giovedì 16 maggio 2013

Laila # 4

4.

Incubi siberiani

Tutta notte a girarmi e rigirarmi nel letto, pensando a qualche fantasma che volesse divertirsi stuzzicandomi i piedi. Mia nonna mi raccontava che per molti spiriti burloni è uno spasso giochicchiare con i nostri piedi mentre dormiamo. Mia nonna aveva il debole per qualunque forza soprannaturale e in parte ha trasmesso a me quest'attitudine. Vedeva fantasmi ovunque e in numerose occasioni diceva di avere ricevuto miracoli. Per questo motivo ho più volte assimilato la nostra famiglia a quella de La casa degli spiriti, un libro uscito l'anno scorso, pieno di riferimenti apocalittici. Del resto, le creature delle pozzanghere, che solo io posso vedere, non possono che essere considerate entità non appartenenti a questo mondo. Ma il discorso è per me vero solo in parte. Vivrò pure esperienze psichiche borderline, ma, a differenza di mia nonna, non le ho mai associate a qualcosa di veramente anomalo, se non a qualche bizzarria dei neurotrasmettitori che ancora non sappiamo spiegare dal punto di vista fisiologico. Tutto qui. Non ci vedo nulla di trascendentale. Ecco perché anche l'altro dì, parlando della seduta spiritica legata al rapimento Moro, ho dato l'impressione di volermi dissociare da certi argomenti, ritenendoli se non fasulli, di sicuro adombrati da facili condizionamenti e suggestioni. Comunque sia, stanotte è stata una tragedia. Mi sono voltato non so in quante occasioni per sincerarmi che non ci fossero masse ectoplasmatiche desiderose di divorarmi. Ero troppo agitato per abbandonarmi a Morfeo. Mi sono addormentato solo quando dalle persiane ha cominciato a filtrare qualche raggio di luce, rischiarando la mia camera e neutralizzando qualunque potenziale cattiva intenzione messa in campo da soggetti non identificati. Ma non è una novità. Dormo spesso male e sono tormentato dagli incubi da un po’ di tempo. Il tutto s'è inasprito dopo la fine della mia storia con Laila.
Prima di allora raramente facevo sogni strani e rocamboleschi. Ora tutto è cambiato e le notti si sono trasformate in pericolose avventure fantascientifiche. Punto il dito sull'autosuggestione, tuttavia avvengono sovente cose che razionalmente non mi so spiegare. La seconda notte trascorsa a Concorezzo ho sentito un uomo urlare, come se lo stessero sgozzando. Il vocio era pulito, nitido, palese. E terrificante. In realtà non c'era nessun uomo che urlava, ma solo un gallo di qualche vicino che con il suo canto inaugurava una nuova alba. In pratica il canto dell'uccello s'era trasformato, dilatato, fino ad assomigliare al grido straziante di un essere umano. Tutto ciò credo si sia verificato nel mio cervello - i miei neuroni devono avere elaborato malamente un messaggio proveniente dall'esterno, dando vita a spasmi onirici inusitati - tuttavia è stato tutt'altro che piacevole. Per un attimo sono tornato all'infanzia, a quel sogno che feci nel letto dei nonni e che non ho ancora dimenticato, come se avesse ancora qualcosa da dirmi, se non altro a livello subliminale. In realtà non credo che fosse un sogno, ma… qualcosa di dannatamente vivo. Mi infilai sotto le coperte per fuggire a fantomatiche creature aliene e vidi una specie di lupo con le fauci spalancate: l'animale era completamente bianco, con due occhi azzurri e penetranti e la bava che gli colava dai bordi della bocca. Nella sua bellezza era un essere mostruoso. Avevo su per giù due anni. Ecco, la notte appena trascorsa, ho provato più o meno le stesse sensazioni. Mi sono svegliato impaurito come quella mattina di tanti anni fa, con l'unica differenza che, in quest'occasione, non c'era la nonna a rasserenarmi con le sue provvidenziali carezze. 
Ho gironzolato per casa come un robot, per scaricare l'ansia, e ho fumato un paio di sigarette di fila, prima ancora di fare colazione. Non mi piace fumare senza aver mangiato qualcosa, ma stamattina non è stato un risveglio come gli altri: per un attimo mi sono sentito completamente smarrito. Nessuno nella terra di nessuno. Certo, era quello che volevo, ma ho vacillato, ripensando alle mie ultime scelte, forse un po’ troppo azzardate. Mi ha rinsaldato solo il pensiero di poter godere di un capitale pressoché inestimabile, teoricamente in grado di rendermi la vita molto più facile. Dopo uno sbrigativo caffè mi sono appisolato sulla poltrona, inerme e svogliato, ma con il cuore che fortunatamente aveva smesso di battere come un martello pneumatico. Non avevo nessuna voglia di scrivere, né di pensare, ero in stand-by, né vivo, né morto. Avevo solo voglia di dormire, dormire per un indefinito numero di secoli, per recuperare il sonno perduto e non pensare a niente. E' andata avanti così per un paio d'ore. Ho indossato i primi vestiti che mi sono capitati a tiro (gli stessi che porto dal momento in cui ho messo piede in questo grigio villaggio) e mi sono messo a guardare fuori dalla finestra della cucina, ritrovandomi degente di un ricovero geriatrico. Ancora una volta mi sono soffermato come un detective sull'automobile del mio vicino, nella solita fastidiosa posizione, attraversato da un pensiero folle: e se l'uomo fosse morto? Quante volte si sente parlare di persone che vengono ritrovate giorni o mesi dopo la dipartita improvvisa, ormai completamente scheletriche, dimenticate da tutto e da tutti? Ne succedono di queste cose, si legge spesso sui giornali… Il mio vicino, invece (dico per fortuna, anche se non lo conosco) è sano e vegeto. Poco dopo, infatti, pronto per l'ora di pranzo, separatomi dalla mia corsia preferenziale, l'ho visto superare il cancello della sua abitazione. Stava tornando a piedi da non so dove, forse dall'edicola, stringendo sottobraccio alcuni giornali: ho riconosciuto il Corrierone e la sagoma di un magazine, forse un femminile. Se così fosse, posso intuire che l'uomo non vive solo, ma ha una moglie. Sicché i vicini potrebbero essere due. Magari più avanti giungerò a nuove scoperte…  
Dopo pranzo ho guardato un po’ di tv. Davano un documentario su una città della Siberia che non avevo mai sentito nominare: Akademgodorok. Solo dalla Russia arrivano certi nomi assurdi. E forse anche per questo motivo è una delle terre che mi affascinano di più. E' una città misteriosa a una ventina di chilometri da Novosibirsk, sorta appena venticinque anni fa, per ospitare alcuni fra i più importanti istituti di ricerca scientifici. Ne ho sentite di tutti i colori che perfino la storia della seduta spiritica di Prodi e i miracoli ricevuti da nonna, in confronto, sono bazzecole. S'è parlato di uno scienziato russo tenuto sotto controllo dai servizi segreti locali e americani, perché a conoscenza di programmi scientifici di straordinaria importanza, che non dovevano, per nessun motivo, essere resi pubblici finendo nelle mani dei media. In uno di questi si parlava di una bomba speciale, di grande potenza, legata al traffico clandestino di uranio iodio 131 e polietilene con TNT, vale a dire tritolo. Pensai che si stessero riferendo a un terrorista ma non era così. Poco dopo infatti lo speaker parlò di un progetto molto particolare: la realizzazione di una bomba in grado di annullare gli effetti di un gigantesco terremoto o di un'esplosione vulcanica. In pratica si proponeva di bombardare qualcosa per far sì che la geologia di un particolare territorio tornasse nella norma. Ho storto il naso. Qualcosa non mi tornava. La mia ipotesi è che dietro a tutto questo calderone ci fosse molto più prosaicamente l'idea di progettare ordigni di distruzione di massa. Ma questa non è stata la storia più interessante emersa dalle ricerche condotte ad Akademgodorok. Ancora più avvincente è stata la faccenda di Jurj Mocanov, un archeologo russo convinto che in Siberia vivesse un uomo preistorico riconducibile ai primi ominidi "intelligenti" che mossero i primi passi in Africa, due milioni di anni fa.
Stando alle conclusioni del promettente Mocanov, Charles Darwin è un ciarlatano, non sa quello che dice e teorizza. Un'opinione alquanto gagliarda, alla stregua del più temibile creazionista. Non è vero, quindi, che la stirpe umana deriva dalla Gola di Olduvai, in Tanzania, o dai territori limitrofi; le ricerche condotte in Siberia asseriscono che vi furono più "culle del genere umano" e che una di queste risalirebbe proprio a queste lande dimenticate da dio e dagli uomini, sferzate da inverni micidiali dove la temperatura raggiunge senza problemi i meno cinquanta gradi. In seguito sono stato investito da una sorprendente calma; mi sono accesso una sigaretta e messo a pensare a quanto tutto sia davvero relativo, proprio come spiega a livello cosmologico la relatività; compresa la vicenda che mi ha riguardato e che ha cambiato i connotati al mio divenire. Compresa Laila. Ho riflettuto sul fatto che anche nella vita di tutti i giorni ogni cosa dipende da un determinato punto di vista, da come e da dove si osservano le cose. Sono tornato alla trasversalità che analizzavo anche ore fa, proponendomi la possibilità di ragionare da una posizione mentale diversa da quella che normalmente mi rappresenta. Sono così arrivato a credere che sia del tutto lecito leggere la storia di un uomo così come si legge il volo interstellare di un'ipotetica supernavicella. Voglio dire… la storia di un uomo potrebbe, dovrebbe essere equiparata al tempo: assume, infatti, forme e spessori diversi in base al punto di vista dell'osservatore. Per un uomo che vive il presente, una qualunque tragedia assume i reali contorni del dramma. Ma se pensiamo a una tragedia risalente a centinaia di anni fa, ecco che, come per magia, la sciagura, la catastrofe, perde gran parte della sua tragicità, in favore di un sentimento che in alcuni casi potrebbe addirittura affascinare, rasentando il romanticismo. Penso a Giulietta e Romeo, alla morte di Cesare, all'uccisione di Achille da parte di Paride… Colpevoli, rei, demoni, che col passare degli anni (guarda caso il tempo) perdono la loro peccaminosità, in favore di un paradigma molto più "trasversale": l'umanizzazione.

La cappella degli appestati

Poi mi sono alzato e, deciso a cambiare aria, sono corso in bagno per farmi una doccia. Curioso. E' la prima volta da quando ho messo piede a Concorezzo che faccio qualcosa di utile per la mia persona. Sotto la doccia ho perfino canticchiato una canzone di Billy Joel: A bottle of white, a bottle of red, perhaps a bottle of rosé instead… Sistemato e profumato come un principino sono uscito per prendere una boccata d'aria e un po’ più di confidenza con questo strano angolo della geografia suburbana che fa capo alla città di Milano; che un giorno o l'altro non mi dispiacerebbe visitare. Ho gironzolato senza meta per un'oretta, affrontando vie che non avevo mai sentito nominare, limitrofe a uno stradone che se non sbaglio conduce a Monza, capitale della Brianza. Non c'è niente di bello, solo grigio, asfalto e cumuli di immondizia. Non mi capacito di chi vive in questo letamaio da una vita. E' il posto ideale per sparire, non di certo per vivere; ma forse corro un po’ troppo, come in tutte le cose, prima di dare un giudizio bisognerebbe capire bene come stanno realmente i fatti.  
Tornando sui miei passi ho affrontato una vietta che all'improvviso sbucava su una piccola radura, probabilmente alle spalle del centro sportivo, che vedo anche da casa mia, a un tiro di schioppo dall'uscita della tangenziale. Era completamente ricoperta di sterpaglie. Qui ho incontrato un uomo in là con gli anni, un filo di barba bianca e gli occhi circondati da un rossore sospetto: ho pensato, di primo acchito, che potesse soffrire di qualche strana malattia, legata all'insonnia o a un'allergia particolarmente aggressiva. Prima di rivolgermi la parola mi ha squadrato da cima a fondo, scambiandomi, forse, per un malintenzionato. Poi, probabilmente, rendendosi conto che vestivo elegantemente e che mi ero appena rasato, il patema ricamato sul suo volto è scomparso.  
«Per fortuna ha smesso di piovere».
I commenti sul tempo sono da sempre l'ideale per rompere il ghiaccio, mi son detto. Ma indeciso se dargli corda o meno, alla fine, ho taciuto. Ha proseguito da solo.
«Diventa tutto un pantano quando piove… colpa di un terreno troppo argilloso».
Lo guardai divertito, come si guarda un buffo personaggio della televisione. Compresi al volo la sua provincialità, che mi suonò simpatica e persuasiva. Parlava in italiano con una cadenza tipica, locale, che non mi apparteneva, il brianzolo, presumo. Dovevo avere letto da qualche parte che il brianzolo ha una vita lessicale tutta sua, assomiglia al milanese, ma ne è distante per vari aspetti ben identificabili dai glottologi. Presumibilmente risente del comasco e del lecchese e forse addirittura del bergamasco. Gli risposi che aveva ragione e che non c'è niente di peggio della palta che si incolla alle suole.
«Senza contare le mogli che si arrabbiano come iene se le portiamo la terra in casa».
Non obiettai e mi sciolsi definitivamente in un sorriso amichevole.
«Lei è di qui?», mi domandò bruciapelo.
Evidentemente le nozioni sul tempo e gli impantanamenti erano solo il pretesto per giungere a sapere qualcosa di me: ancora non si capacitava del fatto che un estraneo potesse aggirarsi dalle sue parti, con un'andatura così spavalda. Rimasi vago.
«No, sono qui di passaggio».
Vide che non avevo altro da aggiungere e fece cadere il discorso, soffermandosi sull'ampio spiazzo rurale che ci circondava. In fondo, guardando verso ovest, sorgeva una piccola costruzione, sormontata dalle fronde di alberi vigorosi. Dal punto in cui mi trovavo lo scambiai per un piccolo cascinale o una specie di ricovero per animali. Il mio interlocutore comprese il mio interesse e risolse istantaneamente ogni mio dubbio.
«E' per ricordare i tanti morti della peste».
Rimasi colpito dalla parola. Non l'avevo mai sentita menzionare in una circostanza tanto intima e triviale. Peraltro era così… obsoleta. Immaginavo che si potesse leggere su qualche libro o rivista o in seguito a qualche commento proposto in un documentario, ma così, su due piedi, nel bel mezzo di una passeggiata bucolica, suonava alquanto strana, fuorviante, ridicola. Mi rimandò di colpo al Seicento e alle vicende manzoniane, di cui serbavo il ricordo dagli studi affrontati durante gli anni della scuola superiore; qualcosa che, per un incomprensibile meccanismo dell'attività neuronale, mi era rimasto impresso più di molte altre letture. Tuttavia non seppi indagare sulla sua vera natura, i retroscena che consentivano al morbo di diffondersi; riflettei sul ruolo dei topi nella diffusione della malattia, concetto ben impresso nell'immaginario collettivo, e sui sintomi che dovettero patire le povere vittime, ma non seppi elaborare una risposta esaustiva.
«In questo campo, un tempo, venivano sepolti i morti per la peste».
«Capisco».
«Ce ne furono moltissimi, e non solo a Concorezzo…».
«E' una gigantesca fossa comune», dissi con una strana compiacenza.
«Esattamente, e quella cappella laggiù prova la sacralità del posto… anche se non tutti se ne rendono conto».
Non capivo cosa intendesse dire. Dondolai la testa immalinconito, fissando la struttura sulla quale avevamo soffermato le nostre attenzioni. Si accorse della mia titubanza e ancora una volta fu lui a prendere la parola per ammazzare l'empasse.
«Vengono qui a fare le porcate».
«In che senso?».
«Vede?», mi disse indicandomi una pigna di cicche di sigarette marcescenti e un metro più in là il cappuccio di un preservativo. «Questo è quello che si lasciano dietro, sanno che in questo angolo di paese nessuno viene a interrompere le loro sconcerie… e così vanno avanti indisturbati a macchiare un angolo di terra in cui anni fa veniva regalato l'estremo saluto a uomini e donne di tutte le età».
Capii che si riferiva alle coppiette che si appartavano per regalarsi attimi d'intimità. E a questo punto la magia di un pomeriggio così rilassato e piacevole andò a farsi benedire. L'idea della scappatella mi riportò dritto filato a Laila e alle innumerevoli volte che, anche noi, piuttosto che raggiungere casa, ci concedevamo l'uno all'altro illuminati dal bagliore delle stelle. Lo trovavamo molto più romantico che farlo nei posti più canonici, selvaggio, in linea con i nostri più primitivi istinti. Avevo pensato che dopotutto siamo figli di uomini erectus e mezzi neandertaliani che certo non badavano tanto al dove e come accoppiarsi; lo facevamo obbedendo a un dettame naturale che si ritrovavano a dover gestire senza tanti interrogativi, così come ogni mattina scrutavano il cielo per capire se la caccia sarebbe stata più o meno fruttuosa, sospettando che una giornata di pioggia e tempesta non avrebbe decretato il successo della missione. Era quello che facevamo anche io e Laila. La mia Laila. Vivevamo da primitivi, come adolescenti o, forse, meglio ancora, come ancestrali abitanti dell'Eurasia.
Il mio interlocutore s'accorse che non ero più gioviale come pochi istanti prima e mi regalò una smorfia ridicola: sembrava che volesse dirmi qualcosa di carino, senza trovare le parole adatte per farlo. Bastò questo a ridarmi un po’ di fiducia e a restituirmi la convinzione che non avevo fatto male a concedergli del tempo.
«Se vuole l'accompagno».
Intendeva affiancarmi nel mio pellegrinaggio alla cappelletta dei morti per la peste, benché non avessi ancora maturato appieno l'intenzione di raggiungerla. Accettai, comunque, di buon grado, pur non essendo convintissimo di volerlo ancora al mio fianco e di dover sentire i suoi nuovi mille aneddoti su questo o quell'altro retroscena di vita concorezzese. Malgrado ciò dovetti ammettere di avere a che fare con un tipo davvero istruito e appassionato di storia locale, qualcosa che aveva stuzzicato la mia curiosità. Mi chiedevo cosa ci fosse di così tanto bello e interessante da studiare in un paese così insulso come Concorezzo… A quanto pare, invece, anche qui ce n'erano di cose da raccontare e tenere in serbo per i posteri. Il mio uomo ne sapeva di cotte e di crude e pareva che le sue attenzioni principali ricadessero su uno dei periodi più bui della regione, quello del Seicento.
«La peste del quindicesimo secolo coinvolse tutto il circondario», mi disse, «e le vittime furono numerosissime».
Pensai che fosse ridicolo che sopra quel cumulo di ossa potessero, ora, coltivarci senza problemi, traghettando con rumorosi aratri e mietitrebbiatrici. Ironizzai fra me e me supponendo che il terreno dovesse essere particolarmente fertile, e potesse creare i presupposti per la maturazione di vigorose spighe di mais e frumento, frutto della decomposizione di uomini periti per il terribile morbo. Che orrore.
«Ce ne saranno sotto a migliaia».
«Addirittura. Non lo facevo così grande questo paese».
«Probabilmente li portavano anche dai villaggi vicini».
Mi indicò l'orizzonte a est.
«Vede quegli alberi laggiù?».
Annuii: erano dei grossi platani in fila indiana che coprivano gran parte della visuale a oriente.
«Lì c'è confine con Agrate».
«Agrate Brianza».
«Anche quelli di Agrate li portavano qui».
Andò avanti a parlare del Seicento, introducendo il fatto che in quel periodo gran parte dell'Italia del nord era soggetta al dominio degli spagnoli. Erano sopraggiunti all'onnipotenza secolare di Visconti e Sforza e non fecero granché per far fruttare i prodotti e le risorse della nuova terra. Non fecero niente di niente e, infatti, le campagne si inselvatichirono, i centri si ridussero e le carestie si fecero sempre più frequenti, innescate da inverni rigidissimi ed estati caldissime. Sembra che agli spagnoli interessasse solo racimolare quattrini, spremendo come limoni le tasche dei poveri concorezzesi, devastati oltreché dalla peste, da altri morbi caduti nel dimenticatoio come la pellagra, il tifo e lo scorbuto. Non fu come per i francesi, venuti prima e dopo, che, se non altro, pur disdegnando le consuetudini degli italiani, introdussero qualche riforma e si diedero da fare per organizzare una satrapia degna di rispetto e valore, moderna e autosufficiente. Capii, finalmente, perché il mio nuovo amico fosse così esperto di simili argomenti.
«Stiamo scrivendo un libro sulla storia di Concorezzo, e a me è toccato proprio il capitolo relativo al Seicento. Se tutto va bene usciamo per l'estate».
Mi piaceva l'idea di avere un vicino che faceva lo scrittore e ne volli sapere di più.
«Per quale casa editrice?».
Gli premette affermare che rimaneva un semplice prodotto locale.
«No, no, raccogliamo degli sponsor e ci dà una mano la Ghiringhella».
Vide il mio disappunto.
«E' la nostra libreria più famosa. Anche il suo titolare è coinvolto nel progetto: oltre a scrivere contribuisce alla stampa e alla diffusione».
«Certo, ha scelto un bel periodo», dissi divertito dalla boria del mio interlocutore.
«Il Seicento è un bellissimo periodo».
«Forse un po’ funereo».
Non controbatté, preso in contropiede dall'aggettivo che avevo utilizzato e che nemmeno io sapevo bene se fosse davvero il caso di calarlo nella nostra conversazione; ma allargò le braccia, come fa chi vuole esprimere una sorta di rassegnazione. Tornò a parlare della peste e del ruolo che proprio gli spagnoli ebbero nello scoppio della pandemia.
«Furono gli eserciti, muovendosi da una parte all'altra dell'Europa, a causare la pestilenza», affermò. «Nel 1630 gli equilibri militari con Austria e Francia erano tutt'altro che solidi e ogni pretesto, anche banale, diventava utile per sollevare un pandemonio; ci fu nel 1631 il trattato di Cherasco che determinò una breve tregua delle asperità belliche, ma poi tutto riprese daccapo, in una Lombardia devastata dalla povertà e dalla recessione economica. Solo a Milano si contarono almeno sessantamila persone morte di peste».
Ci ritrovammo senza accorgerci di fronte alla cappelletta in ricordo dei caduti, lungo un sentiero che, all'improvviso, si era fatto stretto e pericolante. Era una semplicissima e spartana costruzione, sormontata da un tetto vacillante e protetta da pareti spoglie e vetuste. Sul muro che guardava verso sud era riportata una scritta in latino e una data in numeri romani che non mi sforzai di comprendere. L'uscio era limitato da una porta di ferro battuto che riproduceva il disegno di una croce e permetteva di intravedere il rudimentale sacrario al suo interno, composto da un paio di stendardi rossi e un crocifisso in legno. Di fianco sorgevano due panche, semisommerse dai rovi e qua e là devastate dall'incuria e dalle intemperie. Nonostante tutto sembrava un posto piacevole dove trovarsi a passeggiare; sarebbe dovuto esserlo, pensai, d'estate, con il rigoglio dei vegetali e la mitezza del clima. Mi tornò in mente Laila, e l'ipotesi malsana di poterle presentare questa mia minuscola ma piacevole scoperta.
«E' stata rimaneggiata, ma risale a quasi quattrocento anni fa», mi spiegò il concorezzese, ancora concentrato sulla piccola costruzione. «E', infatti, ben presente nel catasto teresiano».
Mi accomodai su una delle due panche, lasciando sorpreso il mio accompagnatore, che mi guardò stranito, soffocando l'ennesima intenzione di poter diffondere il suo sapere. Per un attimo mi sentii felice; con il piede sollevai pochi centimetri di terra, convinto di poter incontrare qualche vecchio amico delle pozzanghere; ne scorsi due che, però, non mi considerarono più di tanto, presi com'erano dalle loro faccende quotidiane. Il terreno si stava asciugando e per creature come le loro che vivono solo con un buon tasso di umidità, stava diventando un grosso problema. Si misero a scavare più in fondo in cerca del refrigerio perduto, salutandomi con un vago cenno del capo, e facendomi capire che ci saremmo risentiti più avanti in occasioni più propizie. L'uomo al mio fianco mi osservò stupefatto; per la prima volta dal momento in cui c'eravamo incontrati, temette di avere a che fare con un fuori di testa, preso da chissà quali paturnie esistenziali; probabilmente detti davvero impressione di parlare con qualche fantasma. Non lo biasimai, ma lo tranquillizzai in fretta.  
«Buon uomo, la ringrazio molto per i suoi racconti».
Sorrise distrattamente.
«Essendo nuovo di questo paese, sono contento di avere conosciuto qualcosa di più… sa, per uno che viene da fuori, da una grossa città, è piacevole sapere che anche il più piccolo borgo ha qualcosa da raccontare».

Ci rincamminammo verso casa, uno davanti all'altro, in silenzio, come amici di vecchia data di ritorno da una scampagnata. All'imbocco della stradina che conduce alla cappelletta ci stringemmo la mano, salutandoci, incorniciati in un'atmosfera retrò e colorati dai riflessi di un cielo sempre più grigiastro. Il suo pugno era forte e deciso, conforme al carattere che avevo potuto decifrare chiacchierando con lui. Mi meravigliai del mio atteggiamento amicale. Nelle mie ipotesi iniziali c'era, infatti, quella di volermi emarginare il più a lungo possibile da uomini e cose, cercando l'isolamento più totale e il silenzio monacale. E invece… eccomi qui dopo solo tre giorni dall'esordio della mia nuova vita a stringere la mano a un mio simile, peraltro, felice di poterlo fare. Per un istante il peso di Laila è diventato più sostenibile, anzi, potrei dire in alcuni momenti di non aver nemmeno pensato a lei… grazie a un uomo di cui non so nemmeno il nome.  

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