martedì 10 luglio 2012

Rapsodia gitana # 1


1.

Aprì la porticina della roulotte e si trovò di fronte a una scena che mai avrebbe potuto immaginare: la mamma giaceva riversa in una pozza di sangue, con gli occhi spalancati, la bocca digrignante: un aspetto terribile, vicino a quello di certi zombie appena osservati su un fumetto trafugato nella biblioteca del paese. Dallo stomaco era visibile uno squarcio che la tagliava quasi in due, come se, un abominevole mostro, dotato di gigantesche chele d’acciaio, l’avesse presa di mira per soddisfare la sua insaziabile fame. Ripensò per un attimo a quand’era piccolo e a certi giocattoli riconducibili a questa sorta di immagine onirica; anche se non erano quasi mai giocattoli suoi, ma di qualche amichetto conosciuto qua e là; o erano quelli provenienti da una delle tante discariche abusive che sorgevano nei dintorni della stazione. Adesso aveva una certa età e ai giocattoli non pensava più. Voleva diventare un acrobata e da tempo si esercitava seguendo i consigli del papà di Giacinta, anche lui un sinti.
Per tradizione facevano i giostrai, ma la sua famiglia e quella di Giacinta avevano da tempo abbandonato questa professione, dopo aver perso tutto in un incendio doloso risalente agli anni Novanta. La sua specialità erano i salti mortali. Saltava su se stesso come un grillo, senza la minima fatica, lasciando a bocca aperta tutti coloro che avevano l'occasione di incontrarlo. Eccelleva anche come funambolo, percorrendo le cime dei cancelli a due metri da terra, per nulla intimorito dalle vertigini che ogni tanto si facevano sentire. Più volte s’era esibito nei pressi del Duomo di Milano, per raggranellare qualche quattrino da dare a mamma. Negli ultimi tempi, per via della crisi, le cose s'erano fatte ulteriormente difficili e qualche volta avevano anche saltato la cena.
Nella roulotte si respirava un odore stantio, pesante, intriso di sudore, frittura e umidità. La sera prima la mamma aveva voluto fargli una sorpresa: patatine fritte. Ne era ghiotto, da sempre. Ma non era solo per questo. Da giorni il termometro non scendeva sotto i trenta gradi e la piccola casa ai piedi del cavalcavia della stazione s'era trasformata in una camera a gas. Era per via dell'anticiclone Minosse: da un po’ di mesi era partita questa moda di dare strani nomignoli ai fenomeni atmosferici. Non fiatò per qualche istante, spalancando lo sguardo sull'unica persona che fino a quel momento aveva rappresentato tutto il suo mondo. Non capiva cosa potesse esserle accaduto. Gli sembrava di essere stato catapultato in un'altra dimensione, in un altro fumetto, quello con gli zombie. Chiuse immediatamente la porticina alle sue spalle e prese a supplicare mamma di risvegliarsi.
«Mamma! Mamma! Mi senti?».
La mamma non batté ciglio. Un adulto non avrebbe fatto fatica a capire che la madre di Radu se ne fosse andata al Creatore già da un pezzo. Ma non lui, che aveva appena compiuto dodici anni, non sapeva nemmeno cosa volesse dire andarsene al Creatore. E non poté nemmeno concepire che, il destino, dopo papà, potesse ora strappargli anche mamma: il padre era morto di ulcera due anni prima, dopo aver rifiutato le cure di più medici, che credeva in contatto con la polizia e potenzialmente in grado di espellerlo dall'Italia nel giro di poche ore.
«Mamma...».
Tentò di rialzarla da terra, convinto che sarebbe bastato farle riacquistare la postura eretta per ridarle il respiro. Ma non ottenne risultati, se non un'esacerbazione dell'emorragia che in breve tinteggiò di rosso vivo l’intero pavimento della roulotte, impiastrando anche i pochi elettrodomestici sparsi per il piccolo locale. Resosi conto di non avere forze a sufficienza per sollevare il corpo di Slagena e tantomeno restituirle la vita, s'accovacciò sul lettino a due piazze sul quale più volte aveva dormito con mamma, con le mani fra i capelli, invocando con tutte le sue energie l'intervento di Del, il dio dei sinti. Poi passò a pregare Mulé, lo spirito del nonno. Anche qui, invano. Alla fine non gli rimase che chiudere gli occhi illudendosi che fosse tutto un brutto sogno.

2.

Rimase a pregare le stelle per un buon quarto d'ora, blaterando a bassa voce frasi che non sempre avevano un senso. Terminò rendendosi conto che non poteva rimanere in quello stato catartico per l’eternità, rischiando di morire asfissiato; doveva assolutamente agire, prendere una decisione, scegliere che destino affrontare. Doveva inventarsi al più presto qualcosa. Doveva chiedere aiuto a qualcuno.
Di primo acchito non gli venne in mente un’anima a cui rivolgersi; non aveva un padre, fratelli o sorelle, né nonni. Chi poteva dargli una mano? Aveva solo dodici anni e non poteva farsi carico di un simile peso... Mamma non respirava più, forse era morta. Doveva per forza dirlo a qualcuno. Giacinta era l'unica persona che gli stava a cuore e alla quale avrebbe potuto confidare la disgrazia che l’aveva appena colpito.
Giacinta era una quindicenne con la faccia scura e le labbra carnose, un piccolo seno a punta e due gambe affusolate da far sfigurare anche quelle di Naomi Campbell. La vedeva quasi tutti i giorni. Ogni dì danzavano avanti e indietro per il parco Gramsci, alla ricerca di qualche passatempo o di una monotonia in qualche modo più facile da sopportare. Nella peggiore delle ipotesi si mettevano a guardare i vecchi sfidarsi a bocce. Spesso li prendevano in giro, per le loro comiche e sbilenche camminate o frasi buttate lì con accenti per loro astrusi. Doveva dire tutto a Giacinta.
Si alzò dal letto e, attento a non calpestare un braccio di mamma che esanime ostruiva il passaggio verso la porticina della roulotte, guadagnò l'uscita. Chiuse a chiave e si mise a correre verso il parcheggio della Smeg, la ditta dove la famiglia di Giacinta aveva trovato dimora, alle pendici di rigogliosi alberi di robinia, di fianco a un vecchio mobilificio; i capi della struttura sapevano di ospitare una famiglia sinti fra i propri confini, ma – a differenza di altre ragioni sociali della zona - non avevano mai messo in atto azioni per mandarli via, anzi; a volte, addirittura, li soccorrevano, offrendo loro qualcosa da mangiare o bere o qualche vestito usato.
Radu giunse a destinazione con il fiatone e le guance paonazze: la tradizionale maschera di carnevale che lo contraddistingueva quando finiva di giocare a calcio con qualche compagno. L'amichetta stava sulla soglia della roulotte con lo sguardo assonnato, impugnando una camicetta verde che tentava di rammendare. Avrebbe dovuto partecipare a un matrimonio sinti e desiderava indossare l’abito a cui teneva di più, ma che a furia di metterlo s'era usurato lungo le maniche, creando due vistosi e impresentabili squarci di lana infeltrita.  
«Giacinta...».
La ragazzina vide l'amico trepidante giungere al suo cospetto con il cuore in gola.
«Radu, che succede? Perché vai così di fretta?».
«Mia mamma...».
Giacinta non capiva. Non l’aveva mai visto così agitato.
A Radu gelarono le parole in bocca.
«Mia mamma... Credo sia morta».
Giacinta sbigottì.
«Cosa stai dicendo?».
Radu inaugurò un nuovo respiro, carico di ansia.
«Vieni con me».
«Dove andiamo?».
«Ti porto a vedere mia mamma...».
Giacinta raccolse al volo l’ordine di Radu, senza neppure ponderare la sensatezza della terribile confidenza. Corse in roulotte a sistemare la camicetta e si precipitò dall'amico in piena defaillance, pronto a esaudire ogni sua richiesta.
«Andiamo».
Volarono come aquile in picchiata, sfidando senza paura il viavai delle macchine che a ritmo spedito rombavano verso la stazione dei treni e del metro. Non si dissero una parola, sopraggiungendo a destinazione senza rendersene conto.
Da lontano la casa ambulante di Radu sembrava piccola, dimessa, confusionaria. E sporca. Da tempo non la lavavano, benché mamma e figlio si fossero ripromessi di rinvigorirla con i primi canti autunnali. Una promessa che non avrebbero mai mantenuto, tramontata dinanzi a un fendente impietoso. Di fronte alla porticina della roulotte, Radu ebbe un attimo di esitazione e per un istante si immaginò che, divaricando l'uscio, sarebbe stato come tutte le altre volte, senza alcunché di anormale. Una speranza già accarezzata, che, però, ancora una volta, non aveva lasciato adito alle illusioni. Il corpo di mamma era circondato da mosche verdi, che ballonzolavano senza sosta, e il sangue aveva cominciato a raggrumarsi creando collinette di poltiglia rossa maleodorante. Radu cercò di spazzare via gli insetti con una manata.
Giacinta impietrì dinanzi a quel calvario.  
«Radu...».
«La mamma».
«Ma... cosa... cosa è successo?».
Radu non rispose. Si piegò sul corpo della madre per sincerarsi definitivamente che non ci fosse più nulla da fare. E rabbrividì accorgendosi della sua fronte tumida e gelida come una lastra di marmo.

3.

Giacinta restò senza parole, indignata, perduta, sconnessa dal mondo visto fin lì. Si riprese dopo qualche minuto di agonia, lungo come il Giurassico. Razionalizzò la drammaticità dell'accaduto fissando catatonicamente tutto quel sangue catramoso finito sul pavimento della roulotte, spillato da un corpo ormai appannaggio dell’aldilà. Non poté, dunque, fare a meno di allungare una mano in direzione dell'amico di sempre, per poi stringerlo a sé in un abbraccio fraterno.
Radu rimase rigido come un palo della luce, inerte di fronte al gesto affettuoso di Giacinta, incapace di provare qualunque emozione. Riuscì, però, a ravvedersi del fatto che, a parte la madre, nessun altra persona lo aveva mai abbracciato con tanto trasporto. In un altro momento sarebbe stato diverso, pensò, avrebbe anche potuto dirle grazie.
«Radu, dobbiamo fare qualcosa...», disse la ragazza con un mastodontico groppo alla gola.
Radu non fiatò; i suoi occhi erano di ghiaccio e le guance, da paonazze, erano diventate cenerognole.
Giacinta gli diede uno scossone, finendo quasi per strappargli la manica della camicia.
«Radu... non possiamo rimanere qui impallati tutto il giorno...».
Il ragazzo sbigottì, offrendo un’immagine di sé lontana da qualunque retroscena adolescenziale.  
«Tua madre... tua madre... hanno ammazzato tua madre, ti rendi conto? Dobbiamo agire, al più presto!».
Radu squadrò l'amica con un luccichio disperato e indifeso. Maledì il giorno in cui era nato. Maledì di essere nato in una famiglia sinti, da sempre condannata a vivere ai margini, impossibilitata a integrarsi nella società e a condurre un'esistenza dignitosa. Ripensò alle miriadi di volte che aveva provato a immedesimarsi nei tanti ragazzini che vedeva correre per Sesto con la cartella sulle spalle e i vestiti lindi. Bambini con una madre e un padre normali. Con lavori normali, case normali, vite normali... Vedeva in loro una felicità che non gli apparteneva e non capiva perché questa desolazione riguardasse solo lui. Covava una rabbia sempre più grande e ora che sua madre non c'era più, sentiva che la sua rabbia s'era trasformata in qualcos'altro: in odio, odio per tutto e tutti. Si ritrasse dagli avambracci di Giacinta e tornò a sedersi sul letto, fissando ancora una volta il corpo devastato di mamma. Notò che le uscivano delle bollicine dalla bocca e provò ribrezzo.
«Non so cosa fare», fu l'unica cosa che riuscì a mugugnare.
«Non lo so nemmeno io, ma possiamo pensarci. Se almeno ci fosse mio padre...».
«Dov'è?».
«È partito con Nicusor. Credo siano andati a cercare del rame in una stazione ferroviaria dalle parti di Lugano».
«Cos'è Lungano?».
«Lugano. Deve essere una grossa città. Non so di preciso...».
I due si guardarono con fare rassegnato, mentre il tanfo nella roulotte si annidava nelle loro narici provocandogli conati di vomito.
«Se resto ancora un po' qui dentro finisco per terra», disse Giacinta.
«Cosa vuoi fare?».
«Ho un’idea», disse la ragazza.  
C'era un bar lungo lo stradone che conduceva a Monza, frequentato quasi esclusivamente da brutti ceffi, extracomunitari poveri in canna e nomadi, dove avevano qualche amico. Lo gestiva un tal Rafael Serrano, cento chili di strafottenza, con due baffi ungheresi grossi e cespugliosi che gli coprivano mezza faccia e un naso alla Gerard Depardieu. Era un tipo strano, dai trascorsi tutt'altro che trasparenti, ma sempre molto ospitale nei confronti dei sinti, con cui aveva più volte stretto affari. Spesso lo raggiungevano per fumare di nascosto qualche sigaretta o farsi offrire da qualche anima caritatevole un’aranciata.
Al bar di Rafael passavano parecchio tempo con due scansafatiche di prima categoria, che vivevano di espedienti, senza avere mai avuto una dimora fissa, né un lavoro. Erano Teschio e Benzina, buoni di animo, quanto spericolati e sprovveduti nella vita. Gli uomini giusti, forse gli unici, a cui chiedere un aiuto.

4.

Teschio e Benzina osservavano la strada davanti a sé, come se stessero assistendo a uno degli spettacoli più suggestivi del mondo. In fondo, si accontentavano di poco.
Il bar di Rafael era la loro casa. Ogni pomeriggio si acquietavano su una delle tante sedie che lo contraddistinguevano, all’interno e all'esterno, in modo pittoresco e confusionario, rimirando il panorama. Non c'era, in realtà, molto da rimirare; tuttavia il via vai delle macchine e il frastuono dei treni di sottofondo, simile a una colonna sonora rugginosa e stridente, erano abbastanza per soddisfare i loro sensi adombrati di vicissitudini e noia. Peggio della loro apatia, evidentemente, c'era solo quella dei vecchietti della zona che, incalzati dagli anni e tediati dalle malattie, si fermavano tutti i giorni a vedere come proseguivano i lavori per l'allungamento della metropolitana Rossa. A un certo punto scorsero all'orizzonte i due amichetti rom. Così li chiamavano, anche se i due non erano rom, ma sinti.
«Brutte facce, oggi, ragazzi. Che succede?», domandò Teschio.
I due lo guardarono angosciati.
«Teschio... è successa una cosa grave», replicò Giacinta.
Teschio e Benzina rinsavirono da un sonno lungo millenni. Era raro sentire dire che “era successo qualcosa di grave”; ma era anche ciò che serviva ogni tanto per non correre il rischio di addormentarsi ai piedi di Rafael e non risvegliarsi più.
Benzina strabuzzò gli occhi, notando l'enfasi della ragazzina e riaccendendosi in lui il desiderio della sua sniffata quotidiana di petrolio distillato trafugato dal serbatoio di qualche macchina parcheggiata in via Monte Santo.
«Che diamine è successo?», disse Benzina, sempre più trafelato.
Giacinta notò Radu mordicchiarsi le labbra, consapevole del fatto che toccasse a lui l'arduo compito di comunicare agli amici la tragedia che s'era abbattuta sulla sua famiglia. Il piccolo fu lapidario:
«Hanno ucciso mia madre».
Benzina per poco non precipitò dalla sedia, rimbambito da un violento capogiro.
Teschio si alzò di scatto, come se qualcuno gli avesse punzecchiato il sedere, e prese sottobraccio Radu, scortandolo fino al cospetto del platano più maestoso di via Luini: certe cose era meglio gestirle con lungimiranza e attenzione, e non farle sapere in giro prima del tempo.
Giacinta si accomodò trepidante al posto di Teschio infilandosi le mani nelle tasche, una delle quali  aveva la fodera completamente sfondata, causa del ripetuto smarrimento di oggetti e monete. Fece cenno a Benzina che la cosa fosse terribilmente drammatica; ma al tentativo dell’uomo di avere qualche delucidazione in più, girò l'indice su se stesso, indicando che solo al momento opportuno – verosimilmente al termine della consulta privata fra Teschio e Radu - avrebbe saputo tutto ciò che desiderava.
«Spiegati meglio», disse Teschio a Radu.
«Sono tornato da mamma e... l'ho trovata in una pozza di sangue».
«Dove?».
«Nella roulotte».
«Non sai chi è stato?».
«No».
Teschio resse il suo peso piuma appoggiandosi al voluminoso tronco dell’albero centenario, crogiolandosi nello spicchio di cielo che si intravedeva fra le fronde della pianta; una boccata di ossigeno.
Faceva caldo, ma un'insistente brezza rendeva la giornata, tutto sommato, tollerabile. Rafael, ancora all'oscuro di tutto, stava lottando con un paio di zanzare tigre che vorticavano come saette intorno al suo capo spelacchiato, servendo a due albanesi grondanti di sudore, birra e patatine: anch'essi erano del giro e conoscevano i due della comunità nomade, benché non ci avessero mai parlato.
Teschio aggrottò le sopracciglia, trasformando la fronte in un parco giochi fra i calanchi lucani. Non era nuovo a sinistri del genere, ma vedendo, in questo caso, che era coinvolto un piccoletto di nemmeno dodici anni, gli era montata una rabbia fuori dal normale. I piccoli dovevano rimanere estranei a certe faccende.
«Come l'hanno ammazzata?».
«Non lo so. Forse con un coltello».
«Hai provato a cercarlo?».
«Cosa?».
«Il coltello».
«Non ho cercato niente».

5.

«Stanno tornando», disse Giacinta a Benzina.
L'uomo annuì di soddisfazione: non stava più nella pelle. Di nuovo di fronte all'amico e a Radu si pose con occhi imploranti per cercare di capire cosa diavolo fosse accaduto al piccolo e a sua madre. Prima era stato solo un accenno: ora desiderava conoscere i particolari.
Teschio lo guardò con aria stralunata, dimentico della complicità che da sempre li caratterizzava e li portava ad agire in simbiosi senza bisogno di raccontarsi chissà quali piani di azione. Era visibilmente turbato, sentendosi in qualche modo responsabile del destino di Radu.
«Allora?», incalzò Benzina.
«Parla a bassa voce...», reclamò Giacinta.
«Qualcuno deve avere ucciso la madre di Radu. Con un coltello».
Benzina ebbe un altro mancamento.
«Chi l'ha uccisa?», sibilò.  
«Non ne abbiamo idea», disse Teschio sconsolato.
«Non ne abbiamo idea?».
I quattro tacquero per un istante, lasciando al terrifico baccano dei tir, che transitavano davanti alle loro pupille pietrificate, l'onore di celebrare il sole ormai alto.
Il locale si riempì di altri due fedeli clienti, due meridionali dalla lingua sciolta e il cervello perennemente in corto circuito, in Lombardia da un decennio. Rocco De Palma era soprannominato Minchia di ferro, per via dell'abitudine a fermarsi a far pipì ovunque capitasse; Rosario Greco era, invece, conosciuto con l’appellativo di Re lucertola, a causa del suo viso scavato e il naso adunco, particolari anatomici che l’immaginario collettivo riconduceva alle fattezze di un rettile.
Lavoravano presso un cantiere nei dintorni del centro commerciale Vulcano. Facevano i manovali e nel tempo libero battevano il bar di Rafael, dove avevano contatti con altri corregionali, con cui amavano passare il tempo a bere e chiacchierare di sport e donne. Sembravano tranquilli, ma non è da escludere che fossero immischiati in qualche losco traffico legato alla microcriminalità. Una volta che i carabinieri avevano fatto visita al locale di Rafael, sollecitando i presenti a rilasciare i propri documenti, avevano interpellato anche i due campani, trovandone uno, Minchia di ferro, non del tutto in regola. Lo avevano portato al commissariato di polizia e sottoposto a un sbrigativo interrogatorio; ma poi non era emerso nulla di eclatante e il giorno dopo era già di nuovo ancorato al bancone del compassato esercizio sulla strada per Monza, felice di poter raccontare qualche nuova boiata.  
Vedendo i quattro defilati, dopo aver ordinato un bianchino per uno, Minchia di ferro e Re lucertola li raggiunsero, intenzionati a scambiare quattro innocenti chiacchiere.
«Che butta?», domandò Minchia di ferro.
«Fa caldo. Fa solo tanto caldo», replicò Teschio, cercando di controllare il nervosismo.
«È la stagione, non possiamo farci niente. Dalle nostre parti fa ancora più caldo».
«Dalle nostre parti è come stare dentro un termosifone», blaterò Re lucertola.  
Il compare lo fissò indeciso se ridere o meno della sua affermazione. Di fatto non faceva per nulla ridere, ma s'era convinto che, in qualche modo, una risata avrebbe potuto rendere un po’ meno pesante il senso di oppressione che gravitava sul sestetto.
La pantomima finì lì. I due meridionali se ne andarono sbuffando dopo una manciata di minuti, abbandonando al loro destino i vari clienti di Rafael, completamente ignari dell'accaduto.
«Per fortuna si sono levati dalle palle», commentò Benzina, in seguito alla loro dipartita, rivolgendosi agli amici con gli occhi sgranati di un barbagianni.
Teschio si fece meditabondo, supponendo che le prossime mosse della banda sarebbero dipese da lui; ma ancora non sapeva a chi e a cosa appellarsi e di conseguenza quali ordini impartire. Doveva, comunque, al più presto, mostrare la sua autorità, la sua intelligenza e il suo fragore disincantato, per non correre il rischio di essere scalzato da qualcun altro, specie da Benzina, praticamente il suo subalterno.
«Allora che si fa?», domandò Giacinta, osservando la perplessità di Teschio e lo sguardo sempre più malinconico di Radu.
Teschio e Benzina si guardarono con ritrovata complicità, suggerendosi a vicenda che c'era un solo modo per risolvere la tragica mattina: recarsi sul posto dell'assassinio.

6.

«Radu, dobbiamo tornare alla roulotte. Te la senti?», domandò Teschio.
Il piccolo fece un semplice cenno di sì col capo; era evidente che quella sarebbe stata l'azione successiva dell'improvvisato quartetto, tuttavia era giusto che fosse Radu a inaugurare ufficialmente la sciagurata avventura di voler fare un po' più di luce su una vicenda quantomeno straordinaria.
Lungo la strada camminò una decina di metri più avanti degli altri, dando l'impressione di volersi estraniare, regalando il foglio di via a pensieri che in quel momento non avrebbe condiviso nemmeno con lo spirito del nonno. Giacinta lo seguiva ansante, con lo sguardo abbacchiato, cercando in tutti i modi un buon pretesto per poterlo stringere a sé e coccolarlo un po': gli voleva sinceramente bene, come un fratello più piccolo o, addirittura, come un piccolo amante. Più di una volta aveva sognato di convolare a nozze con lui, nel sonno, ma anche a occhi aperti.
«Forse sarebbe il caso di contattare la polizia...», disse Radu all’improvviso, fermandosi ad aspettare la banda.   
Fecero silenzio gli altri del gruppo per qualche secondo, concentrando le loro attenzioni sulla seria ipotesi di coinvolgere le forze dell'ordine. Di certo, con esse, sarebbe stato tutto più semplice, ma andava considerato il fatto che non sarebbe stato tutto rose e fiori e che ci sarebbero potuti essere dei gravi contraccolpi sulle loro vite. Da sempre i vigili e i carabinieri di Sesto, sollecitati dalla varie  amministrazioni, lottavano contro i rom e i sinti per sradicare dal territorio la loro presenza illegale. Il paese da anni ospitava i nomadi, ma la convivenza fra i locali e gli alloctoni – se si esclude l'atipico buon rapporto che correva fra la famiglia di Giacinta e i responsabili della fabbrica che le dava asilo – era sempre stata difficile. Peraltro la fedina di Teschio e Benzina non era così immacolata e un incontro improvvisato con la giustizia avrebbe potuto rievocare antichi misfatti.
«Non credo sia una buona idea», sentenziò Teschio.
«Ma potrebbero scovare l'assassino immediatamente», replicò Radu.    
«Sì, ma non pensate alle conseguenze... sapete, poi, i casini che ci tiriamo dietro?».
«In che senso?», domandò Giacinta.
«Come minimo spediscono a calci fuori dall'Italia la tua famiglia e Radu... Radu potrebbe finire in qualche orfanostrofio», disse Benzina.
«Orfanotrofio», precisò Teschio.
«E cos'ho detto io?».
«Qualche r in più», ironizzò Giacinta.
Benzina esibì una smorfia di disapprovazione.
«Secondo me è meglio se ce la sbrighiamo da soli. Se tiriamo in mezzo gli agenti... è finita per tutti».
Giacinta sorrise a Teschio, orgogliosa di poter trotterellare al fianco di due adulti che le davano retta come se fosse una donna già matura, degna di essere presa in considerazione per la sua esperienza e lungimiranza. Del resto, dal punto di vista fisico, non era poi così lontana da una grande a tutti gli effetti, con i vari attributi al loro posto, e una sensibilità ben distante dai capricci e dalla paturnie dell'infanzia e dell'adolescenza.
Radu, nel frattempo, con l'aria più mogia che mai, aveva guadagnato nuovo terreno sugli amici, sospinto dall'indefesso desiderio di mostrare a Teschio e a Benzina cosa avevano combinato a sua madre. Non se ne andava l'immagine di mamma accartocciata su se stessa, con quel ghigno disperato inciso sulle guance. Tirò, con stizza, un calcio a un sasso che finì dritto nella bocca di un marciapiede, cloaca cittadina contornata da pagine di giornale e foglie morte. Il gesto gli procurò un lieve sollievo, subito, però, ridimensionato dalla vista in lontananza della roulotte, sotto il grigio cavalcavia dove viveva, ormai, da più di due anni.
Rallentò il passo, fino a fermarsi per aspettare i tre compagni: questa volta avrebbe aperto con loro la porticina della casa ambulante.

7.

Il piccolo scostò lentamente l'uscio, profondamente disturbato dall'idea di vedere ancora il corpo esanime della mamma. Lo vide a partire dal solito braccio allungato verso la porta, che ora pareva di marmo. Dietro di lui, in religiosa successione, Teschio, Benzina e Giacinta.
Nessuno fiatò, ma Benzina fu immediatamente colto da un attacco di nausea, superando con un balzo maldestro il cadavere, per lasciare spazio agli altri. Sentì le bollicine del bianchino appena sorseggiato muoversi su e giù per l'esofago, dando vita a fastidiosissimi rigurgiti acidi.
La temperatura nella roulotte crebbe a dismisura, come in una serra tropicale. L'odore di morte si fece a dir poco rivoltante, mentre le mosche continuavano imperterrite a proporre la loro danza macabra.
«Chiudi la porta», ordinò Teschio a Giacinta.
La ragazza assolse immediatamente l'incombenza, seriamente decisa a non ripresentarsi più in quel buco infernale: non ci teneva proprio ad asfissiare in tre metri quadri, benedetta da un corpo privo di vita con ancora gli occhi sbarrati.
«Ragazzi», esordì Teschio, dopo essersi ripreso dallo sbigottimento iniziale. «La prima cosa che dobbiamo fare è vedere se ci sono tracce dell'assassino. La seconda... dobbiamo fare sparire il corpo».
«Sparire dove?», domandò Benzina.
Cadde il silenzio.
«Non possiamo tenerlo qui ancora per molto. Dobbiamo individuare un punto dove seppellirlo...», continuò il capobanda, impavido di fronte al dissenso unanime dei presenti.  
«Seppellirlo? Ma non ci sono persone pagate apposta per questo genere di lavori?».
Teschio fissò con disgusto l'amico, evidentemente poco sensibile al fatto che si stesse parlando della persona più cara a Radu.
«Ci sono, si chiamano becchini. Ma non credo che facciano al caso nostro», esordì Giacinta, con un'occhiata di rimprovero nei confronti di Benzina.
«Se chiamiamo le pompe funebri finiamo in un mare di guai. Nessuno di loro è regolare, sarebbe come rivolgerci alla polizia. Dobbiamo per forza pensarci noi».
Calò una cappa di angoscia sulla roulotte del cavalcavia, peggiorando il generale senso di disagio e  soffocamento già patito dai suoi occupanti. Imbarazzo e terrore colsero impreparati i quattro amici: mai prima d'ora s'erano ritrovati a dover in poco tempo decidere dove far sparire un cadavere.
«Io, forse, un'idea ce l'avrei...», mugugnò Benzina, attento, questa volta, a calibrare al meglio le parole, per non rischiare di fare un’altra figura da imbecille.
«Sentiamo», disse Giacinta, impaziente.
«Potremmo recarci dalle parti del Parco Increa...».
«Al Parco Increa?», domandò Teschio.
«Vicino a Carugate...».
«So bene dove si trova».
«Lì c'è un sacco di spazio per far sparire un corpo».
«Oh sì. Se è per questo c'è anche un sacco di spazio per farsi beccare».
«Qual è il problema?», intervenne Radu.
«Il problema è che è un parco comunale. Ci vanno i bambini a giocare col secchiello. Vi pare che possiamo andare a tumulare la mamma di Radu dove i bimbi vanno a divertirsi?».
La riflessione di Teschio non fece una piega.
«Dobbiamo trovare qualche buco sperduto, dove non bazzica nessuno...», continuò il capobanda.
«Ora ci sono», riprese Benzina.
Lo guardarono rassegnati, pronti a sorbirsi l'ennesima sparata priva di qualunque utilità.  
«C'è una fabbrica abbandonata fra Brugherio e Cologno Monzese. Ci sono stato un mese fa con Rafael, per cercare della ferraglia da vendere a un tipo che vuole costruire un motore con scarti industriali...».
«Non sarà la ex Rista, spero...», disse Teschio.
«Ma va là, la Rista la stanno abbattendo: e in ogni caso non sarebbe stato un posto sicuro. Quello che dico io, invece, è davvero fuori mano e lontano da occhi indiscreti. Non ci va mai nessuno, ve lo posso giurare».
«E i suoi dintorni? Puliti?».
«Pulitissimi. Possiamo tranquillamente parcheggiare senza farci notare e magari metterci anche a fare i fuochi d’artificio senza dare nell’occhio. La zona è disabitata. Si è quasi in piena campagna».
Radu fece segno a Teschio che l'idea di Benzina gli piaceva. Anche Giacinta sembrò soddisfatta. Finalmente avevano individuato il punto dove regalare alla mamma del piccolo sinti l'eterno riposo.

8.

Benzina aveva detto quel che doveva dire, ma a tal punto aveva davvero esaurito tutte le sue cartucce; la sua autonomia andò a farsi benedire. Divaricò la porta e, saltando goffamente sul prospiciente marciapiede, si ficcò due dita in gola, vomitando l'anima. Teschio, alle sue spalle, lo lasciò al suo destino richiudendo l'uscio.
«Ti prego, fai uscire anche me», disse Giacinta.
«Cazzo», reclamò adirato Teschio. «Volete che ci becchino?».
Era  terrorizzato che qualche passante potesse vedere ciò che non doveva; ma non ebbe alternative. Riaprì la porta e consentì alla ragazza di raggiungere l'amico per affiancarlo nella sua disdicevole operazione di ripristino della regolare attività intestinale.
Rimasto solo con Radu, si dispose sul bordo del letto, dove era giù accomodato il più piccolo della banda, sempre più chiuso in se stesso. Teschio gli passò un braccio sulle spalle con fare paterno. Non si ricordava quando aveva compiuto un gesto del genere nella sua vita. Forse mai.
«Non ti devi preoccupare. Finché ci saremo noi... sarà tutto sotto controllo».
Radu lo fissò con aria accondiscendente.
«Vedrai», continuò Teschio, «rivendicheremo tua madre...».
Radu non replicò. S’incaponì sul vuoto davanti a sé, come se solo il nulla potesse essergli di conforto, dimentico del corpo di mamma che giaceva esanime ai suoi piedi. Comprese, per quanto gli fosse possibile razionalizzare certe emozioni, che gli mancavano le forze per reagire con autorità e spavalderia al cataclisma che l’aveva colpito, come aveva visto fare da molti eroi della televisione; ma lui non era un eroe della televisione, bensì solo un ragazzetto di dodici anni. Non avrebbe potuto chiedere di più a se stesso... se non il coraggio di piangere.
Aveva, dunque, passato la palla a Teschio e Benzina; e a Giacinta. Lui non avrebbe fatto altro che seguire le loro scelte, le loro indicazioni, senza battere ciglio. Era un miracolo che ci fossero. Per fortuna scalpitavano al suo cospetto, pensò e ripensò prima di rialzarsi dal letto e guardare fuori dall'oblò del cucinino, in cerca di uno spirito che potesse ridargli un po' di luce e speranza.
Teschio lo lasciò fare. Non aveva mai avuto figli e, benché non li avesse mai desiderati deliberatamente, sentiva di provare qualcosa di profondo per Radu, proprio come se fosse una sua creatura. Aveva sempre nutrito un debole per il ragazzino e la sua amichetta; e ora che le cose s'erano messe così male, sentiva che il suo sentimento s'era addirittura accresciuto. Si stupì di queste riflessioni: aveva avuto una vita ben poco propensa ai sentimenti e alle smancerie.
Era riconosciuto per essere stato un uomo segnato dalle vicissitudini e da un'esistenza dura e avara che lo aveva reso ben poco disponibile a condividere affetti e amore. Il punto è che, in qualche modo, in Radu si riconosceva. Dopotutto, anche lui era cresciuto senza genitori e senza alberi maestri ai quali aggrapparsi per ottenere un’approvazione, un sorriso, una carezza. Lo avevano abbandonato a tre anni, per proseguire su strade diverse, dopo essere arrivati più volte alle mani e aver scaricato sul figlio il peso di un divenire compromesso dalla precarietà economica e da due caratteri in forte contrapposizione fra loro.
S'era preso cura di lui la nonna paterna, ma solo perché così facendo percepiva una quota dallo Stato. Teschio, però, era un bimbo intelligente e non ci aveva messo molto a inquadrare l'amore fasullo della parente. Sicché, a sedici anni, era scappato di casa, facendo abilmente perdere le proprie tracce, trovando alloggio in un seminterrato che veniva affittato per due lire, pieno di topi e scarafaggi e dove l’immondizia regnava sovrana. I suoi amici erano tutti i principali teppistelli della zona, molti dediti al consumo di stupefacenti, e al raggiramento di piccole e innocenti creature, che venivano spedite a spacciare per poche lire, con la promessa di fargli fare carriera e mettere da parte un mucchio di soldi.
Anche in questo caso, però, non aveva mangiato la foglia e se l’era squagliata prima che fosse troppo tardi, dedicandosi ai lavori più umili che non duravano mai più di tre mesi di fila, ma che, in qualche modo, gli avevano consentito di farsi un po’ di strada nella vita, senza dover per forza ricorrere al mondo criminale. Alla fine aveva incontrato Benzina, col quale s’era messo in società per soddisfare lavoretti di ogni genere, dall’imbiancatura, alla sistemazione di piccoli impianti elettrici o idraulici. A modo loro erano due genietti, in grado di destreggiarsi in ogni situazione, ma perseguitati dal luccichio sinistro di una cattiva stella che gliene faceva vedere di tutti i colori. 
Per questo motivo coi soldi aveva sempre penato: doveva fare i salti mortali per cercare di condurre un'esistenza dignitosa e tentare di muoversi fra le genti a testa alta. E le prospettive non erano delle più rosee. Con il suo curriculum e la sua età, ormai, erano ben pochi quelli disposti a dargli qualche seria chance lavorativa. Così tirava a campare, di espedienti.
«Ora, Teschio, che facciamo?», chiese all'improvviso Radu, riacquistando un po' di lucentezza e strappando l'amico al suo vagabondare metafisico.
«Potremmo iniziare a vedere se troviamo qui intorno qualche traccia dell'assassino. Se siamo fortunati potrebbe avere lasciato qualche segno...».
«E Giacinta? E Benzina?».
«Tanto in questo buco non ci si sta in più di due. Iniziamo noi a guardarci intorno... poi gli tiriamo un fischio, ok?».

9.

Teschio e Radu passarono al setaccio il camper, sollevando ripetutamente qualche arto della mamma spirata per vedere se anche il suo corpo potesse nascondere qualche ghiotta prova.  
Teschio rovistò nei cassetti del cucinino e nel mobiletto che risiedeva sotto il lavandino, piegandosi sulla schiena come un abile ginnasta; Radu si dette da fare ai piedi del letto e nei pressi dell'ingresso, sotto l'immagine prismatica di Sara la Nera.
Era la santa preferita dalla mamma, un amore che conservava dalla nascita e riferibile a una dea indiana chiamata Kali: quando lui non era ancora nato s'era, perfino, recata a Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue, per onorarla e glorificarla con molti altri gitani, seguendo un rito che si perdeva nella notte dei tempi. Anche Radu aveva cercato di avvicinarsi all’oracolo materno, se non altro per far contento il genitore, ma non era mai riuscito ad affezionarsi, preferendo di gran lunga Mulè, lo spirito del nonno, l’unico al quale gli veniva naturale rivolgersi per chiedere aiuto.  
Durante l'ispezione non trovarono nulla di interessante, se non rotoli di polvere macchiati di sangue.
«Uno scempio», commentò Teschio, desolato quanto il piccolo che lo accompagnava. «Non capisco davvero chi possa avere combinato una cosa del genere a tua madre...».
Si udì un rumore. Come due automi volsero la loro attenzione alla porticina. Qualcuno stava bussando. Erano Benzina e Giacinta che, vinti i rispettivi disordini intestinali, desideravano sapere cosa stessero facendo i due compari e se avevano scoperto qualcosa.
«Che diamine state combinando?», gridò Benzina.
«Il solito deficiente», disse Teschio. «Non ha ancora capito che deve tenere cucita la bocca».
L’uomo, dopo essersi sincerato, con un’occhiata frugale, che non ci fosse nessuno nei paraggi, scese dal camper, seguito da Radu: si concessero un respiro profondo, nauseati dal caldo e dal tanfo lugubre della roulotte.
«Non abbiamo trovato niente, a parte un mucchio di sangue dappertutto».
«Avete guardato sotto ai letti? E nel bagno?», domando Giacinta.
«Li ho controllati io», fece Radu, «ma non c'è nulla di anormale...».
Teschio abbandonò momentaneamente la comitiva, ferma a un punto morto, per fare un giro intorno alla roulotte, in cerca della tanica dell'acqua per grattare via il sangue che gli era rimasto appiccicato come un nastro adesivo. La trovò appoggiata al muro che dava sulla ferrovia.
«Radu».
«Dimmi».
«Sarà bene che venga anche tu a darti una sciacquata».
Radu lo raggiunse senza tentennamenti.
«Se ci trovano in giro conciati così, ci spediscono diretti a San Vittore».
Il giovane sinti non sapeva cosa fosse San Vittore, ma non gli interessò saperlo ed evitò di porre domande in merito. Era frastornato come un uccellino appena precipitato dal nido, che tenta di rialzarsi sulle sue gambette sbilenche.
Teschio tenne alzata la tanica, consentendogli di strofinarsi ben bene braccia e mani, vincendo anche le macchie più resistenti. Compì quest’ultima azione meccanicamente, notando solo per caso una patacca nei pressi di una delle ruote posteriori del camper, che luccicava come un piccolo frammento vetroso abbandonato da una gazza ladra. Ripose la tanica e, sospinto da uno strano presentimento, si affrettò a recuperarla. Mostrava una faccia liscia, dorata; l’altra, invece, riportava  l'immagine stilizzata di una specie di statua greca. Non gli dette molta importanza, sembrava insignificante e di nessun valore; finché non la mostrò a Benzina.
«Aspetta», gli disse l'amico. «Mi ricorda qualcosa».
«Cosa?».
«L'emblema dei Figli di Dionisio».
«Come?».
«L’effige».
«I figli di che?».
Benzina temporeggiò qualche secondo cercando di fare mente locale: aveva visto quell’idea scultorea qualche mese prima, su una specie di spilla che conservava Rafael in un cassetto del suo locale.
«Di Dionisio. È una setta locale».
«Il nome non mi suona nuovo».
«Rafael li conosce bene. Qualche membro è spesso passato dal suo bar».
Teschio e Benzina si guardarono conturbati, riflettendo sullo stesso aspetto: non era un caso che quella collanina fosse finita lì. La mamma di Radu e il piccolo non avevano mai avuto a che fare con la setta; dunque era del tutto verosimile supporre che qualcuno della misteriosa organizzazione fosse stato nei paraggi. La medaglietta era linda e ben tenuta, sintomo che era stata smarrita da poco.

10.

«Pensi anche tu a quello che sto pensando io?», domandò Teschio a Benzina.
«Credo di sì».
«Se l'indossava l'assassino potrebbe averla persa in una colluttazione con la mamma di Radu».
«Potrebbe esserci stato uno scontro prima...».
«Infatti».
«Magari la mamma di Radu e l'assassino si sono trovati a tu per tu davanti al camper, prima che l'assassino potesse colpire...», precisò Giacinta.
«Tutto è possibile», disse malinconicamente Teschio. «I due potrebbero essere venuti alle mani all'esterno della roulotte, per poi continuare lo scontro al suo interno. E lì l'assassino potrebbe avere sferrato il colpo letale».
«Non fa una piega», disse Benzina.
«Non possiamo, però, escludere l'ipotesi che la collanina non c'entri nulla con l'omicidio».
«Per me è una fesseria», disse Benzina. «Mi sembra ovvio che la patacca debba essere ricondotta a chi ha ammazzato la mamma di Radu. Come avrebbe fatto, altrimenti, ad arrivare fin lì? Chi ce l'ha portata, il vento? Peraltro, questa, non mi sembra una via particolarmente battuta ed è pressoché impossibile che un oggetto così atipico sia finito accidentalmente fra le ruote di un camper...».
«Radu, che ne pensi?», chiese Giacinta.
«So solo che mamma non ha mai avuto a che fare con questa setta... non me ne ha mai parlato. Lei pensava solo a Sara la Nera, aveva in mente solo lei, e le preghiere che le dedicava, perché avesse cura di me e del mio futuro; non aveva bisogno di far parte di alcun gruppo... Passava tutto il giorno con me, andavamo a Milano o al parco. Se avesse avuto qualche giro strano lo avrei saputo...».
Giacinta tirò un urlo, scorgendo, a pochi centimetri dalla porticina del camper, una catenella spezzata in due. Pur particolarmente robusta, si notava che, in corrispondenza della frattura, un anellino s'era divaricato causando lo sfilamento di ciò che le apparteneva: quasi sicuramente il ciondolo di Dionisio.
«Fa vedere», gli intimò Teschio.
«Un elemento in più sul quale riflettere con attenzione», disse Benzina, con un ghigno soddisfatto. «È la sua morte, non c'è che dire...».
«Qui la mamma di Radu deve avergliela strappata all'assassino, spedendo il ciondolo sul retro del camper», sentenziò Giacinta.
«Poi l'assassino deve avere perso la testa e...», rifletté Benzina.
«Non so se abbia davvero perso la testa», disse Teschio, interrompendo brutalmente l'intervento dell'amico. «Una persona che fa parte dei Figli di Dionisio, verosimilmente, non viene qui solo per “perdere la testa”. Deve esserci stato un motivo preciso da spingerla fin qui. E possiamo immaginare che il denaro non c’entri nulla. C’è sotto dell’altro...».
I tre, silenti, lo fissarono organizzando i loro sguardi in un grosso punto interrogativo. Era un’analisi inappuntabile. Che motivo c’era di uccidere una povera mamma sinti, ricca solo del suo unico figliolo? La famiglia di Radu non possedeva nulla: perché avevano ammazzato Slagena? Cosa volevano da lei?
«Mia mamma non aveva nemici», reclamò Radu, con un certo risentimento nei confronti delle macchinazioni del tutto lecite di Teschio. «Voleva solo starsene in pace... con me».
Teschio si fece scuro in volto, guardando con sufficienza Benzina che nel frattempo – non avendo altre parole da aggiungere – s'era messo a squadrare il cielo in cerca di un’improbabile illuminazione.
Giacinta compì un nuovo giro del camper, convinta di poter scovare altri indizi, ma non trovò nulla se non i resti di qualche buccia di banana – di cui Radu andava ghiotto – e alcune cicche di sigaretta, gettate dalla madre del ragazzo.
«Nulla», affermò abbacchiata.  
«Abbiamo, comunque, in mano del materiale interessante», disse Teschio, riferendosi alla patacca e alla catenina. «Non sono sicuramente prove schiaccianti, ma rappresentano dei buoni punti da cui partire per la nostra indagine. Siete con me?». 

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