venerdì 5 aprile 2013

Laila # 2


2.

Test chimici

Scrivo perché ho deciso di isolarmi, di respirare in modo diverso, stando lontano da tutto ciò che è stato prima che compissi quarant'anni. La mia vita, del resto, è ormai così suddivisibile: fra ciò che ero prima dei quarant'anni e dopo. Fra l’uragano e il dopo… fra, oddio, lasciamo perdere, non ho nemmeno il coraggio di pronunciarla quella parola: quella parola che inizia per la lettera...
Prima, certo, ero anch'io un uomo normale, in qualche modo sereno, tranquillo, cordiale, affabile, come tutti; ma, poi, dopo il patatrac, sono diventato il fantasma di me stesso: sfuggente, antipatico, impaziente, scorbutico, insolente... qualcuno potrebbe sintetizzare la mia metamorfosi, sostenendo che, per la classica crisi di mezza età, mi sia semplicemente immalinconito, incupito; ma non è così banale e scontata la questione. Qualcosa di grosso si è inesorabilmente trasformato in me, qualcosa si è spento per sempre, portandomi a vivere in modo completamente distaccato, assente, come una nuvola del cielo che svolazza senza meta, indifferente a qualunque destino. Sì, naturalmente, è accaduto qualcosa di molto grave, d'irreprensibile, inaudito, che non mi abbandonerà mai più e con cui ogni minuto, ogni ora della mia vita dovrò fare i conti. Ma così sono ormai andate le cose, e a questo punto non posso farci più niente, se non cercare di esorcizzare il tutto scrivendo, appunto, come un ossesso, un dannato, naufragando nella mia totale solitudine, a caccia di creature che solo io posso vedere - come le creature delle pozzanghere - e grazie alle quali riesco ancora a trovare un po’ di conforto. Poi, un domani, si vedrà... magari passerà. Non si dice che il tempo sistemi tutte le cose?
Sì, lo so benissimo, non serve continuare con l'autoterrorismo psicologico: alla multinazionale non mi mancava niente, sarei potuto tranquillamente andare avanti all'infinito, fino alla pensione, facendo finta di nulla, riprendendo con il mio solito tran tran, come se niente fosse accaduto. Mi piaceva lavorare alla multinazionale; ritrovarmi ogni giorno alle prese con le tante molecole da studiare e assemblare per dare vita all'ennesimo rivoluzionario medicinale; una sfida avvincente che affrontavo gaiamente, senza accorgermi del tempo che passava e che mi avrebbe fatto invecchiare senza sentire la necessità di formare una famiglia e avere dei figli. Benché il mio carattere non fosse mai stato particolarmente gioioso, le giornate trascorse nei laboratori - fra fialette, provette, batuffoli di cotone, reagenti chimici, indossando maschere e camici da camere a gas - erano davvero entusiasmanti; mi buttavo a capofitto negli esperimenti scientifici, come se fra i miei neurotrasmettitori e i principi attivi che andavo osservando s'instaurasse ogni volta una sorta di legame… metafisico. Non mi annoiavo mai. Era dura e stressante in termini lavorativi, ma per me era il pane quotidiano; un mestiere che, se non mi avessero assunto alla multinazionale, avrei tranquillamente svolto per hobby o proponendomi gratuitamente a qualche impresa, come consulente esterno. Mi piaceva l'idea di poter allestire a casa mia un laboratorio col quale dilettarmi in esperimenti personali, parafrasando alcuni testi di fantascienza letti da ragazzo. Insomma, non ero di sicuro come la maggior parte degli altri dipendenti, che non vedevano l'ora che arrivasse il venerdì per uscire a bere, o prenotare una due giorni al mare o ai monti; io non vedevo l'ora che arrivasse il lunedì per tornare ai miei assurdi test. Ricordo di quella volta che, per poco, non feci saltare per aria il reparto B, quello che dava sulla strada principale, a un passo dai giardini dove le mamme portavano i bimbi dopo la scuola. Fu l'unica volta che venni ripreso, anche se poi, proprio grazie a quell'esperimento, la multinazionale forgiò uno dei più interessanti e rivoluzionari farmaci degli ultimi decenni. Mi viene da ridere... per non piangere. Mi manca già un po’ il mio vecchio mondo, benché siano passate pochissime settimane dal mio addio; ma non mi mancano, di sicuro, i colleghi. Ah, quelli, davvero, no...
Non ho mai coltivato buoni e costruttivi rapporti sul posto di lavoro; anche perché per natura sono un tipo piuttosto asociale; faccio fatica a entrare in sintonia con le persone, come se la mia mente fosse costantemente rapita da retroscena vitali che solo in rari casi coincidono con la quotidianità più spiccia; ero così anche da piccolo. A scuola, quando uscivamo in cortile a giocare, spesso mi allontanavo dai compagni e mi eclissavo, girovagando per il cavedio, concentrando le mie attenzioni su un insetto, una foglia o il cinguettare di un uccello. I docenti dicevano ai miei genitori che ero molto dotato e che da grande avrei potuto fare qualunque cosa. Secondo i maestri ero molto sveglio dal punto di vista intellettuale, ma proprio per questo motivo, facevo anche più fatica a condividere gioie e dolori con i coetanei. In ambito professionale era la stessa cosa. Anzi, sul lavoro era, forse, anche peggio, perché subentrava il disgusto per alcuni esemplari umani, che non sussisteva quando ero più giovane. Disprezzavo l’idea di dover per forza scambiare le solite quattro chiacchiere con chi mi affiancava in qualche operazione, sapendo che era solo per vincere la monotonia di un pomeriggio che non finiva mai o per l'incondizionata necessità di dover riossigenare i polmoni mettendo in gioco anche le corde vocali, come se così facendo l'apparato respiratorio potesse giovarne più che in ogni altra circostanza. In fondo eravamo lì per lavorare; perché fingere ipocritamente di volersi bene, quando al primo scoglio saremmo stati tutti pronti ad accoltellarci a vicenda?
C’era chi, per questo motivo, volutamente, mi girava alla larga, convinto che non ci fosse niente di peggio che dover trascorrere al mio fianco un'intera giornata. Sembrava che il dio della noia incombesse su di loro. Io, naturalmente, ero il dio della noia… Intuivo che, sul mio conto, le voci non fossero delle migliori, ma sinceramente non mi è mai importato nulla. Non tutti, in ogni caso, mi vedevano malamente; qualcuno si limitava a credermi semplicemente un tipo silenzioso e solitario, addirittura trasognante, che preferiva concentrarsi su mondi appannaggio della fantasia che non sulle solite cretinate di tutti i dì. E probabilmente era quello più vicino alla verità. Non avevo, comunque, alcunché di cui recriminarmi, amavo banalmente starmene sulle mie, come un asceta, un filosofo della scienza, il custode di un faro della baia di Terranova, convinto che, nella maggior parte dei casi, l’Homo stupidus stupidus parli fin troppo spesso a vanvera, senza arrivare da nessuna parte, se non all’ennesimo e risaputo pettegolezzo.

Philomène, alla francese

Avevo sempre odiato parlare a vanvera e allo stesso modo non sopportavo chi sputava sentenze senza aver mai fatto un minimo di autocritica. Parlavano di politica, economia, sport, come se fossero stati dei giganti dell'illuminismo post-bellico; mentre non erano che degli sfigati perennemente in conflitto con se stessi e con i propri desideri di onnipotenza che, ovviamente, mai si sarebbero realizzati. Ho sempre pesato le parole, essendo, evidentemente per natura, più predisposto all’ascolto che non ai discorsi condotti in prima persona. A parte il direttore, con il quale, tutto sommato, vigeva un rapporto più che dignitoso, conseguenza di un conclamato e risaputo rispetto reciproco (dovuto, in parte, a similitudini caratteriali), l’unica altra persona con cui riuscii a familiarizzare un po’, fu la segretaria del dottor Pignacca, la signorina Filomena Masciovecchio. Un nome che giudicai frettolosamente assurdo... provai a confidarglielo una volta, sorridendo, ma lei non la prese troppo bene. L'espressione del suo volto fu alquanto eloquente:
«Cosa vuole questo imbecille da me?».
Ma ero un suo superiore e non s'arrischiò a mandarmi palesemente a quel paese, come avrebbe fatto con un fattorino o la ragazza della reception. Ma era davvero un nome bruttino, ribadii a me stesso, nonostante l'empasse, difficile da mandare giù: Filomena era demodé (semmai sarebbe suonato meglio in francese, Philomène), e Masciovecchio era impronunciabile, sembrava una brutta parola. Alla fine, comunque, ci dimenticammo velocemente dello spiacevole episodio e cominciammo ad alimentare quella che sarebbe presto diventata una serena e piacevole corrispondenza d'animo.
Stava al primo piano e il suo silenzio era perfettamente assimilabile al mio. Suonavamo la stessa chitarra muta. Amavo il suo silenzio, la sua discrezione, il suo timore di muoversi e combinare qualche disastro, la sua cocciutaggine. A volte provavo per lei un sentimento vicino alla compassione, quando - dovendo magari dare spiegazioni improvvisate al direttore, in presenza di altri colleghi - sembrava che avesse addirittura paura di respirare. Era una dolcezza sopraffina, non facile da diagnosticare, protetta da un corpo che, forse, non le rendeva sufficientemente giustizia. Agli occhi dei più, non risultava particolarmente bella, ma chiunque, se avesse avuto la pazienza di scavare un po’ oltre la sua inscalfibile corazza, avrebbe potuto scorgerla perlomeno simpatica.  Indossava degli occhiali giganteschi che le calavano sul naso come una ghigliottina e una chioma che mi ricordava i fumetti di Mafalda, opera storica del leggendario Joaquin Lavado. Si vestiva in modo buffo, con uno stile che chiunque avrebbe potuto definire naif, contemplando colori che fra loro andavano d’accordo come un pinguino fra le sabbie del fezzan libico. I primi anni che ci incrociavamo all'ingresso della multinazionale, le nostre conversazioni si limitavano a triviali e frivoli saluti e a macchinose riflessioni sull’andamento del tempo, a dir poco circostanziali. Frasi del tipo «quest’inverno pare non finire mai», erano il nostro cavallo di battaglia. Potevamo andare avanti per diversi minuti, sfidando la nostra proverbiale timidezza; dandoci modo, inconsciamente, di individuare nuovi pretesti per continuare a conversare.  
«Se fa come l’anno scorso ci ritroviamo la neve fino ad aprile».
«Ci sarà ancora da sbattere i denti».
«La neve è bella in montagna, ma in città crea solo disagi».
Calava il silenzio e poco dopo sopraggiungeva il congedo definitivo.
«Arrivederci».
«Arrivederci».
Poi erano cominciati i primi sorrisi, i primi imbarazzanti ammiccamenti, finché non ci sciogliemmo definitivamente, persuasi dall'idea che fossimo molto più simili di quanto potessimo immaginare e che un nostro sodalizio amicale avrebbe potuto fare molto bene a entrambi.
«Lei è sempre così taciturno?», mi disse un giorno che, probabilmente, aveva appena ricevuto qualche bella notizia, mettendosi in mostra con un atteggiamento spregiudicato che difficilmente la contraddistingueva.
Le risposi con un altro quesito. 
«Visto che ci conosciamo da vari anni, che ne dice se cominciassimo a darci del tu?».
Non se lo fece ripetere due volte; sorrise, arrossendo un poco. Fu la scintilla che diede il via alla nostra complicità sentimentale. Mi piacque vederla arrossire. La trovai carina. E fu così che da semplici colleghi diventammo, ufficialmente, qualcosa di più… oddio, amici, sì, nulla di più. Non ci fu mai dell’altro, in effetti, qualcosa di compromettente che potesse innescare nuove dinamiche affettive. Non saprei dire perché non ci spingemmo più in là, benché più volte fossimo stati vicini al bacio. Andò così. Una sera eravamo a casa sua, un'anonima palazzina, all'interno di una breve strada senza uscita, e stavamo bevendo del vino bianco; con la scusa di festeggiare un aumento di stipendio che aveva riguardato buona parte della compagnia, a margine di un'annata davvero eclatante. Al secondo bicchiere cominciammo a ridere senza freni, disinibiti come mai prima d'ora c'era capitato di esserlo, trovandoci uno di fronte all'altro. Per poco non me la trovai fra le braccia per avviare chissà quale rocambolesca azione. Ero completamente rimbambito dal suo profumo e non so come sarebbe andata a finire se, all'improvviso, non avessimo sentito suonare alla porta. Era il Mancini, l'anziano vicino di casa di Filomena, che viveva al piano di sopra. Con il cuore in gola, in pigiama e ciabatte, ci annunciava di avere bisogno di aiuto: la gatta Carmensita era finita sul cornicione del tetto e non riusciva più a scendere. La micia, dacché era rimasto vedovo, era l’unica consolazione che aveva, l’unico piacere della vita, l’unico essere vivente per il quale poteva dire di provare un sentimento vicino all'amore. La trattava meglio degli esseri umani, e non aveva paura ad ammetterlo pubblicamente, dando risalto alla sua misantropia; parlava con lei come se fosse un qualunque esponente della specie Homo stupidus stupidus, affrontando discorsi di ogni genere, compreso quello che aveva intenzione di preparare per il prossimo pasto. Ogni mattina la faceva accomodare accanto a sé e le serviva mezza tazza di latte tiepido, che l'animale divorava con grande foga. Lo stesso accadeva all'ora di pranzo e durante la cena, quando le preparava un vassoio con le sue crocchette preferite. Con il calare delle tenebre, Carmensita si sdraiava sul suo petto e si addormentava beata, rendendolo l'uomo più felice del mondo. Carmensita, lo sapeva bene Filomena, doveva essere al più presto salvata.
Chiamammo i pompieri che si catapultarono da noi, dandoci l'impressione che, neanche con lo scoppio di una centrale nucleare, sarebbero stati tanto celeri; ci fu un po’ di concitazione, qualche condomino ironizzò sull'insolita condotta del Mancini e su quell'amore inverosimile provato per un ammasso di cellule miagolanti; ma alla fine tutto si risolse per il meglio; la gattina tornò al suo padrone, lasciandosi abbracciare e coccolare come un figliol prodigo. Filomena ed io ci guardammo imbarazzati: l'idillio di pochi istanti prima era completamente svanito e fummo entrambi consapevoli che non avremmo più avuto modo di regalarci una serata tanto intima e di arrivare a provare l’ebbrezza di respirare ancora così vicini. Di lì a poco, peraltro, sarebbe arrivata Laila. E le cose sarebbero cambiate completamente. Per lei e, soprattutto, per me.   
In realtà, Filomena continuò a starmi vicina, anche quando seppe delle mie ripetute uscite con Laila. Diceva di essere contenta per me, benché, ogni volta che affrontavamo l’argomento, vedevo ricamarsi sul suo volto un ghigno d'insoddisfazione. Certo, non avevamo più tanto tempo libero da dedicarci: Laila aveva assorbito ogni mio pensiero e ogni mia volontà, e comunque si voglia mettere, dall'oggi al domani la mia collega fu inesorabilmente declassata. Nessuno, al suo posto, avrebbe cantato vittoria; in fin dei conti, non è mai semplice e credibile rallegrarsi per un nostro simile, se a rimetterci siamo noi stessi. Diciamoci la verità. All'inizio non me ne resi conto del terremoto che la nuova venuta era riuscita a provocare nel mio animo. Non riuscivo a razionalizzare quanto mi stesse accadendo. Ma gli occhi basiti e increduli di Filomena m'indussero alla fine a pensare che, evidentemente, la consapevolezza delle mie azioni fosse andata a farsi benedire, in virtù di una passione priva di qualunque raziocinio: i miei pensieri, le mie idee, i miei ragionamenti, persero la loro autonomia, la loro spontaneità, finendo per essere fagocitati dai pareri, dalle opinioni, dall'incedere di Laila. Fu lampante quando, un dì, uscendo per pranzo con Filomena, in una trattoria che spesso frequentavamo quando avevamo mezz'ora in più di libera uscita, scelsi un risotto coi funghi, che avevo sempre trovato rivoltanti. La mia collega mi guardò allibita.
«Pensavo che i funghi ti facessero venire da vomitare…».
Aveva ragione, ma non le dissi che li avevo appena mangiati in un posticino romantico con Laila, un ristorantino di Trastevere tappezzato dalle fotografie di Walter Chiari e Antonello Venditti, e che avevo cambiato opinione sul loro conto, fino a giudicarli un ottimo contorno per qualsiasi piatto. Fui vago.
«Questo risotto è davvero squisito».   
Fu la prova definitiva che Laila mi aveva completamente stregato, rubandomi da tutti gli altri, da ogni mia consuetudine e modo di vedere il mondo. Con Laila non ero più la stessa persona, ma per la prima volta diventavo un uomo spensierato, allegro e pimpante; un pazzo drogato di amore. Filomena non ci mise molto a fare luce sulla mia nuova identità.
«La ami, vero?».
Ancora una volta tentai ruffianamente di deviare il discorso, compiaciuto in ogni caso che la mia collega si soffermasse su ciò che in quel momento mi dava più gioia.  
«Chi?».
«Mia nonna».  
Avevo il sorriso sulle labbra di un ebete. Riflettei sull'intuito femminile, sull'innata capacità delle donne di saper leggere nel cuore altrui e di non farsi sfuggire certe sinfonie dell'animo. Anche se era passato pochissimo tempo dal momento in cui Laila ed io c'eravamo conosciuti, Filomena aveva già capito tutto. Questa era la nuda e cruda verità. E benché mi rendessi conto del dispiacere che potessi arrecare alla mia collega, fui pervaso da un sentimento di grande euforia. Non mi misi a saltare, ma strinsi virtualmente la mano a Filomena che aveva saputo leggere nei miei occhi un luccichio che non aveva mai visto e che significava una sola parola: amore.
C’era in Laila qualcosa che, di fatto, non avevo mai trovato nelle altre donne, tantomeno in Filomena, della quale continuavo ad apprezzare la morigeratezza e la gentilezza, ma che non avrebbe in nessun caso potuto competere con la nuova arrivata. Benché l'altro giorno mi fossi messo ad arzigogolare sul problema del sesso a livello sociale - sui tanti risvolti che ha e aveva avuto nel corso della storia umana, fino a teorizzare la sua scomparsa in un futuro più o meno lontano - con Laila l'argomento si dimostrò del tutto marginale. S'instaurò, certo, fra noi una bellissima intesa sessuale, ma il sesso rimaneva comunque una componente in più, la classica ciliegina sulla torta. Quello che mi mandava in delirio di lei, era qualcosa di profondamente diverso, che trasmodava l'aspetto fisico; era qualcosa di… molto più spirituale. Per intenderci, se anche non avessimo mai fatto l'amore, il nostro rapporto sarebbe comunque stato meraviglioso. Laila non era una donna; Laila era… una specie di divinità. E davanti a Dio nemmeno tutte le Filomene del mondo avrebbero potuto ottenere qualcosa.

Alla corte degli Stooges

Non ci fu, però, soltanto Filomena a rasserenare i miei giorni alla multinazionale e ad aiutarmi a preparare medicamenti e altre diavolerie con cui drogare corpi e anime, regalando loro una felicità artificiale. Ci fu anche Francesco Bonalumi, arrivato da poco al quartier generale dei Vian, un ragazzotto di qualche anno in meno di me, alto quasi due metri, in totale crisi con la moglie, dopo solo un paio d’anni di matrimonio. Faceva di tutto per stare il più a lungo possibile lontano da casa e proprio in me - che non avevo famiglia e, quindi, concettualmente nemmeno una dimora alla quale rispondere a orari prestabiliti - trovò l’alleato ideale per portare a compimento il suo desiderio di barcamenarsi in situazioni che non avessero nulla a che vedere con la donna che aveva portato malauguratamente all'altare.
«Se tornassi indietro non mi sposerei mai più. Specialmente con mia moglie».
Ci capimmo al volo; e immediatamente cominciammo a spendere al meglio le ore libere che avevamo a disposizione, come possono spenderle solo due quarantenni liberi da grossi impegni, tutto sommato grati alla vita, benché consci di aver ormai passato quella magica e, per alcuni versi insostenibile, età in cui ogni sogno è lecito. Andavamo spessissimo allo stadio. Era difficile che ci perdessimo qualche importante partita dell'Inter, squadra per la quale entrambi tifavamo da quando eravamo nati. Seguivamo la partita con vivo coinvolgimento, scambiando due chiacchiere nei momenti di bonaccia agonistica. Io ero piuttosto discreto, ma il mio compagno di avventure non si risparmiava granché, e non si faceva certo grossi problemi ad alzare la voce, per mandare a quel paese l'arbitro o qualche giocatore al minimo delle sue capacità prestazionali. Capitava altresì che fossimo tanto presi dai nostri discorsi da non vedere nemmeno i goal, come quella volta in cui mi rivelò che la sera prima era dovuto scappare di casa per non rischiare di mettere le mani addosso alla consorte. Ci ridemmo sopra.
«Cazzo, hanno segnato!», blaterò Francesco, durante un Inter-Foggia del 1977.  
Lo guardai divertito, ragionando sul fatto che rare volte mi sentivo così a mio agio con qualcuno.  
«Porca puttana!», esclamai.
Le ultime stagioni del Biscione non erano state fenomenali, tuttavia non mancava la speranza di vedere presto i nerazzurri alzare qualche nuovo trofeo. Nell'annata 77/78 avevamo vinto la Coppa Italia, persa l'anno prima, in finale, con l'odiato Milan. Fu una piccola grande soddisfazione, ma il desiderio unanime dei tifosi era quello di poter tornare ai fasti di metà anni Sessanta, con la doppia Coppa Campioni vinta dal tandem, Angelo Moratti/Helenio Herrera. Dopo la partita tiravamo tardi in qualche locale della città, indifferenti al fatto che l'indomani saremmo dovuti andare al lavoro. Entrambi sopportavamo senza grossi problemi le ore piccole; quattro o cinque ore di sonno erano sufficienti per rimetterci in sesto. Nei nostri pellegrinaggi mondani non disdegnavamo i locali più rumorosi, dove spesso si esibivano band di scappati di casa, rumorose e assordanti, sede di improvvisate alcove adolescenziali. Non era però per sfogare qualche nostra libidine perversa che finivamo in taluni scantinati marci e fatiscenti illuminati da fili penzolanti di lampadine al neon, ma solo perché Francesco nutriva una passione sfrenata per l'universo musicale cosiddetto alternativo, specie quello inerenti gruppi rock o new wave sconosciuti provenienti da ogni angolo del pianeta. Scriveva, per hobby, per qualche rivista di settore, sostenendo che tutto ciò che veniva prodotto in Italia era pura immondizia. Io non ero un grande appassionato del genere e non sempre riuscivo a condividere i suoi gusti - avevo sempre preferito la musica classica o l'opera - tuttavia, mi lasciavo facilmente convincere, seguendolo anche nei posti più malfamati. Si soffermava soprattutto su due nomi: Stooges e Pere Ubu, che, naturalmente, io non avevo mai sentito menzionare.
Or ora sarà forse l'unico, con Filomena, naturalmente, che si starà chiedendo che fine abbia fatto e perché, anche a un amico come lui, non abbia segnalato le mie intenzioni. Mi starà dando del codardo e non riuscirà a trovare una spiegazione; a ragione. Di fatto, dopo quella che per me è stata la fine del mondo, ero riuscito a non fare trapelare nulla, nascondendo ogni mia emozione e proposito di levare le tende e migrare senza rendere nota la mia destinazione. Nessuno si sarebbe aspettato una mossa del genere, nemmeno chi non poteva vedermi: erano tutti convinti che senza il lavoro alla multinazionale non sarei potuto vivere e che la stessa ragione sociale, senza il sottoscritto, completamente votato alla causa, non avrebbe avuto vita facile. Avanzeranno varie ipotesi, ma difficilmente riusciranno ad avvicinarsi alla verità. Penseranno che mi sia partita una rotella; magari s'inventeranno che sono fuggito ai Caraibi con una suadente ventenne, stanco del lavoro e dello smog cittadino, finalmente consapevole di disporre di tanti di quei quattrini da poter mantenere un paese intero. Non è bello, lo so, non è un comportamento da persona civile; ma chi ha mai detto che fra i miei proponimenti ci sia anche quello di voler essere una persona civile? La verità è che non sono riuscito a fare diversamente; non ho saputo gestire la situazione, come avrebbe fatto una qualunque persona normale; la verità è che, prima ancora di essere fuggito dalla multinazionale, da Francesco e Filomena, sono fuggito da me stesso. Volevo eclissarmi, azzerare il mio passato, superare il trascorso che vorrei non mi appartenesse più, ma che, purtroppo, mi apparterrà per sempre. Che altro potevo fare? Per fortuna il direttore è stato di parola: dopo avergli confidato che me ne sarei andato e aver firmato il regolare preavviso, l'avevo, intimato di non rivelare niente a nessuno; e, infatti, aveva tenuto cucita la bocca.
«Non mi posso capacitare. Lei è uno dei migliori uomini che ho», mi lusingò.
Ma ormai il dado era stato tratto.

L'eredità

Chiunque mi darebbe del pazzo: al di là degli amici e dei colleghi, è davvero da dissennati lasciarsi alle spalle un posto di lavoro come il mio, così remunerativo, prestigioso… anch'io me ne rendo conto, senza che qualcuno mi faccia la paternale… Però, vorrei far notare che chi potrebbe ammonirmi non conosce molti retroscena della mia vita, fra cui quello sicuramente in grado di giustificare la mia scelta: non ho mai avuto problemi di soldi e mai ne avrò. Sono ricco di famiglia, i miei genitori possedevano parecchi terreni, ereditati da entrambi i rami genealogici, retaggi che rimandano alle guerre di Indipendenza; sono figlio unico e tutto il capitale consanguineo è ora in mano mia. Se ho lavorato fino a oggi è solo perché mi piaceva trafficare con la chimica, perché ho voluto trovare un modo, come un altro, per impiegare il mio tempo. Ora il mio tempo lo vorrei impiegare in modo diverso; osservando, guardandomi intorno, vivendo in disparte dal rumore, dal caos, dalle rincorse della vita…
I miei mi hanno lasciato in eredità non solo terreni, ma anche immobili, sparsi per l'Italia. Ho una casa perfino a San Bartolomeo, in Liguria, che non frequento da almeno venti anni. Ci vive una famiglia, che non ho mai incontrato, che paga regolarmente l'affitto e che contribuisce anch'essa, quindi, a incrementare giorno dopo giorno il mio conto in banca, che non serve ad altri se non a me stesso. Perché continuare a lavorare? Perché continuare con il casino che ho combinato con Laila?

Non ho figli, non ho mogli, non ho parenti, non ho nessuno. E con i soldi che ho accumulato, per un motivo o per l'altro, potrei vivere tre vite di fila senza fare più nulla, godendo dei migliori confort. Ho scelto di dire addio alla prima parte della mia vita, per rimettermi in gioco da tutt'altra parte… non devo spiegazioni ad anima viva. 

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