche il Pessina che era via dalla mattina presto e non sapeva ancora dell'accaduto.
«Oddio, cosa sta succedendo?».
Amilcare gli spiegò tutto, papà rimase muto, con lo sguardo perso nel vuoto.
«Domani riprenderemo le ricerche e se anche tu vorrai essere dei nostri magari riusciremo a combinare qualcosa». 
Alle diciannove fu pronta per tutti la cena. Ognuno si avviò verso la propria abitazione, ma la fame era andata a farsi benedire.
«Almeno tu metti sotto i denti qualcosa», mi disse papà.
Mamma mi guardava con tutta la pena del mondo, sorridendomi appena.
Ci alzammo uno a uno preparandoci alla prima notte senza la Piera. Con lo spettro che incombeva del rapimento di una ragazza a opera di un malintenzionato. Tornò ad aleggiare pesantemente il fantasma della povera Clementina. Ma fu proprio mentre il sottoscritto, mogio come un cane bastonato, abbandonò il suo posto di fianco al capotavola che sentimmo battere violentemente la porta. Mamma si prese un colpo. Papà sollevando di scatto la schiena piegata sui tizzoni ardenti prese una cragnata contro l'architrave del camino. Imprecò in silenzio dirigendosi verso l'uscio.
«Chi è?», bofonchiò.
«Gaetano, sono il Mario Viganò delle Bastoni, ti abbiamo riportato la figlia».
Papà spalancò la porta e vide di fronte a sé la Piera, convinta che fosse ancora ora di fare colazione e che la giornata non fosse trascorsa. Aveva le guance rocce e sembrava addirittura più felice e carina del solito. Di strano c'erano solo i vestiti, macchiati di terra e inumiditi. Il Mario spiegò che l'avevano trovata priva di sensi lungo una strada secondaria per Monza, in una buca provocata dallo sradicamento di un enorme pioppo. Anch'io mi resi conto che quella zona non l'avevamo battuta; di fatto non c'erano abbastanza persone per perlustrare ogni angolo del circondario.  
«Mamma! Papà!».
La Piera si buttò come se niente fosse fra le braccia dei nostri genitori, mentre noi la guardavamo allibiti come si segue la più bella apparizione di un santo. Che diamine le era successo?
Osservandola più da vicino scorgemmo sulla guancia destra un'ecchimosi e il ginocchio sinistro era pieno di graffi. Ma a parte queste lievi ferite sembrava stare davvero benissimo. Non ci soffermammo troppo su questo aspetto, pensando che fossero semplicemente le conseguenze della caduta. Mamma e papà, affiancati dalla Dina che per la notizia del ritrovamento della piccola di casa s'era inginocchiata di fronte a un'immaginetta della Madonna a recitare il rosario, le chiesero se voleva qualcosa da mangiare e come poteva spiegare quella sua improvvisa e inattesa scomparsa. La Piera non diede molto peso all'affanno dei genitori e si avventò su un piatto di fagioli con una fame belluina. Spiaccicò poche parole che non poterono fornire chissà quali dettagli sull'accaduto e lasciando i presenti senza fiato.
«Papà, so soltanto che mi ha trovato il signor Mario e che credevo che fosse l'alba. Non so come sia potuta finire da quelle parti. Ma adesso quel che conta è che sia a casa e che stia bene. Non mi vedi bella?».
La fissammo sempre più sconcertati. Salutammo e ringraziammo il Mario delle cascine concorezzesi e finalmente leggeri ci preparammo per la notte.
Fu solo molti mesi dopo che comprendemmo quel che si era verificato quella mattina, per via di un altro episodio simile che sarebbe avvenuto di lì a poco, una tiepida notte di primavera. La Nana di punto in bianco con le braccia tese in avanti aveva lasciato il suo letto e varcato la soglia della cascina diretta chissà dove, comandata da forze estranee alla sua volontà; se non fosse che in quello stesso istante un figlio di Amilcare si trovava nell'aia a vomitare l'anima, dopo una sera trascorsa a succhiare steli di erbe misteriose che gli avevano procurato un'acidità pazzesca di stomaco. Il ragazzo era corso in casa a svegliare papà e quando vide la Piera in quello stato catatonico capì tutto. La piccola di casa soffriva semplicemente di sonnambulismo. E in pieno sonno poteva anche alzarsi senza preavviso e mettersi a vagare rischiando davvero di sbattere da qualche parte. Da un lato fu un bel sollievo, ma dall'altro fu necessario trovare un sistema perché non corresse ancora il pericolo di farsi male o cadere nelle mani di qualche malintenzionato.

Da quel giorno la Nana finì nel letto vicino a quello dei nostri genitori, che potevano chiudersi dall'interno prima di addormentarsi, nascondendo sotto il cuscino di papà la chiave. Caso volle che non ebbe più a che fare con simili esperienze; di lì a poco si fece signorina, e un giorno un medico spiegò a papà che dopo l'adolescenza il fenomeno del sonnambulismo diviene sempre più raro fino a sparire del tutto.   

La Cavallera # 14

14.

Alla fine fummo proprio noi le sue prime cavie, e si suppone anche qualche altro amichetto che viveva nei paraggi, e il tutto suggerì a qualcuno che potessero esserci in gioco aspetti un po’ morbosi di un’adolescenza, per la verità, non ancora raggiunta. Dominava ancora l’innocenza più pura, ma intanto l’Adelmina, detta la Nana, perché era la penultima dei quattordici fratelli, e la sua statura non era lontana da quella di una delle tante balie di stampo ottocentesco più larghe che alte che giravano per casa, andava maturando quella che sarebbe stata la sua professione da grande, e che in un certo senso avrebbe dato lustro alla famiglia, grazie alle sue ricerche e alle sue trovate scientifiche. Mamma e papà dovettero fare dei sacrifici, ma desideravano che almeno i più giovani potessero andare all’università, un modo peraltro per rivendicare una condizione sociale che cominciava ad andare stretta un po’ a tutti. Tentarono anche con me, ma non andai oltre il diploma, lo presi in un liceo classico di Monza, mentre l’Abbondio frequentò l’Accademia di Brera. Mia sorella, dunque, andò proprio all’università e frequentò la facoltà di medicina, alla statale di Milano, laddove di lì a poco sarebbe sorta Città Studi. A quei tempi la guerra era finita da un po’ e c’era tutto il tempo e la volontà per mettersi a fare le cose seriamente. Poi ci sarebbe stato il boom economico e così ogni tentativo di farsi strada nel mondo avrebbe preso un sentiero promettente, pieno di luce e speranza; cosa che con i bagliori bellici non era minimamente concepibile.
Insomma, partì proprio da noi. Ci immobilizzava a letto e cominciava a indagare le nostre anatomie in cerca di segni patologici. Scrutava con gli occhi e tastava con le mani. Ovunque capitasse, comprese le cosiddette zone erogene che però nessuno di noi sapeva che funzione avessero. Eravamo bambini, non c’era nulla di malizioso, e la Nana si divertiva a segnalare epidemie di colera, scorbuto, pellagra, febbre spagnola, malattie che nessuno sapeva cosa fossero, ma che lei conosceva benissimo, forse perché aveva imparato a leggere qualcosa dai libri che circolavano per la casa; anche se non erano certo tomi dedicati all’apprendimento dei più piccoli, ma manuali raccattati chissà dove e chissà perchè dal papà o dal nonno, da sempre appassionati di libri.
Un giorno la vedemmo alle prese con un nipotino dell’Amilcare che di tanto in tanto bazzicava per la cascina. Lo chiamavano Pippirippi perché fischiettava una canzone del passato ottenendo un sibilo che nessuno era in grado di imitare. Stavano mezzi aggrovigliati nel fienile, spesso teatro delle alcove fra adulti, e ce ne accorgemmo io e la Dina che eravamo nei paraggi a giocare con una palla. La Dina, che non si era mai sottoposta a una visita medica della sorella, anche in virtù di un sentimento religioso che andava giorno dopo giorno consolidandosi sempre più, e che si discostava da qualunque impudicizia, si scandalizzò.
«Dobbiamo assolutamente correre da mamma e papà a dirgli tutto», blaterò.
Io le dissi che poteva stare tranquilla, e che io stesso ero stato coinvolto dalle sue attenzioni; non c’era nulla di male o che potesse dare adito al fraintendimento.
Non volle crederci.
«Stai scherzando?».
«Per niente. Abbiamo giocato al dottore mille volte, anche con la Piera».
Mia sorella si mise a piangere.
La fissai attonito.
«Ma... Dina, perché fai così?».
«Non vi rendete conto che commettete peccato mortale?».
Per la miseria, questo termine l’avevo sentito pronunciare solo a messa e a dottrina, ma in tutta onestà non sapevo ancora cosa volesse dire. Mi sembrava impossibile che ognuno di noi dovesse espiare una colpa che non gli apparteneva. Poi la Dina cercò di spiegarmelo alla bell’è meglio, ma la teologia c’entrava ben poco con il respiro delle pannocchie di mais che da secoli circondavano i nostri cammini. Mi parlò del peccato originale che aveva colto Adamo ed Eva nel paradiso terrestre; mi parlò del serpente e del significato della tentazione, del pudore e della vergogna. Ed io feci fatica a seguirla.
«Ma non capisci? Perché sei così stupido? Il peccato della nudità parte tutto da lì, da Eva che scelse di mangiare la mela proibita. Il serpente la tenta, e lei ci casca come una fessa. E così sta facendo con voi la Nana. Oh, mio Signore».
Mia sorella era davvero costernata. Non seppi come aiutarla. E quel che è peggio non ci fu modo di dissuaderla dall’intenzione di risolvere matematicamente la faccenda spifferando tutto a mamma e papà. Gliene parlò una sera che io chissà dov’ero finito, forse a caccia di rane, che da un po’ di tempo avevano iniziato a stuzzicare il mio palato, permettendomi di immedesimarmi con grande soddisfazione in un poderoso e invincibile cacciatore del neolitico. Rimasti a tavola da soli cominciò a tremare.
«Dina, che ti succede?», le chiese mamma, con la sua solita grazia.
La Dina abbracciò nostra madre di fronte agli occhi increduli di papà, beatamente intento a leggersi il suo giornale, e ormai, data l’età, lontano dai tanti patemi che condizionano come macigni sul petto l’esistenza dei più giovani.
«La Nana fa le cose sconce».
Mamma e papà si guardarono conturbati, aggrottando le sopracciglia. Che diamine stava raccontando colei che avrebbe presto intrapreso il cammino della croce?
«Dina, perché dici così?».
«Perché l’ho vista. L’abbiamo vista io e il Nano. Stava su un bambino nel fienile e...erano nudi».
«Oh santa Maria», esclamò mio padre, «vieni qui da me e smettila di piangere».
Papà l’accolse sulle sue ginocchia e cercò di confortarla. Le spiegò che non è vero tutto ciò che sembra e che spesso da bambini si fanno giochi che, proprio per via dell’età, non ha senso giudicare peccaminosi. Lui stesso ammise di avere fatto qualcosa del genere con una cuginetta, molti anni prima, e che la cosa finì lì senza nessuno scandalo.
«Ma papà, io l’ho proprio vista che gli punzecchiava il sedere con qualcosa».
Mamma e papà la lasciarono sfogare e chiusero la serata dicendole che si sarebbero occupati loro del problema. Avrebbero tenuto d’occhio la Nana e avrebbero parlato anche con me per capire se c’era davvero qualcosa che non quadrava e in che modo ero stato coinvolto negli esperimenti di mia sorella. Sapevano che fosse tutto tranquillo, e che non ci fosse motivo di preoccuparsi, ma così fecero intendere alla Dina che poteva dormire sogni sereni.  
«Adesso va a riposare, e non stare a crucciarti per queste storie».
La Nana andò avanti imperterrita con le sue velleitarie visite e quando mio padre la colse con le mani nelle budella di un gatto morto qualche domanda cominciò a farsela anche lui. Fu il momento di agire. E come preannunciato non la affrontò direttamente, prese la strada più lunga, passando prima da chi probabilmente ne sapeva più di lui: il sottoscritto.
«Hei, Nano, vieni un po’ qui».
Stavo mangiucchiando un legnetto di liquirizia che avevamo acquistato a una fiera a Villasanta. Vi eravamo andati con la scusa di incontrare un tipo che avrebbe venduto a papà dei capi di bestiame di una nuova razza, isolata da qualche parte in Valsassina. Guardavo per aria e cercavo di indovinare come facessero le farfalle a inseguirsi con tanta abilità, descrivendo tragitti astrusi e lontani da qualunque logica aerodinamica.
«Che c’è papà?».
«Devo parlarti, da uomo a uomo».
Nel sentire queste parole mi irrigidii. E pensai, non so perché, ai miei fratelli più grandi. Riflettei sul fatto che, forse, a un certo punto della nostra vita, fosse necessario confrontarsi con il proprio padre per sostenere o risolvere qualche incombenza terrorizzante. Tipo ciò che, al liceo avrei assimilato, condizionava l’antropologia di molti popoli primitivi, durante il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Non potevo ancora sapere che c’erano delle pratiche dolorosissime e che la circoncisione fosse una bazzecola al confronto, eppure in quella frazione di secondo teorizzai le peggiori insidie per la mia giovane esistenza. Per fortuna ero su una strada completamente sbagliata. Con papà ci incamminammo verso la cappelletta orenese della santa Vergine, alla quale la Dina era molto devota.
«Qualcuno mi ha detto che sai tutto della Nana».
Esordì così, spiazzandomi completamente.
«Cosa vuoi dire, papà?».
«Ormai sei grande e certe cose puoi dirle senza avere paura. Cosa fa la Nana quando giocate al dottore?».
Impallidii. Mi sembrava di rivivere l’incontro con la Dina di poco tempo prima, che s’era messa a piangere come una scema.
«Niente, giochiamo al dottore».
«E che significa?».
«Significa che la Nana ci visita e ci cura».
«E come fa a visitarvi?».
«Con le mani e con gli occhi».
Colsi mio padre impreparato. Dette l’impressione di non sapere più come procedere; una conversazione che forse lui stesso cominciava a giudicare ridicola e inutile.
«Con le mani e con gli occhi, cosa vuol dire?».
«Che ci tocca qua e là e se qualcosa non va ci dà consigli per guarire».
«E dove vi tocca?».
Mi misi a ridere.
«Che c’è da ridere?».
«Nulla, papà, nulla».
«Allora?».
«Beh, che ne so dove ci tocca... non è che sto li sempre a controllare. A volte mentre ci tocca ci dedichiamo contemporaneamente a qualche altro gioco o fischiettiamo. Insomma, non è così importante».
Papà tagliò corto di fronte a una discussione senza futuro, che nel suo intimo non avrebbe mai voluto intraprendere; lo espresse con un sonoro sbadiglio.
«Torniamo a casa che è meglio».
Poi le cose andarono come dovettero andare. Nessuno fece più caso alle bizzarrie della Nana, anche perché di lì a poco smise di prendersela con gli umani, e si attaccò agli animali. Era sempre più interessata all’anatomia e alla fisiologia delle bestie. Le osservava per lungo tempo e se qualcuna periva in giovane età andava di nascosto a scarnificarne qualche parte, per capire se le supposizioni che s’era fatta su certe dinamiche biologiche fossero corrette. Dette presto l’impressione di essere una ragazza particolarmente predisposta alla ricerca scientifica. Furono i professori delle medie a confermare questa attitudine a mamma e papà.
Un giorno, sarà stato forse il 1946, appena finita la guerra, venne a casa con un dieci e lode. In matematica. Il professor Augusto Baldrighi confessò ai nostri genitori che non gli era mai capitata una ragazza così sveglia in matematica e nelle materie in cui c’era da aguzzare l’ingegno. Ci aveva visto giusto e mamma e papà la spronarono così a proseguire negli studi. Lei accettò, ma non dette grande peso all’inizio della scuola superiore, e al fatto che quasi nessuna femmina ci andasse. C’era della superbia nel suo modo di fare, e dava l’impressione di essere proiettata verso traguardi che nessuno all’epoca poteva minimamente ipotizzare.
«Io e mamma avremmo pensato di iscriverti al Frisi».
Era una sezione staccata del Mosè Bianchi di Monza. Doveva andarci in bicicletta perché la corsa che collegava Vimercate a Monza era stata soppressa durante la guerra. E quanto pare non c’era intenzione di ripristinarla.
«Va bene».
Lo disse come se stesse rispondendo a una domanda banale, tipo “ti piace di più il mare o la montagna?”. Ma in cuor suo era ben felice di poter finalmente dedicarsi agli studi che aveva sempre preferito.
Quando la Nana cominciò le superiori, io mi ero appena diplomato. Lavoravo per un editore di Milano che pubblicava testi per gli universitari che seguivano i corsi di ingegneria al politecnico. Prendevo il pullman in piazza Marconi, a Vimercate, e filavo in città tutti i giorni. Non mi dispiaceva, ma forse una parte di me avrebbe preferito continuare a fare il contadino. La Cavallera, a differenza della maggior parte degli altri miei fratelli, ce l’avevo nel sangue. Sentivo la necessità di preservarla, accudirla, come si fa con un bambino, sapevo che sarei stato l’ultima a lasciarla. C’era un amore sopraffino che mi univa a quel pezzo di terra argilloso e così carico di storia. Ogni tanto mi capitava di uscire prima e da Milano andavo a Monza a trovare mia sorella.
«Che ci fai tu qui?», esordiva tutte le volte, colma di felicità.
«Oggi ti porto io sulla canna così non dovrai pedalare».
Era bello tornare con lei da Monza. Ce ne raccontavamo di tutti i colori e fu in questo periodo che mi legai moltissimo a lei. La mia preferita, la Dina, aveva ormai preso la sua strada e gran parte dei miei fratelli si stavano facendo una vita loro. Alcuni avevano già dei figli. Il primogenito di Selvino aveva pochi anni in meno di me. Rimanevano ancora a casa Luigi, Secondo e Abbondio, ma difficilmente vi interagivo: i primi due erano sempre in giro per i campi a lavorare o in qualche osteria a bere; Abbondio, dopo Brera, aveva cominciato a girovagare per l’Italia inseguendo la proposta di lavoro più redditizia; non c’era mai e se c’era si parlava solo della sua promettente carriera in campo artistico. Con la Nana, dunque, ci fu un affiatamento particolare, pari solo a quello che avevo provato anni prima con la Dina, quando ero più piccolo, e che, in parte, avrei vissuto con la Piera, l’ultimissima del casato, nata nel 1934.
Un giorno mentre rincasavamo spediti perché tallonati da nubi minacciose che in realtà non fecero granché, mi disse che aveva baciato un ragazzo. Rimasi di sasso. Io che ero un po’ più vecchio di lei non avevo ancora avuto esperienze amorose, e lei, così piccola, aveva già posato le sue labbra su quelle di un’altra persona. Mi parve inaudito e non lo gradii.
«Ah», mi limitai a dire.
«Tutto qui?».
«Che posso dirti?».
«Per esempio se mi è piaciuto».
Tra noi c’era una confidenza davvero spregiudicata. Ma forse era soprattutto lei a essere aperta con me, mentre io ero molto meno diretto. Ebbi quasi l’impressione che non mi ritenesse una persona tutta d’un pezzo, con dei sentimenti propri, dei sogni, delle potenzialità. Mi considerava forse una sorta di suo alter ego, uno specchio al quale poter dire e raccontare tutto; senza nessuna paura; senza nessun filtro. Eppure se certe cose le avessero sapute i nostri genitori, non gliele avrebbero fatte passare lisce, l’avrebbero messa in difficoltà e non è escluso che la sua storia scolastica avrebbe potuto subire dei drastici cambiamenti. Ma era sicura che io non avrei spiaccicato parola con nessuno. E aveva ragione. Da questo episodio, però, mi resi conto che non avevo solo una sorella particolarmente spigliata nelle materie scientifiche, ma anche assai precoce per quel che concerne l’imperscrutabile mondo sessuale. Qualcosa che in casa Fretta era sempre stato vissuto come un tabù assoluto. Evidentemente non aveva molte inibizioni o freni di tipo moralistico.
«Non mi interessa sapere se ti è piaciuto», mugugnai, carico di risentimento.
In realtà non era vero. Se mi avesse detto che non le fosse piaciuto sarei stato più contento. Ma sapevo che prima o poi sarebbe successo, che anche lei come la Dina avrebbe preso la sua strada e il sottoscritto sarebbe rimasto per le sorelle solo un piccolo cuore fra i tanti da abbeverare saltuariamente. Doveva andare così. Ma chissà perché io vivevo questi attaccamenti in modo così morboso. Con questo fissismo sentimentale che rasentava la patologia. Ci pensai tante volte. E alla fine mi convinsi che era perché nel mio intimo avrei voluto che la famiglia rimasse com'era, integra, unica e indivisibile. Forse era perché non volevo crescere. O perché desideravo che il tempo non trascorresse mai.
Quel giorno, dopo la mia lapidaria risposta, capimmo che certi argomenti era meglio non affrontarli più. Non seppi più niente della vita amorosa di mia sorella, finché non ci disse che aspettava un bambino da un collega, un neurologo come lei che per tanti anni aveva lavorato in America e che per poco non aveva convinto anche lei a seguirla. Molti anni dopo.
I primi risultati scolastici al liceo confermarono le sue capacità. Il professor Gerolamo Segantini, uomo vigoroso e risoluto, più simile a un insegnante ottocentesco che a un discepolo montessoriano, sottolineò più volte che la sua non era una mente femminile, ma maschile. Raccontò ai miei genitori che aveva un cervello analitico, capace di risolvere al volo quesiti che il paradigma cognitivo femminile non contemplava. Mio padre rise di contentezza.
«Vede signor Fretta, le ragazze come sua figlia potrebbero avere una marcia in più, però bisogna tenerle al guinzaglio perché altrimenti rischiano di perdersi lungo il cammino».
A questo punto i nostri genitori si chiesero a cosa si stesse riferendo. Ma il Segantini fu vago.
«Vostra figlia non eccelle solo in campo scientifico... diciamo che sa anche tenere testa a un bel po’ di persone, non solo di sesso femminile».
Non andò avanti la pantomima, ma era emerso quel che io in parte potevo già sospettare. La Nana aveva imparato a divertirsi e non stava a farsi tanti problemi se tutto ciò avveniva sotto gli occhi di sconosciuti.
Fu a causa di questo suo atteggiamento libertino che ben presto entrò in conflitto con mamma per ciò che riguarda la religione. In casa tutti avevano sempre osservato con rigore i precetti cattolici, e i nostri genitori avevano insegnato a tutti noi a rispettare le sacre scritture, a festeggiare i giorni comandati e... insomma tutto quello che ha a che vedere con il cristianesimo. Ma la Nana elaborò ben presto delle sue teorie che andavano letteralmente a cozzare con il sistema educativo dei Fretta. La Nana, di fatto, fu la prima atea della famiglia. E se si pensa che una delle sue sorelle più affezionate aveva appena intrapreso il cammino della croce, viene da sorridere. Ma tant’è. All’inizio ci furono anche degli scontri fra i grandi del casato e la Nana. Venne a casa una sera dicendo che l’uomo derivava dalle scimmie e osannando un tal Charles Darwin. Nessuno sapeva chi fosse, nemmeno io che avevo appena finito le superiori. Ma lei sembrava essersene invaghito, più di quanto non le fosse mai capitato con qualunque protagonista delle sacre scritture.
«E’ un evoluzionista», ci raccontò, «e finalmente grazie a lui possiamo conoscere la verità. Compreso il fatto che la Bibbia narra un mucchio di sciocchezze».
Nostro padre si inalberò come rare volte gli era capitato di fare in vita sua. Disse una sola frase, ma bastò a condannare i presenti al silenzio più assoluto e imbarazzante, e a far sì che fino a fine cena nessuno più pronunciasse mezza parola.
«Finché vivrai qui in casa mia non voglio più sentirti dire certe scemenze. Se non puoi farne a meno, quella è la porta».
Non aveva mai parlato a nessun figlio in quel modo. Nemmeno ai tempi d’oro di Luigi e di Secondo. Poi, però, io stesso venni a sapere che la Nana aveva ragione. Un giorno al lavoro raccontai l’accaduto ad alcuni miei colleghi e uno di essi mi rivelò che aveva un fratello che si occupava in università proprio di queste cose. Lo incontrai un pomeriggio che finimmo prima di lavorare. Percorremmo insieme una lunga strada che portava alla periferia sud di Milano e durante il tragitto ebbe modo di spiegarmi quali fossero i dogmi darwiniani. In effetti non facevano una piega, e avrei sfidato chiunque a dire il contrario. Tuttavia mi convinsi che mia sorella avrebbe dovuto affrontare l’argomento con più diplomazia. E le rimproverai di non avere avuto tatto con la nostra famiglia. Non poteva pretendere di scardinare credenze millenarie così radicate nel nostro immaginario, avrebbe dovuto essere più umile.  

Nel tempo, comunque, le cose si acquietarono e cominciammo a riderci sopra, soprattutto quando la Dina e la Nana venivano a ritrovarsi allo stesso tavolo. Era bello e interessante vedere entrambe difendere le proprie posizioni, tirando in ballo argomentazioni sempre più complesse che i nostri genitori, ormai anziani, alla fine decisero di non seguire più, preferendo di gran lunga dibattere su qualche marachella dei nipotini che cominciarono a spuntare come funghi. Era soprattutto un mio piacere: trovarmi davanti agli occhi le mie due sorelle preferite, ideologicamente agli antipodi, che se la raccontavamo proprio come quando eravamo piccoli e la nostra unica preoccupazione era quale nuovo gioco fare per tirare sera. Le stavo ad ascoltare per ore e ancora oggi, se chiudo gli occhi e mi concentro, mi pare di risentirle starnazzare. 

La Cavallera # 13

13.

Ma la Ilma non fu sola a essere ospitata alla fonte battesimale della chiesetta di Oreno e a finire immortalata nel registro dei nuovi venuti al mondo dell’anno di nostro Signore 1926. Accadde frettolosamente in un freddo giorno di novembre, il prete aveva appena avuto dei seri problemi alla vescica e a ogni amen sembrava sul punto di farsela addosso. Poteva apparire comico per chi lo osservava districarsi faticosamente fra una lettura e l’altra, tuttavia quel battesimo venne ricordato proprio per questo aspetto e per il desiderio collettivo dei presenti di correre a casa a mangiarsi una bella minestra calda. La Dina... Perfino le levatrici ci avevano messo qualche secondo per capire che dietro la podalica posizione di mia sorella ce ne fosse un’altra. L’altra che poi mamma e papà avrebbero chiamato, appunto, la Dina. Il nome l’avevamo forse preso da una cugina di mamma che era da poco restata vedova: il marito era uscito di strada in motocicletta, fracassandosi lo stomaco con il manubrio; lo raccontava spesso, come un mantra, sgomenta, non sapeva come razionalizzare una fine tanto tragica. Sicché era il secondo parto gemellare dei Fretta: dopo Primo e Secondo, fu la volta della Ilma e della Dina. Dieci anni dopo.
La Dina fu la ragazza più morigerata, più tranquilla e più affabile della famiglia. Fu quella che si fece notare meno di tutti e che dette meno pensieri ai miei. Era, insomma, tutto il contrario di Luigi, tanto vicini di età, quanto diversi di carattere. Era una ragazza silenziosa, attenta, premurosa. Cercava sempre di dare una mano a tutti, senza farsi notare. Aveva due anni in meno di me e per molti anni abbiamo giocato insieme e ci siamo raccontati un sacco di storie. Il nostro passatempo preferito era indovinare chi per primo, fra i vecchi, avrebbe sputato per terra dopo cena; Amilcare era sempre in testa, e puntare su di lui significava quasi sempre averla vinta. Ce la raccontavamo anche per addormentarci e per vincere i momenti di noia o di disagio legati a qualche piatto un po’ troppo frugale o a qualche giocattolo che non avremmo mai avuto. Rivangavamo le vicissitudini dei nostri fratelli più grandi che ormai erano andati via di casa, e con i quali i rapporti non erano mai stati tanto profondi, per via, appunto, della differenza di età. Fra i nostri discorsi preferiti c’era quello della scoperta del tesoro da parte dell'Aldo e del Guido. Era successo proprio negli anni in cui venivamo al mondo. Era bello ed emozionante pensarli insieme, da ragazzini, sfidare le tenebre e gli ammonimenti degli adulti per inseguire un sogno che sapeva di grande avventura e soprannaturale. Ci piaceva l’idea, un giorno, di poter bissare l’impresa, convinti che molte altre aree della zona fossero contrassegnate dai resti di qualche antica civiltà.
«Mi piacerebbe scovare delle vecchie spade o l’elmo di qualche condottiero», sognavo a occhi aperti.
Ero io il più delle volte a proporle una nuova missione archeologica. Lei, forse, mi assecondava solo per farmi contento; di fatto, non so fino a che punto fosse davvero felice di mettersi a bucherellare la terra con una pala o un piccone; benché fosse sincero il suo interesse per il mistero, sempre più misticismo. Era minuta e avrebbe peraltro fatto una fatica enorme a sollevare le zolle argillose che contrassegnavano il territorio.
A cavallo fra il ’39 e il ’40 i nostri umori risentirono dei disagi familiari. Lentamente tutti i nostri fratelli furono chiamati al fronte: Grecia, Russia, Germania, Francia… I Fretta patirono sotto il profilo economico, ma soprattutto sentimentale. Di colpo la Cavallera si svuotò e il silenzio divenne presto presagio di lontananza e morte. La Dina visse con molta apprensione l’evento bellico e l’ipotesi che qualche familiare potesse non tornare più non la faceva dormire la notte.
«Preferirei morire io», mi ripeteva spesso.  
L'Aldo e il Selvino, al momento della chiamata, erano lontani con le loro famiglie. S’erano già sposati e avevano già messo al mondo dei figli. Ma Guido, Primo, Secondo, Luigi, e Abbondio, partirono tutti dalla Cavallera. Se per me fu commovente e difficile da digerire la mattina in cui se ne andò Guido, per la Dina fu angosciante soprattutto la separazione da Abbondio. Erano molto legati. Le loro sensibilità si sposavano. Lui la disegnava spesso, e insieme si confidavano segreti che nessuno seppe mai. Anche perché affrontavano argomenti troppo difficili. Che molti giudicavano noiosi e prolissi. Oggi verrebbero definiti dei filosofi. All’epoca qualcuno aveva provato a considerarli dei tipi veramente fuori dal mondo. Quando partì per il fronte – un caldo a e afoso giorno di giugno - la Dina pianse amaramente e per quasi un mese non parlò più con nessuno. Poi ci chiese scusa per il suo comportamento, ma tutti noi sapevamo quanto tenesse al fratello e, né mamma né papà, osarono rimproverarla. Io avevo su per giù dodici anni, lei quattordici. Fu in quel periodo che qualcosa nel cuore iniziò a mutare, portandola ad amare sempre di più una persona che nessuno poteva realmente vedere, ma che lei riteneva fosse presente nelle vite di tutti noi, in ogni istante della nostra giornata. Quella persona era Gesù.
Un giorno mi disse che le pareva di essersi innamorata. Sbigottii. Non volli sapere di chi e quella sera presi sonno senza discorrere con lei, come ero solito fare. Poi capii che il suo amore poteva non essere come quello degli altri. Forse c’era di mezzo un sentimento più grande di quello di tutti i comuni mortali. Forse c'era di mezzo la religione. Ma era un pensiero troppo complicato da approfondire per un ragazzino della mia età. A malapena potevo intuire quel che significasse volersi bene. Tuttavia mi resi conto di essere sulla buona strada quando la vidi sempre più spesso assentarsi per andare a pregare di fronte all’immagine della madonnina che troneggiava sotto il portico in mezzo alla cascina; o raggiungere mamma, se la sera prima di coricarsi si genufletteva dinanzi al crocefisso che aveva in camera.
«Sei sicura di sentirti bene?», le chiesi un giorno.
«Mai stata così bene», mi rispose.
Sembrava il botta e risposta di anni prima avvenuto fra Guido e Secondo, in occasione di una delle prime visite angeliche. Ma i suoi occhi erano davvero pieni di amore, letizia, premura. Uno sguardo del genere non lo avrei mai più rinvenuto in nessuna persona. Era uno sguardo che pareva trascendere la quotidianità. Era come se vivesse in un altro universo. A un certo punto cominciai a preoccuparmi, pensando che potesse soffrire di turbe analoghe a quelle di Secondo. È vero che mio fratello aveva smesso di vedere gli angeli da più di dieci anni, e che, di fatto, io non avevo mai avuto modo di osservarlo davvero durante una visione; ma i racconti sul suo conto erano arrivati fino a me, e così presi a fare due calcoli e a equiparare il passato con il presente: se Secondo vedeva gli angeli, la Dina magari vedeva la Madonna. Ecco perché aveva sempre quel sorriso gaudente. Per me a metà strada fra la fanciullezza e l’adolescenza era una riflessione assolutamente verosimile. Di fatto mi ricordai di figure che mamma citava spesso come Bernardette di Lourdes o Maria di Fatima. Tutto tornava. Mia sorella Dina era una sorta di nuova Bernardette. Sicché una volta trovai il coraggio di rivolgermi a mamma e domandarle se anche lei la pensasse come me. Mia madre non andò molto per il sottile e scoppiò in una fragorosa risata. Io rimasi di stucco, cosa c’era di tanto divertente nella mia domanda?
«Vieni un po’ con me», mi disse mamma, invitandomi a seguirla.
Girammo intorno alla cascina ritrovandoci per caso nel punto in cui anni prima Secondo incontrava il soprannaturale.   
«Lo vedi il ciliegio? È qui che tuo fratello diceva di vedere gli angeli».
Capii che forse avevo fatto centro.
«Quindi è qui che la Dina vede la Maria Vergine».
Di nuovo mamma rise di gusto.  
«Ma perché ti sei messo in testa queste cose?».
«Non ci vuole molto, sono fratelli e probabilmente si assomigliano più di tutti gli altri».
«Figlio mio, non è proprio così», mi disse dolcemente, pregandomi di accomodarmi vicino a lei su un muricciolo che divideva il pollaio dalla cascina. «Ci sono persone che nella vita non si sposeranno mai perché si innamorano di qualcuno di molto speciale. Ma questo non significa che debbano vedere chissà cosa: Gesù, la Madonna, gli angeli. Semplicemente hanno ricevuto quel che viene chiamata “vocazione”».
«E che vuol dire?».
«Vuol dire che Gesù le ha chiamate».
«Quindi deve morire?».
Mamma si trattene ancora a fatica.
«No, tesoro mio, non deve morire. Deve semplicemente farsi suora».
Sentendo questa parola mi alzai di scatto dal muretto e levando gli occhi al cielo mi chiesi se tutto ciò potesse essere vero. Conoscevo qualche suora del circondario, tipo suor Marisa che abitava a Vimercate e che sotto Natale passava sempre col prete dalla cascina per la benedizione, ma mai mi sarei immaginato che anche una mia sorella potesse prendere i voti. Le suore mi sembravano delle figure leggendarie, tipo le protagoniste di qualche fiaba. Non potevano essere vere. Ma era così e per quel che riguarda mia sorella la situazione sembrava essere molto più avviata di quanto potessi supporre.  
«Ma allora dovrà andarsene di casa?».
«Al momento opportuno sì, ma adesso è ancora piccola, deve ancora capire se questa sarà definitivamente la sua strada. Avrà tutto il tempo per pensarci e se lo vorrà potrà condurre a termine la sua scelta».
«A voi dispiace?».
«E perché dovrebbe?».
«Non so, mi viene da pensarla così, non sono tanto contento che la Dina voglia farsi suora».
Mamma mi accarezzò la nuca.
«Non ti devi preoccupare, vedrai che sarà per tutti noi un grande piacere sapere che un familiare è stato chiamato dal Signore e che può ricordarci tutti i giorni con il raccoglimento e la preghiera».
Mamma mi lasciò con un bacio sulla testa.
«Ora non ci pensare e vai a divertirti».
Per un po’ feci finta di niente, ma con la Dina trascorrevo davvero tanto tempo, e fu impossibile non tornare sull’argomento.
Era un uggioso giorno di agosto, aveva da poco smesso di piovere. Il mais era alto e le pannocchie grasse e mature. Io la Dina bighellonavamo per i sentieri della radura e per puro caso finimmo per scontrarci con la cappelletta ottocentesca che divide i campi di Oreno da quelli di Vimercate. Il bel viso di mia sorella si illuminò.
«Ti scoccia se mi fermo per una preghiera?».
La guardai stranito. Non avevo nulla contro chi recitava le preghiere, io stesso lo facevo prima di addormentarmi, ma il fatto che lo stesse per fare mia sorella – promessa sposa a Gesù - mi indispose.
«Se proprio devi».
La Dina non comprese il mio disappunto. Con grande semplicità si inginocchiò ai piedi della Vergine e sommensamente cominciò a dedicarle una serie di versi imparati da mamma o dagli anziani durante i rosari, i vespri, le celebrazioni eucaristiche.
«Ti va di pregare con me?».
Non so cosa mi prese, ma mandai completamente all’aria il nostro idilliaco pomeriggio. Presi per un braccio mia sorella e la spinsi lontano dalla cappelletta. Mi guardò come si fissa un folle.
«Nano, ma che ti prende? Sei impazzito?».
Solo così mi resi conto di quel che avevo appena fatto. Mollai la presa e scappai via. Finì lì la nostra giornata. A casa, a tavola, scostò costantemente lo sguardo per non dover incontrare il mio. Non dava l’impressione di essere arrabbiata, di fatto non si arrabbiava mai, ma probabilmente c’era rimasta così male che non trovò il coraggio di comportarsi come sempre faceva, illuminandomi con una sua dolce espressione. La verità però fu di tutt’altra natura ed emerse palesemente quando la Dina confessò pubblicamente a tutta la famiglia che avrebbe iniziato il cammino che l’avrebbe portata a farsi serva di Gesù. Fummo a tavola insieme – praticamente io e le mie sorelle - una sera d’inverno, con il camino che schioppettava e l’odore acre e pungente di zampe di gallina abbrustolite che inondava tutta la cucina. Nostro padre sembrava essere particolarmente su di giri. Anche mamma era contenta, benché non accadesse di frequente negli ultimi tempi, visto che era in corso una guerra mondiale e che tutti i nostri maschi rischiavano la pelle ogni secondo.  
«Credo che la Dina abbia qualcosa da dirci».
Mia sorella arrossì, ma i suoi occhi tradivano un sentimento profondo ed eterno. Si alzò da tavola e con voce flebile raccontò a tutti ciò che aveva in mente.
«Per grazia ricevuta ho il piacere di comunicare ai miei cari familiari che ho finalmente preso la decisione di entrare in noviziato. Starò in convento per un paio di anni dopodichè, se Dio vorrà, potrò diventare madre e sorella di tutti voi e di tutti gli altri nostri fratelli che abbiamo vicini».
Le nostre sorelle sapevano di questo desiderio della Dina, ma la sua ammissione ufficiale fece sobbalzare tutti. Per non parlare del sottoscritto che ancora non poteva capacitarsi dell'ipotesi che la sua sorella preferita volesse regalarsi completamente a Dio. Era una cosa che non riuscivo ad accettare, e il vero motivo non fu chiaro nemmeno a me per molto tempo; nella sua interezza lo compresi solo una volta adulto. E a poco sarebbero serviti i messaggi di conforto giunti come una benedizione dai nostri genitori. Avevo un problema col quale solo e soltanto io potevo fare i conti: ero geloso di Gesù. Ebbene sì, temevo che Gesù volesse portarsi via mia sorella. Stavo bene con lei come con nessun altro, e la sua scelta di consacrarsi al mistero della croce mi sembrò così insensata e crudele da sentirmi in dovere di osteggiarla in tutti i modi.
Dopo la notizia nostro padre versò a tutti un goccetto di vino. Era l’occasione giusta per brindare. Ma io feci molta fatica a partecipare alla festa e alla fine della cena mi dileguai come sparisce un gatto quando è indisposto. Nessuno si accorse del mio silenzio e della mia sofferenza. Se non mamma. Quando le tenebre della sera avevano avvolto ormai ogni angolo della cascina mi raggiunse ai piedi del mio letto e mi baciò sussurrandomi che mi voleva bene. Ne fui contento, e il giorno dopo mi prese in disparte per cercare di alleviare ancora una volta le mie pene.
«Non sei l’unico a stare male, sai?», esordì mamma.
Io feci l’uomo.
«Perché dovrei stare male».
«Conosco l’affetto che provi per la Dina, anche lei ti vuole molto bene. Ma non si può dire no alla chiamata del Padre».
Mi immalinconii. Era la conferma definitiva che dovevo diventare grande e imparare a vivere senza mia sorella.
«E poi guarda che potremo andarla a trovare quando vogliamo», continuò mamma, con grande delicatezza. «Potrai andare anche tu da solo quando sarai grande e vedrai che un giorno sarai contento della sua scelta».
Mi venne da piangere, ma volli dimostrarmi uomo fino in fondo e soffocai il magone in tre respiri profondi. Mamma mi strinse a sé e si congedò.
La Dina intraprese il noviziato dopo un paio di mesi dalla comunicazione ufficiale che aveva rilasciato a tutti i familiari. Io non mi ero mai accorto di nulla, ma l’entrata in convento della Dina era stata preparata in ogni particolare.
«Dove andiamo?», chiesi vedendo i due carri più grossi della Cavallera mettersi in movimento verso la strada che collegava Vimercate ad Arcore.
«Andiamo ad Agrate», mi rispose la Lina.
«Ad Agrate?».
Era un paese vicino a Oreno che più volte avevo attraversato in lungo e in largo per qualche commissione con papà o il nonno. Un giorno, per esempio, eravamo andati in una cascina del paese, si chiamava la Vignolina, per comprare un liquore speciale decantato dai vecchi per le sue qualità terapeutiche. Dicevano che bevendone un bicchierino tutti i giorni si poteva campare cento anni. L’unica certezza, lo posso dire ora che ho passato gli ottanta, era che riusciva a procurare a tutti i consumatori una bella ulcera nel giro di poco tempo. Il primo a rimetterci fu proprio il nonno che una mattina trovammo ai piedi del letto con una striscia di sangue che sbolliva dalle labbra, suggerendo che fosse il caso di darci un taglio con il vino e qualunque altro alcolico girasse per la casa.  
Questa volta, dunque, andammo ad Agrate perché è là che, almeno per un po’ di mesi, sarebbe rimasta la Dina, in attesa di diventare una suora a tutti gli effetti.
«Ad Agrate ci sono le serve di Gesù Cristo».
A sentire queste parole dondolai la testa affranto. L’addio di mia sorella non bastava, ci voleva dell’altro per rendere ulteriormente difficile la situazione: com’era possibile fare parte di un gruppo di suore chiamate serve di Gesù Cristo?
«E chi sarebbero ste suore?», domandai perplesso.
«Sono suore come tutte le altre», tagliò corto la Lina, che non ne poteva più dei miei capricci.
«È la congregazione di Ada Bianchi», disse la Dina. «È la suora che ha fondato l’ordine agratese, dopo avere lasciato le canossiane di Monza».
«E perché le ha lasciate?».
«Perché ha fatto un sogno».
«Che sogno?».
«Nel sogno la Madonna le diceva di formare una nuova congregazione per contribuire alla diffusione del cristianesimo nelle famiglie».
Storsi la bocca, rischiando uno scappellotto dalla Lina sempre più insofferente. Mi domandai se non fosse già abbastanza diffuso il cristianesimo nelle case; e che diamine servisse mia sorella con un velo in testa a una propaganda che sembrava già fin troppo consistente. Poi andarono avanti a spiegarmi – come se fosse necessario - che il gruppo era attivo ufficialmente dal 1926 e che presto sarebbero sorti nuovi centri in giro per l’Italia. Compresi che forse mia sorella sarebbe potuta andare molto lontano, e mi venne di nuovo il magone.
Giungemmo ad Agrate che era quasi mezzogiorno. Brillava nel cielo un sole pallido che non sapeva bene cosa fare: c'era caldo, ma le nuvole impedivano il consueto irraggiamento della bella stagione. Il convento si trovava nei pressi di una chiesetta detta di san Pietro dove, secondo le leggende, e tanto per stare in tema, un tempo comparve a un bimbo malato la Vergine Maria che lo guarì in un sol colpo; era la stessa zona in cui, fino a un secolo prima, veniva organizzato un mercato molto frequentato, teatro di un omicidio di cui i vecchi parlavano ancora rabbrividendo. La struttura si allungava verso la piazza della chiesa, finendo per lambire lo stradone principale che univa il carugatese al vimercatese. Non ero mai stato da quelle parti, e mi chiedevo dove si trovasse la Vignolina. In un’altra circostanza avrei trovato il coraggio di chiederlo a qualche famigliare. Ma non in questa, che accompagnavo la Dina in un posto dal quale non sarebbe mai più ritornata. Una specie di tomba.  
Mamma e papà erano radiosi; così le mie sorelle e naturalmente la diretta interessata. Io, unico figlio maschio, osservavo tutto con molta attenzione, ma con riserbo. Lungo quella che poi seppi chiamarsi via Mazzini c’era un grande via vai. Mi colpirono una signora vestita malamente che correva verso la piazza principale del paese con due sacche piene di verdura; un paio di ragazzette con i capelli corti che ciangottavano fra loro di bellimbusti da maritare; due omoni in canottiera che si arrabattavano attorno al manico di un attrezzo rottosi a metà.
«Ciao Nano».
Mia sorella mi fu dinanzi all’improvviso, impedendomi di organizzare una degna e convincente reazione. Mi abbracciò stretto e mi diede un vigoroso bacio sulla guancia. Sentii tutto il suo bene, ma forse non fu sufficiente.
«Sai che sei il mio preferito. Sai che ci vedremo ancora tante volte. E che quando tornerò a casa a trovarvi potremo giocare come abbiamo sempre fatto».
Riuscii a malapena a dirle ciao.
Salutò poi tutti gli altri, con una passione che non avevo mai visto. Papà le strinse le mani e le accarezzò le guance con grazia. In modo simile si comportò mamma e le altre mie sorelle. Vennero due suore mature ad accoglierla sul cancello. Una delle due dette l’impressione di sapere molto bene quel che faceva, quella che lungo il tragitto avevo più volte sentito menzionare come “la superiora”.
La vidi così allontanarsi di spalle, con quel suo vestito bianco, un paio di sandaletti che solo ora mi rendevo conto di non avere mai notato prima, e la lunga chioma di capelli che ancora per poco avrebbe impreziosito il suo volto. Avrei voluto che si voltasse anche solo per un attimo per regalarmi un ultimo sorriso, ma non lo fece. Capii che ormai era sposa di Gesù. Sul carro, facendo ritorno a casa, potei finalmente abbandonarmi a un pianto liberatorio. Mamma mi regalò un lungo abbraccio che ricordo come fosse ieri.

La Cavallera # 12

12.

Eh, la Ilma. Già il nome. Non è certo un nome comune. Nemmeno quando i miei erano giovani e sembravano essersi messi in testa di sfornare figli a tutto spiano. A ben vedere non credo che mia madre fosse molto d’accordo; era mio padre, diciamo, che non badava molto al rischio di mettere in piedi una famiglia eccessivamente numerosa, superiore perfino alle proprie disponibilità economiche, inconsapevole dei pericoli che dovesse correre una donna sempre incinta. Perché nei primi decenni del novecento la medicina era ancora piuttosto arretrata e la probabilità che un parto potesse compromettere la salute di madre e figlio era molto alta. Anche noi, come ho già raccontato, c’eravamo passati, con la nascita della prima femmina, Benedetta, che per poco non mandò mamma al creatore. Io non ero ancora nato, ma le successive narrazioni famigliari furono così nitide che era come se ci fossi stato anch’io. L’ospedale, del resto, era ancora un concetto astruso. All’ospedale ci andavano solo i moribondi, chi veniva colpito da terribili morbi o doveva essere operato. Gli altri se ne stavano a casa, e morivano a casa. O nascevano, appunto.
L’epilogo di ogni gravidanza avveniva in cascina, freddo o caldo che fosse, come era  sempre accaduto dalla notte dei tempi. C’erano le levatrici e qualche zitella disponibile a farsi carico di un’incombenza che viveva come una missione, conscia del fatto che a lei il piacere di mettere al mondo una creatura le era stato negato. Non erano mai belle signore, ma forze della natura con le natiche più grandi del creato e una risposta saggia per ogni tragedia. Probabilmente mio padre non ci pensava. Viveva come al tempo della Bibbia, o forse prendeva alla lettera il messaggio della Bibbia. Così sfogava senza remore i suoi istinti e se capitava un altro figlio era perché doveva andare così. Un giorno venne a casa Guido e ci disse che esistevano in America delle persone che vivevano ancora come ai tempi dell'Antico testamento. Li chiamavano mormoni. Pensai che non fossero così diversi da noi. Anche noi continuavamo a vivere secondo i ritmi della natura, e anche noi andavamo avanti a procreare come ricci.
A volte mia madre mi faceva un po’ di compassione. Soprattutto negli ultimi tempi, quando anche la Piera aveva già emesso il suo primo gemito. L’ultima nata della Cavallera, nel 1934. Io posso dirlo che ero uno dei fratelli più giovani e rimasi con lei per molto tempo. Più di ogni altro. La vedevo spesso stanca e affranta. Con il seno cadente e prosciugato da una fase di allattamento che non terminava mai. La sua faccia era una maschera di cera su cui era possibile misurare le rughe più profonde, ognuna la risposta all’ennesima fatica portata in grembo.  Ma non si lamentava e aveva sempre e per tutti un sorriso. Non era triste, era solo rassegnata. Ma di una rassegnazione elegante, onnipotente, lungimirante. Mia madre era una donna orgogliosa e fiera del suo ruolo. Nonostante le precarietà si sentiva soddisfatta e gioiva per i tanti figli che aveva messo al mondo. Per alcuni sembrava più contenta, per altri meno. Benché facesse di tutto per elargire affetti e carezze in egual modo. Quelli che la facevano dannare di più erano Secondo e Luigi. Secondo aveva smesso di vedere gli angeli che io non ero ancora nato. Ma aveva cominciato a bere. E sembrava non avesse molte chance di conquistare un avvenire normale, sereno, con una moglie normale e dei figli da accudire. Temeva per lui, e lo trattò sempre come un bambino indifeso. Lo accudì fino alla fine dei suoi giorni. Luigi era Luigi: difficile capire le sue bizze, il suo incontrollato modo di interagire con le persone. Mamma e papà lo richiamavano spesso, ma non erano quasi mai soddisfatti del suo comportamento.
Per mia madre era come se la vita fosse stata già scritta e che qualunque decisione avesse preso, le cose sarebbero andate secondo uno schema prefissato, regolato dall’alto, dal cielo. Il cielo, al quale si appellava così frequentemente, con una fede incrollabile, convinta di un Dio magnanimo e attento, che non avrebbe mai abbandonato i suoi figli. Raccontava spesso l’esempio delle orme. Diceva che una volta morti, incontrando il padreterno, si fa con lui un piccolo resoconto della vita trascorsa, analizzando le tracce lasciate su una battigia, la parafrasi di un intero cammino. Ogni tanto le orme scomparivano e ciò accadeva in corrispondenza dei momenti più difficili della vita.
«Perché?», le chiedevamo in coro.
Lei rideva.
«Perché quelli erano i momenti in cui Dio ci ha presi in braccio».
Ecco perché abbassava la testa e andava avanti per la sua strada con passione e stoicismo. E non era mai un’arrendevolezza pusillanime. Era la sua vita, sapeva che doveva essere così e non fece nulla per cambiare le cose. Diceva che ogni persona aveva una strada da seguire, e che ben poco fosse lasciato al caso. Parlava spesso di destino, convinta che tutti ne avessero uno, e che la firma di ogni cammino stava su un grosso registro nascosto chissà dove. Sapeva comunque il fare suo. Va bene la magnanimità, la tolleranza, e la comprensione, ma se era il caso era in grado di imporsi e fare valere le proprie ragioni, sempre con garbo e gentilezza. Sapeva anche tenere testa a papà, e perfino dargli consigli in campo lavorativo o politico. Il suo debole per don Sturzo fu solo uno dei tanti episodi in cui seppe imporsi. Anche per questa sua attitudine a dare consigli era apprezzata e amata. Molte donne della Cavallera e delle cascine vicine erano felici di confrontarsi con lei per sapere cosa ne pensasse su certi argomenti. E molte scelte dipendevano dalla sua approvazione. Un giorno una ragazza in età di marito volle da lei un parere su un ragazzo che veniva da Camparada, e che passava tutte le settimane dal mercato di Vimercate per far conoscere i suoi prodotti ottenuti dalla lavorazione del rame. Mia madre volle saperne di più prima di pronunciarsi e quando la ragazza le confidò che era un tipo incline ai piaceri della bottiglia le disse di stare in guardia. La donna le diede ascolto, e più in là si seppe che la storia non aveva avuto seguito perché l'uomo aveva tentato di rubarle la dote e fuggire.
E sempre mia madre cercò, dunque, di spiegare alla Ilma che Antonio Bellavia non fosse l’uomo ideale per lei, che s’era messa in testa  di sposare non appena avesse compiuto diciotto anni.
«Sei troppo piccola per lui e non puoi sapere che tipo di uomo sia».
La titubanza di nostra madre derivava dal fatto che non fossero molto belle e linde le parole che circolavano su Antonio. Era un uomo già maturo, ormai prossimo ai quarant’anni, e sembrava che nella vita ne avesse combinate di cotte e di crude. Sul volto portava i segni di un’esistenza rocambolesca, non erano tanto le rughe quanto gli evidenti segni di colluttazioni e ferite che si erano rimarginate male. Certo, era anche un bell’uomo, e fu proprio questo aspetto a sconvolgere la vita di mia sorella. Era alto, con il volto sagomato, gli occhi scuri e profondi, la bocca carnosa e un taglio di capelli che ricordava il ciuffo di un marangone. Arrivava in cascina tutti i mesi per esibire le sue mercanzie. Preziosi di ogni genere: anelli, collane, braccialetti. Il suo lavoro non era chiarissimo, così come la sua origine. Il cognome lasciava a intendere una provenienza meridionale, ma nessuno seppe mai offrire ulteriori informazioni sul suo passato famigliare. Compresa la Ilma. Non si sa dove recuperasse gli oggetti di valore che poi vendeva di paese in paese, sostenendo di regalare oggetti di pregevole fattura che un giorno sarebbero valsi un occhio della testa. Le donne gli andavano incontro come si va incontro a un personaggio importante in grado di promettere chissà quali futuri. E l’uomo ci sapeva fare, adescandone in gran quantità, facendo credere a chiunque quello che voleva. Poteva essere considerato un perfetto istrione, un marpione, pronto a fartela sotto il naso da un momento all’altro. Le peggiori voci dicevano che avesse sparso figli per ogni cascina visitata. Quel che è vero è che presto lui e la Ilma divennero confidenti. Ogni volta che passava dalla Cavallera trovavano il tempo per ritagliarsi angoli di intimità nei quali presero presto a prospettare un avvenire insieme.
«Appena avrai compiuto diciotto anni ti porterò via con me».
La Ilma non capiva più niente quando si sentiva dire certe parole. Un uomo così bello e affabile tutto per sé. Le parve un miracolo. Anche se aveva vent'anni più di lei. Il giorno in cui compì diciotto anni, l’uomo arrivò con un enorme mazzo di fiori e un anello che aveva tutta l’aria di valere un capitale. Sapendolo, le donne del circondario in età di marito morirono di invidia. Qualcuna, fra le più maligne, usò epiteti poco piacevoli per definire il comportamento di mia sorella, che a onor del vero non aveva fatto nulla di male, ma per fortuna nessuno ci fece troppo caso. La guerra era ancora nel pieno, ed io ero l’unico fratello che poté assistere al nuovo incontro fra i due. E c’erano tutte le altre nostre sorelle che nutrivano un atteggiamento ambiguo, non capendo le reali finalità dell'uomo. L’unica a favore della loro unione fu la Lina, la ragazza più carina della cascina, così affascinata dall’avvenenza e dalla bellezza.
«Non dare retta agli altri, ascolta me, uno così non te lo puoi fare scappare», le diceva.
La sera dell’anello mio padre lo invitò a restare a cena. Fu una cena simpatica e curiosa. Io non proferii parola, me ne stavo nell’angolo più lontano della tavolata vicino a mamma ad ascoltare. Le mie sorelle pendevano dalle labbra di Antonio. Lo vedevano come una star hollywoodiana. Diceva che nella vita ne aveva viste tante, e che era stato perfino in Africa per affari. Aveva girato la Tanzania, dove era stato in contatto con trafficanti di pelli e mercanti di avorio. Raccontò qualcosa anche del suo misterioso passato famigliare, ma senza dare grandi ragguagli su quel che si poteva già intuire. Disse semplicemente che il suo ramo paterno proveniva da una ricca famiglia campana, che nei secoli era diventata famosa per aver elargito denaro in gran quantità alle persone meno abbienti. A un certo punto tirò in ballo anche un Papa, Pio VIII: morì avvelenato e stando alle sue descrizioni i suoi antenati avevano fatto di tutto per salvarlo, suggerendo che ci fossero delle persone che gli volevano male e che non gli avevano mai perdonato la sua riluttanza a Napoleone che si era dichiarato re d'Italia. Ma qui qualcuno di noi, compreso il sottoscritto, inarcò le sopracciglia supponendo che stesse iniziando a dispensare aneddoti con troppa facilità, evidentemente non del tutto veritieri. La Ilma aveva le guance rosse e gli occhi pieni di lacrime.
Verso la fine del pasto mio padre prese ufficialmente la parola, lasciando tutti a bocca aperta. Anche mia madre impallidì.
«Signor Bellavia, io non ho nulla in contrario all’unione fra lei e mia figlia, vorrei solo chiederle di aspettare la fine della guerra. Mia figlia sarà un po’ più matura e lei avrà sicuramente più possibilità per garantire un futuro alla famiglia che vorrete formare».
Cadde un silenzio apocalittico, rotto solo da un mite miagolio. La Ilma non riuscì a trattenere la rabbia. Si alzò di scatto e scaraventò a terra il tovagliolo.
«Ilma», gridò nostra madre.
Ma mia sorella era già scappata da qualche parte a versare lacrime amare. 
«Signor Fretta», esclamò Bellavia, adirato, «perché mai tutto questo tempo? Io posso garantirle che ho già l’occorrente per costruire una casa e formare una famiglia e... non vedo in che modo la guerra possa ostacolare il nostro amore».
Sentendo queste parole pronunciate con tanta audacia, anche le altre mie sorelle arrossirono. Non avevano mai sentito nessuno esprimersi in modo così plateale su argomenti che venivano giudicati molto personali. L’uomo dette l’impressione di essere molto sicuro di sé. Ma nostro padre non gli diede molto spago e continuò per la sua strada.
«Signor Bellavia, io la ritengo un personaggio piuttosto eccentrico, ma non mi permetterei mai di mettere in dubbio i suoi sentimenti; peraltro penso che la Ilma sia una ragazza con tutte le carte in regola per divenire moglie e poi madre. Ma il mio senso di responsabilità mi porta a dover fare i conti con una situazione difficile non solo a livello locale. Tutti i miei figli sono al fronte e vorrei che almeno le mie ragazze rimanessero al sicuro fra le mura dove sono nate, finché le cose non si saranno calmate un po’. Vedrà che non ci vorrà molto alla fine del conflitto».
Il signor Bellavia scoppiò in una fragorosa risata.
«Mi perdoni signor Fretta, ma non ho mai sentito un padre comportarsi come lei. Da quando in qua i sentimenti possono dipendere dall’evoluzione degli eventi bellici?».
«Così la vedo io», disse papà, lapidario.
Bellavia dondolò la testa sconsolato.  
«Dunque non posso far altro che prendere atto della sua decisione».
Mio padre annuì.
Fece riposare per qualche secondo la voce e infine sbottò privo di soddisfazione e pieno di rammarico.  
«Ora, se mi permette, leverei il disturbo. Non vorrei nuocere troppo con la mia presenza indesiderata».
Mia madre intervenne per cercare di dare un taglio un po’ più delicato alla discussione, ma con scarsa convinzione. Di fatto, era perfettamente d’accordo con papà.
«Signor Bellavia, la prego, non la prenda come un affronto personale. Nessuno mette in discussione la sua buona volontà, ma capisce anche lei che di questi tempi...».
«Signora, mi scusi, non serve che vada avanti. Credo di avere udito abbastanza. Sarà mia premura ripassare a tempo debito, sperando che le cose siano cambiate e che anche voi possiate mostrare più sensibilità».
Il signor Bellavia se ne andò amareggiato, e per molti mesi non si fece più vedere. Continuò a commerciare i suoi prodotti nelle cascine vicine, tenendosi a debita distanza dalla Cavallera. 
La Ilma tenne il muso per varie settimane, ma alla fine si rese conto che  mamma e papà avevano davvero agito per il suo bene. La situazione era tutt'altro che tranquilla e mettere su famiglia in questo momento sembrava voler sfidare il destino. C’erano state delle retate anche nel vimercatese  e nessuno poteva dirsi al sicuro. Si rischiava di venire uccisi per delle banalità da qualche tedesco convinto ancora di poter vincere la guerra. Bastava pochissimo. Sembrava uno squallido gioco. Mario Perego, ad Agrate, era scappato durante una ricognizione fascista e fu colpito alle spalle. Morì in pochi secondi, davanti agli amici con cui stava sistemando un muro dove anni dopo sarebbe sorta la Star.
In realtà mamma e papà sapevano benissimo che non fosse tanto per la precarietà della guerra che si erano comportati in quel modo, quanto per il fatto che il signor Bellavia continuava a convincerli poco. Con la scusa del conflitto bellico pensavano di averlo eliminato per sempre. Ma non fu così.
Il signor Bellavia comparve dopo un paio di anni, con la guerra agli sgoccioli. Il primo gennaio del 1945 avvenne la liberazione del campo di Auschwitz. Quel che si trovarono di fronte le truppe sovietiche dell’Armata Rossa fu qualcosa di mostruoso; un vero e proprio campo di prigionia studiato per uccidere e torturare. Per la prima volta il mondo venne a conoscenza delle atrocità compiute nei campi di concentramento, dove le persone venivano gasate e bruciate nei forni crematori. Ebrei, zingari, dissidenti politici, omosessuali, testimoni di Geova. In Italia, e in particolare alla Cavallera, le notizie giunsero frammentarie, dopo vari mesi, complici titoli raccapriccianti di giornale che, se da una parte rallegravano per la fine di un conflitto costato milioni di morti, dall'altra suscitavano apprensione perché legati alla consapevolezza che non ci fosse fine alla crudeltà e al sadismo umano.
Bellavia tornò a mostrare le sue chincaglierie con l'inizio della primavera, nei giorni del grande bombardamento di Berlino a opera degli americani. Quando la Ilma lo rivide gli corse incontro e lo abbracciò stretto, palesando un amore che anziché assopirsi con la lontananza, s'era incredibilmente rafforzato. La scena non sfuggì a nostro padre che per caso s'era trovato nei paraggi e non poté fare a meno di andare incontro al nuovo venuto. Gli strinse la mano e insieme si accomodarono sotto l'aia tergiversando del più e del meno.
«Eccomi dunque di nuovo fra voi», esordì Bellavia, con piglio sarcastico. «La guerra come converrete sta volgendo alla fine ed io non mi sono scordato di vostra figlia».
Papà strabuzzò gli occhi incredulo. Una parte di lui s'era quasi scordato della faccenda.
«La guerra non è ancora finita ma devo ammettere che le cose si stanno mettendo male per i tedeschi».
«E per i giapponesi. Tokyo è un cumulo di macerie».
«Vedo che è molto informato».
«Con il mio lavoro devo essere al corrente di ciò che accade nel mondo».
Papà fu gentile e gli chiese come gli andavano gli affari e in che modo si sarebbe preparato all'avvenire, auspicando l'imminente fine del conflitto.
Bellavia gli disse che aveva progettato di mettere in piedi un negozio in una piccola valle della bergamasca. Da quando aveva visitato la Cavallera l'ultima volta, aveva frequentemente attraversato l'Adda, divenendo un profondo conoscitore dei territori appartenenti all'ex repubblica di Venezia.
«Come mai fin là?».
«E' un buon posto per fare girare gli affari. Non ha mai sentito parlare dei colli di San Fermo?».
«Non credo, sa, noi brianzoli non abbiamo molto tempo per andare a spasso».
«Si arriva a Bergamo e da lì si intraprende una lunga strada che sale fino a un paese chiamato Grone. Proseguendo si giunge ai colli. Negli ultimi tempi s'è fatta aspra la lotta partigiana, ma si spera che con la fine delle ostilità si possa combinare qualcosa di buono».
«Come va la resistenza?».
«C'è un paese, si chiama Fonteno. E' dall'estate scorsa che partigiani e truppe delle ss e fascisti se le danno di santa ragione. C'è un tal maggiore Langer che semina panico fa i civili, ma ha di certo le ore contate».
Mio padre ascoltò con interesse l'intera vicenda della cosiddetta Battaglia di Fonteno e rimase incantato quando Bellavia gli raccontò che nella storia erano coinvolte anche le donne. Le truppe fasciste le mandavano a perlustrare le zone presiedute dai partigiani, con la scusa di fare delle fotografie alla popolazione locale o di vendere pane fresco. Alla fine però le cose si erano messe meglio per i partigiani che più di tutti gli altri conoscevano il territorio, i nascondigli, i sentieri più impervi per raggiungere nel minor tempo possibile un particolare luogo. C'erano di mezzo anche dei preti. Bellavia citò un tal don Giacomo Pedretti, fratello di una staffetta partigiana, che si mise in pratica a fare concorrenza al parente.
«Bene signor Bellavia», risolse mio padre dopo una bella oretta di conversazione, «non posso dire che non mi abbia fatto piacere parlare con lei. Conosce davvero tante cose e posso immaginare che abbia tutti i numeri per poter avviare un'interessante attività».
Fece un bel respiro profondo e dichiarò l'inevitabile.
«Vi auguro ogni fortuna e… certo, adesso, se lei lo desidera, ha tutti i diritti per prendere in sposa mia figlia».
Antonio e la Ilma rimasero insieme per più di due ore. Passeggiarono avanti e indietro per i campi che circondavano la Cavallera, lasciandosi inebriare da un venticello leggero e frizzante. Quando mia sorella ritornò a casa aveva le guance più rosse del sole al tramonto e i vestiti tutti spiegazzati. Mamma e papà la fissarono con lo stesso sguardo con cui s'erano congedati dai figli maschi partiti per la guerra, provando un misto fra malinconia e tenerezza. A nessuno ancora andava giù Antonio, ma a questo punto fu impossibile impedire con forza alla Ilma di maritarsi con chi aveva scelto di condurre la propria esistenza.
La notte trascorse serena, la primavera era ormai un dato di fatto, lo provavano i profumi nell'aria che non si sentivano da molti mesi e i rumori dell'aia, non più il solo canto di sporadici uccelli, ma il clamore dell'intero risveglio animale e degli schiamazzi dei bambini.
All'indomani cominciarono i preparativi per le nozze di mia sorella.