giovedì 23 maggio 2013

Laila # 5


5.

L'eresia catara

Alla fine sono giunto a Concorezzo per puro caso. Volevo scappare, isolarmi, ma in qualche modo rimanere in contatto con una grossa città, per non privarmi di comodità essenziali, come quella di andare al cinema. Di fatto Concorezzo non è molto lontano da Milano; in alternativa c'è Monza, anch'essa ben rifornita a quanto sembra di sale cinematografiche. I film sono un ottimo condimento alla solitudine. Qui, in ogni caso, sono certo che non mi verrà a cercare nessuno. So mimetizzarmi molto bene. Non ho cambiato nome e generalità, ma avrei potuto farlo. Non l'ho fatto perché, in fondo, non serve. Se anche un giorno qualcuno dovesse scoprire che mi sono rintanato a Concorezzo, chiudendomi in me stesso come una lumaca al sopraggiungere della stagione fredda, e che sono proprio io il tipo della Vian, non dovrò fare altro che rimettere mano ai bagagli e partire per qualche altro posto dimenticato, facendo perdere ancora una volta le tracce. Ho scelto Concorezzo senza alcuna premeditazione. Stavo osservando una cartina della Lombardia, una vecchia e rovinatissima mappa acquistata forse negli anni Quaranta da mio nonno, e l'occhio mi è caduto proprio su questo nome astruso: Concorezzo. Mi sono detto, cosa mai ci potrà essere in un posto chiamato con un nome così orrendo, Concorezzo? Nulla, mi sono detto: dunque, era proprio il posto ideale per sparire.
Prima di lasciare la Vian, Francesco e Filomena, scappando come un profugo afghano, ho scartabellato un volume della Treccani per vedere se si diceva qualcosa di questo postaccio. Così ho scoperto l'unica cosa per cui vale davvero la pena ricordare simili coordinate geografiche: l'eresia catara. Il catarismo riguarda l'intera Europa fra il XII e il XIV secolo, e proprio Concorezzo ha avuto un ruolo determinante nella sua genesi e diffusione. Oggi deve essere difficile intuire il punto in cui, i capostipiti del movimento, predicavano e compivano le loro azioni quotidiane. Tuttavia sarebbe interessante affrontare l'argomento con maggiore spirito critico per scoprire almeno qualche briciola del loro passaggio, cercando di riesumarne antichi umori e segni che avrebbero il potere di riportarci a epoche ancestrali, come a bordo di una macchina del tempo. Le creature delle pozzanghere sicuramente ne sanno qualcosa, ma sono sempre così defilate, che estorcerle un pettegolezzo è come chiedere al papa di girare nudo per la piazza del Vaticano. Se mi fosse venuto in mente, avrei potuto chiedere all'uomo che ieri mi ha accompagnato alla cappelletta degli appestati: di sicuro, così ferrato com'é in storia, avrebbe avuto qualcosa da dirmi, benché non si tratti del suo secolo prediletto.
Ho scoperto che proprio a Concorezzo sorgeva la più importante chiesa catara in Italia. Prendeva spunto dal bogomilismo bulgaro, setta eretica del decimo secolo riconducibile alle regioni dell'Europa sud-orientale. Credevano in due forze vive, palpabili e assolutamente contrapposte: il bene e il male, retaggio di un culto che rimandava addirittura ai messaliani, movimento religioso sorto in Mesopotamia nel quarto secolo. I catari presero, dunque, spunto da essi, dalla Tracia, terre ben lontane dall'immaginario collettivo locale, accusando la chiesa di essersi imborghesita e di vivere il vangelo senza una degna corrispondenza fra parola e azioni. Non avevano tutti i torti. A quel tempo gli stessi papi valevano più come magnaccia che figure degne di rappresentare la croce. Si macchiavano anche di orrendi delitti pur di poter raggiungere i propri obiettivi.
Sicché il cristianesimo era solo di facciata, un optional. La chiesa di Roma peraltro non ebbe remore a contrastare con violenza i catari e tutti coloro che si lasciavano influenzare dai movimenti eretici. C'erano timorati di Dio forgiati appositamente per combattere i nuovi credo, che serpeggiavano in gran parte del nord Italia e l'ipotesi che il vangelo di Gesù potesse essere mal interpretato per dare sfogo alla propria boria e ai propri egoismi. Fra questi ce ne fu uno particolarmente attivo nel nord del Paese, poi divenuto santo: Pietro da Verona, un frate francescano. Fece di tutto per debellare i virgulti catari, tuttavia alla fine fu proprio lui a rimetterci le penne, come in molti avevano predetto conoscendo la sua ferrea volontà di servire Dio. Accadde il 6 aprile del 1252. Pietro da Verona era stato avvertito del pericolo che avrebbe potuto correre raggiungendo Milano, da Como, lungo tracciati pieni di macchie forestali dove potevano tranquillamente essere tesi agguati. Ma non badò ai rischi, sapendo in cuor suo che prima o poi, qualunque strada avesse preso, l'avrebbero ucciso. Organizzò l'omicidio Stefano Confalonieri, figura eminente della chiesa concorezzese, da anni a capo del movimento e forte delle sue notevoli disponibilità economiche che gli permettevano di vivere come un pascià. Verso mezzogiorno l'inquisitore si trovò dalle parti della cosiddetta boscaglia di Farsa, presso un altro comune di queste parti, tal Seveso, se non vado errato. Quando s'accorse che qualcuno lo stava inseguendo era già troppo tardi. Si ritrovò con il cranio contuso da un oggetto contundente e istantaneamente a terra in un lago di sangue. Ma i suoi aguzzini non erano contenti, perché il povero frate respirava ancora. Si scagliarono allora sulla vittima con un lungo coltello perforandogli lo stomaco. Per Pietro da Verona ci fu ben poco da fare. Gli sciacalli se la diedero a gambe e il corpo del servo di Dio fu raccolto da alcuni passanti che lo trasportarono in un ospedale vicino. Pietro da Verona morì qualche giorno dopo senza avere più ripreso conoscenza.  
Ora non ricordo più bene i particolari, ma il primo cataro concorezzese mi sembra provenisse da Cologno Monzese, altro borgo di queste lande perdute. Fu il primo a farsi sentire come una voce fuori dal coro, e anche per questo lo fecero a pezzetti, in zona, intorno al 1180 (con le date rimango un fenomeno!). Ma ormai il seme dell'eresia era stato gettato e il dogma concorezzese sarebbe di lì a poco decollato. Ancora oggi è possibile intuire gli ipotetici discendenti degli eretici. Potrebbero, per esempio, essere i membri di famiglie che rispondono a cognomi particolari, come Paté; deriverebbero, infatti, da paterini, altro nome con cui venivano designati i catari. Oggi ho visto sullo stradario che esiste ancora una via centrale chiamata con questo nome. Non è escluso che nei prossimi giorni possa andare a fargli visita. Via Paterini…

La visita dei vicini

Cosa? Ho sentito bene? Credo che qualcuno stia suonando il campanello… troppo strano. Qualcuno deve sicuramente essersi sbagliato. Chi mai potrebbe venire a bussare alla mia porta, considerato che sono qui da pochi giorni e non conosco anima viva e non voglio conoscere anima viva? Ahia. Tiro un respiro profondo e abbandono lo scrittoio gironzolandogli intorno perplesso. Che faccio? Fingo di non aver sentito? Che faccio? Sentilo, di nuovo… e pensare che non avevo ancora udito prima d'ora il suono del mio campanello; e non avevo neanche mai riflettuto sul fatto che ci fosse. Ha un suono atipico, diverso dagli altri scampanellii sentiti finora: è un fischio, acuto e fastidioso. Al di là di quel che adesso deciderò di fare, dovrò presto o tardi trovare un modo per farlo zittire, o sostituirlo almeno con un suono più delicato. Se penso che il passaggio di un treno ha un suono più dolce, mi viene da sorridere… Ma perché insiste? Chi diavolo è che mi vuole con tanta foga? Io non sono nessuno… non esisto, che vogliono dal sottoscritto? Non so che fare. Aspetto ancora un… porca miseria nera, questo suono mi sta davvero facendo impazzire; come si fa a essere tanto insistenti? Non sarà mica qualche sbirro…
Ora che ci penso non c'è neanche il mio nome sul citofono. E' una cosa su cui non avevo mai riflettuto, non ho neanche la targhetta sulla porta a indicare lei mie generalità. Come fanno a sapere che abito qui? Ma so di essere perfettamente in regola, se anche fossero le forze dell'ordine, non ho niente di cui preoccuparmi, sono a posto, non c'è motivo di temere, sono scappato per volontà mia, niente a che vedere con la possibilità di vedermi trasformato in un ricercato, un latitante, un clandestino… Oppure… oh, già che stupido, perché non ci ho pensato prima? Probabilmente staranno cercando di mettersi in contatto con l'inquilino che viveva qui prima di me. Oddio, sicuramente starà andando così, chi vuoi che venga a cercare un quarantenne in fuga dalla società in questo buco dimenticato dagli angeli? Il suono, ancora, imperterrito. Va beh, togliamoci una volta per tutte lo sfizio e andiamo a vedere chi rompe così tanto le palle.
«Chi è?».
Ho la voce di un gallo castrato.
«Buongiorno, siamo i suoi vicini di casa».
I miei vicini di casa? Quali vicini di casa? Quelli della macchina abbandonata, di cui ho vagamente intravisto il capofamiglia, o quelli che mi stanno di fianco di cui non so nulla?
«Siamo venuti a salutarla, per conoscerla, darle il benvenuto e farle assaggiare una torta».
Mi viene da svenire. Non può essere vero. Dove deve andare una persona se vuole davvero isolarsi dal mondo, sulla Luna?
«Non dovevate».
«Ci mancherebbe».
Perché non mi lasciano in pace, cosa vogliono da me i miei vicini? Io non voglio vicini. Mi si gelano le parole in gola e ho i brividi. Cosa diamine vogliono da me? Le cose si stanno mettendo malissimo. Ho scelto di starmene da solo, non avere a che fare con nessuno, perché già dopo tre giorni dal mio arrivo mi vengono a perseguitare?
«Perché vi siete disturbati?».
«E' un piacere accogliere i nuovi venuti».
Ho capito: è inutile proseguire con la pantomima, non ho altre chance se non quella di andare a vedere che faccia abbiano. Non posso certo mandarli a quel paese. Però, un attimo… potrei anche dirgli che sto facendo la doccia… non potranno mica pretendere che esca ad accoglierli seminudo. Ma non so, così rischio che mi si presentino qui fra qualche ora, rendendomi l'imminente futuro un supplizio ancora più duro da sopportare, come quando si aspetta l'esattore delle tasse o il tipo che controlla che sei veramente a casa in malattia. Via, indossiamo le scarpe e andiamo una volta per tutte ad accogliere gli scocciatori.
Mi trovo davanti a due persone distinte, bellocce, lei con una folta chioma rossiccia, molto borghese, elegante, con un seno prosperoso; lui brizzolato, con due sopracciglia folte, e un viso da attore hollywoodiano; proprio l'uomo che ho visto dalla finestra, con la pigna di giornali sottobraccio, il tipo dell'auto parcheggiata nella solita triste posizione. La signora mi regala un sorriso splendido, mettendo in mostra una dentatura troppo perfetta per essere vera. Mi verrebbe da chiederle dove è andata a rifarsi la dentiera per farle capire che non ho alcuna intenzione di dare retta agli estranei, ma il buonsenso mi trattiene. Lui fa altrettanto, sorridendomi come una iena, stracciando vigorosamente il mio cenno del capo con un ghigno assatanato, molto imbarazzato.  Non mi fa una bellissima impressione, ma so che il primo giudizio su cose e persone non dovrebbe essere preso in considerazione. La donna mi consegna fra le mani il suo cimelio, preceduta da una vampata di profumo.
«Abbiamo visto che è arrivato qualche giorno fa e… ci è sembrato bello poterla accogliere con questo piccolo pensiero».
Sorrido per mascherare il disagio.
«Vi ringrazio signori, vi ringrazio molto, ma non dovevate, siete troppo gentili…».
Rimangono sulla soglia del mio abitato come pali della luce, come testimoni di Geova convinti di poter avere in pugno il prossimo adepto. Evidentemente si aspettano qualcos'altro.
«Lei è di queste parti?».
Ecco ciò che si aspettano, ora mi sembra tutto più chiaro, mi pare di rivivere la storia di ieri. Si parte dal tempo o da scuse stravaganti come quella di consegnare una torta appena tolta dai fornelli, per tentare di affondare il colpo e, in buona sostanza, avere nuovo materiale con cui spettegolare al prossimo incontro pubblico. Ne sono consapevole, ormai, e dunque mi ripeto seguendo bene o male lo stesso copione.
«Sono solo di passaggio».
Sembrano delusi dalle mie parole. Si capisce che vorrebbero conoscere più aspetti della mia vita, ma bado a esprimermi come vorrebbero, per non dargli troppe soddisfazioni. Me ne sto sulle mie, in fondo, posso dirmi un professionista del mestiere. Gli anni alla Vian lo possono confermare. Solo con Francesco e Filomena, e naturalmente Laila, mi lasciavo veramente andare, mostrando il mio lato più comico ed estroverso. La conversazione si blocca: io, infervorato, come uno scolaro al suo primo giorno in aula, con una torta in mano che vorrei non avere mai ricevuto e le ciabatte ai piedi, che mi fanno sembrare una specie di spaventapasseri; i miei due interlocutori con gli occhi impallati e uno sguardo da venditori di enciclopedie porta a porta, visibilmente delusi dal fatto di avere avuto a che fare con una persona tanto avara di sentimenti. Evidentemente, in questo paese, sono abituati a gestire le cose in questa maniera; ma suppongo che i nuovi venuti siano accolti con calore non tanto per un gesto di sensibilità, quanto per verificare che non siano portatori di qualche strana malattia; alla stregua di veri untori. Dalle mie parti quest'aspetto sociale pareva meno evidente, la riservatezza era più sentita e così anche i rapporti personali crescevano solo in determinati contesti, dopo essersi annusati con criterio e pudore. Anche ieri, in fondo, è andata così. I concorezzesi fanno di tutto per dare il benvenuto agli estranei, e mostrarsi accoglienti e solidali; in realtà, penso io, è solo un modo per tastare il terreno e verificare che non corrano pericoli e che la loro vita potrà proseguire tranquilla e serena con la stessa regolarità di sempre. Comunque sia mi offrono terreno fertile su cui indagare la natura umana, anche questo un tema sul quale amo soffermarmi.
«Bene, allora… grazie ancora».
Gli faccio capire che qualunque altro tentativo di proseguire nella conversazione sarebbe vano, e che tanto vale concederci ai saluti. La donna ha il viso tirato e si congeda con un sorriso di plastica; l'uomo ha il volto accigliato e sembra pentito di aver suonato alla mia porta. Pretendeva, forse, di invitarmi stasera a casa sua a giocare a Tresette? 
«Si figuri… allora, le auguriamo ancora il benvenuto e se ha bisogno di qualcosa, mi raccomando, non faccia complimenti, venga pure a disturbarci, in fondo… ci separano solo pochi metri».
La loro cordialità è rigida e forzata.  
«Lo farò, intanto molte grazie».
Sorrido di circostanza, felice di essere lasciato in pace. Non credo che si faranno rivedere molto presto.

Dinamiche condominiali

Stavo pensando… chissà perché oggi, i miei cari vicini, hanno dato per scontato che vivessi da solo. Non mi hanno fatto domande sulla mia vita privata, eppure sembrava chiaro a entrambi che vivessi senza compagnia. Anche le loro ultime affermazioni sono state palesi: mi hanno detto di farmi sentire se ho bisogno, senza minimamente supporre che potessi avere una moglie o dei figli e valutare, dunque, il discorso al plurale… eppure la casa è bella grande… chiunque supporrebbe che non ci si possa abitare singolarmente, ma con una famiglia, appunto. Che mi stiano osservando da giorni e io non mi sia ancora accorto di niente? Avendoli conosciuti non lo escluderei, in ogni caso, m'importa poco. Possono pensare quello che vogliono, io continuo nel mio imperturbabile silenzio. Peraltro anch'io ho cercato spiegazioni sul loro conto, osservandoli dalla finestra, come un membro dei servizi segreti; anche se non l'ho fatto certo per curiosità, ma solo per ammazzare il tempo fra una pausa e l'altra della giornata.
Non vorrei apparire scontroso a priori, però, desidererei mantenere le distanze con chi vive le conoscenze come un dovere, come una buona consuetudine. Dal mio punto di vista i vicini non devono per forza venirsi in contro; possono anche essere dei perfetti sconosciuti. Si fa un gran parlare delle belle abitudini trascorse, relative a famiglie che mettevano tutto in condivisione; ma è solo per giustificare il passato rendendolo più amabile di quello che fu, e così sfuggire alle angherie e alle difficoltà del presente. La verità è che si tiene solo conto delle belle cose di ieri, trascurando tutto il resto. Perché non si considera anche il fatto che si moriva giovanissimi? Si soffriva per anni di malattie banalissime come la bronchite e le conversazioni fra le coppie si limitavano a scurrili mandarsi a quel paese… Le specie di comuni che venivano a instaurarsi fra le famiglie che abitavano, per esempio, in una cascina, erano dettate dalla necessità e non dalla volontà; se avessero indetto un referendum, tutti avrebbero votato per ottenere la propria indipendenza, un po’ come è sempre accaduto per l'evoluzione storica degli stati: per una mera questione di sopravvivenza esisteva il motto "uno per tutti, tutti per uno". La realtà era molto meno affascinante. Gran parte delle famiglie che dividevano il pane quotidiano sarebbero state pronte ad azzannarsi l'una con l'altra, e non è escluso che ciò accadesse, per poi fare ricadere il tutto su orrendi tragedie figlie del fato. A volte si fa fatica a sopportarsi in famiglia, figuriamoci quando ci sono di mezzo altri nuclei, spesso numerosissimi, come se chi faceva più figli si sentisse in qualche modo più forte e potente degli altri. E' anche questo un retaggio evoluzionistico. Evidentemente guardare in cagnesco il vicino serviva a difendersi, a tenere alta la guardia, imparando da esso come comportarsi dinanzi a eventuali sinistri. Strategie comportamentali ordite da meccanismi antropologici di cui siamo precursori, ma che sostanzialmente ignoriamo.

La ragazza del chiosco

Oggi non penso di uscire. E se guardo alla voglia non ne ho neanche di scrivere. Quasi, quasi vado a citofonare al vicino… Da quando sono arrivato a Concorezzo sono stato assalito da uno strano torpore. Ho sempre sonno, ma quando decido di dormire, non riesco a chiudere occhio. E vengo assalito dagli incubi. Oggi mi manca Laila in modo spropositato e continuo a pensare a lei. Ma per fortuna non sto pensando al triste epilogo della nostra storia, bensì al giorno in cui ci siamo visti per la prima volta. Lei vendeva patatine in uno di quegli orrendi chioschi che spuntano come funghi lungo i provinciali di mezza Italia. Dall'esterno era increscioso, sembrava essere stato rimesso in sesto malamente, dopo averlo raccattato in qualche sfasciacarrozze. Dentro, però, sembrava pulito, più di molti altri dai quali pare che l'olio coli dalle pareti. Non le avevo ancora parlato e già il cuore s'era messo a sbatacchiare. Non mi era mai successa una cosa del genere con altre donne. Laila era già entrata prepotentemente nella mia vita, anche se non conoscevo nemmeno il suo nome. Lasciai che altri clienti mi passassero davanti per poterla osservare meglio, e non rompere l'incantesimo che mi aveva fatto sussultare come un ragazzetto delle medie. Ecco, semmai avessi dovuto rapportare l'impeto provato vedendola per la prima volta, potrei parlare solo delle primissime cotte giovanili, in cui ogni minuto era buono per innamorarsi di qualche ragazzetta, auspicando con lei sogni di gloria. Sentii menzionare il suo nome da un facinoroso con una lunga coda di capelli dorati. Un bel tipo, se non fosse che non gli avrei dato due lire, in termini di affidabilità: aveva i pantaloni macchiati di grasso e le mani putride e una parlata non dissimile da quella di uno scaricatore di porto. Si vedeva che aveva feeling con la ragazza del chiosco. Sorrideva con lei mentre le ordinava da mangiare.
«Laila, non dire cazzate», le disse riferendosi a dinamiche precluse agli sconosciuti.
Non udii correttamente il sillabato, e scambiai il suo nome per Linda o Leila. In realtà era Laila. Lui le aveva ordinato un hotdog e a quanto sembra aveva una certa premura, ma lei non ne voleva sapere di soddisfare le sue richieste e con aria civettuola si divertiva a indisporlo. Era circa l'una e tornavo da una visita da un rivenditore di oggetti di laboratorio, dove periodicamente mi recavo per ordinare nuovi pezzi da allestire alla multinazionale. Mi era venuta un'indicibile sete, dovuta alla moltitudine di salatini con cui mi ero rimpinzato poco prima con il proprietario dell'esercizio, e mi ero deciso a fermarmi alla prima occasione; era anche perché dovevo liberare la vescica che mi stava scoppiando, compito che assolsi prima di ordinare qualcosa da mangiare. Fu la stessa Laila a interpellarmi, vedendomi in grave defaillance.
«Signore?».
La sua voce era sublime, una di quelle voci che ti portano in alto, senza dover dare retta al resto. Era una bella e suadente voce da ragazza, dotata di una dolcezza speciale, quasi appannaggio di un'altra dimensione. Chissà quanti altri avventori avevano già provato quello che stavo provando io, mi dissi. Alla fine, non senza imbarazzo, riuscii a mugugnare due parole:
«Vorrei un panino».
Laila si sporse dalla balaustra e mi regalò un sorriso immenso. Notai il suo decolleté, che esibiva senza tanti tentennamenti e soprattutto il nero che troneggiava sul suo corpo: i capelli, gli occhi, e i vestiti. Era di una bellezza non convenzionale, come se nei suoi tratti fisionomici ci fossero rimandi al Medio Oriente, al Libano, a Israele. Vendendola la assimilai a qualche statuina del presepe, a una bellissima giovane che va a fare visita al bambin Gesù, una giovane di duemila anni fa. Ecco cos'era che mi sbalestrava: non riuscivo a collocarla nello spazio-tempo che ci rappresentava, era come se provenisse da un'altra epoca. C'era disequilibrio fra il suo mondo e le macchine che ci sfrecciavano accanto, il grigio, lo smog, le piante avvizzite. Erano i suoi occhi a suggermi tutto questo, dicendomi più di tutto il resto. Era come se nascondessero qualcosa di profondo, universale e, forse, drammatico.
«Un panino mi chiede, bene, meno male che non mi ha chiesto un cacciavite o una carriola. Mio signore, come vede qui abbiamo praticamente solo panini, ma ne abbiamo di tutti i gusti, le dimensioni, le razze. Se dà un'occhiata qui sotto se ne potrà rendere conto anche lei e così scegliere quello che gradisce di più».
Mi sentii sprofondare. La sua spigliatezza fu così travolgente che mi mise in totale sobbollimento. Ma mi resi conto che aveva perfettamente ragione, era stato come entrare in farmacia e chiedere una generica medicina. Ma come biasimarmi? Compii un rapido giro di ricognizione e individuai quasi per caso il prodotto da consumare:
«Quello».
«Questo? Mortadella e pancetta?».
«Direi di sì».
Mi fissò come si fotografa un pollo da spennare. E infatti non ci mise molto a prendersi gioco di me.
«Lei mi ricorda un tipo di animale che vive in Cina».
Non mi piacque la sua uscita, ma cercai di domare il disagio.
«Sa quei begli orsacchiotti che vivono sulle piante di bambù?».
Pensai volesse riferirsi a un panda, benché nessuno mai prima d'ora m'avesse assimilato a un animale del genere. Stetti al suo gioco.
«Cosa glielo fa pensare?».
«Ha l'aria da buono».
Mi prese in contropiede. Pensai, infatti, che intendesse riferirsi al mio aspetto fisico e alla mia tendenza alla pinguetudine e invece, a quanto sembra, considerò quello spirituale. Mi colpì anche per questo.
«Dunque non le ricordo il panda perché è cicciotto».
Rise. E per un momento parve eclissarsi. Divenne mogia tutto d'un colpo, mentre terminava di prepararmi il sandwich.
«Lei è di qui?», mi azzardai.
Mi guardò con fare minaccioso.
«Io sono di ovunque».
Mi piacque.
«Trovavo il suo accento un po’…».
«Ho vissuto in tante parti del mondo e potrei avere assimilato cadenze di ogni città e nazione».
Ebbi l'impressione che non volesse rivelare le sue vere origini, come se ci fosse qualcosa di anomalo da nascondere. La lasciai in pace, dirigendomi verso uno dei tavolini che circondavano il botteghino, dove già altri, compreso il cliente che mi aveva preceduto, s'erano accomodati. Mangiai con calma, non avendo nessuna fretta, osservando, di tanto in tanto, con la coda dell'occhio, Laila che si dava da fare per lustrare il bancone e l'affettatrice. Sfregava con grande foga, dando idea di compiere un lavoro che svolgeva di routine. Mi stupii quando, fotografandola di sbieco per l'ennesima volta, m'accorsi che mi stava guardando con gli occhi semichiusi, in tono di sfida. Provai una sensazione strana, mista eccitazione, tenerezza e… terrore. Da una parte avrei voluto gioire, dall'altra, però, mi frenò qualcosa che non riuscii a focalizzare, come se dalla sua aurea trapelasse qualcosa di troppo difficile da comprendere e analizzare. Continuai pertanto nel mio atto masticatorio, cercando di fare finta di niente e di concentrarmi su un paio di formichine che s'erano messe a gironzolare intorno a qualche briciola. Mi distrasse il vocio di un nuovo gruppo di persone che prese d'assalto il negozietto ambulante di Laila per ordinare cibo e bevande. Non ebbi il tempo di salutare Laila come avrei voluto, ma rientrando alla Vian non feci che pensare a lei, come se fossi stato sotto ipnosi. Ricordo ancora, peraltro, quel che disse Filomena vendendomi riacquistare la mia postazione usuale.
«Tutto bene?».
«Certo».
La mia collega mi aveva squadrato malamente.

«Hai una faccia…». 

martedì 21 maggio 2013

giovedì 16 maggio 2013

Laila # 4

4.

Incubi siberiani

Tutta notte a girarmi e rigirarmi nel letto, pensando a qualche fantasma che volesse divertirsi stuzzicandomi i piedi. Mia nonna mi raccontava che per molti spiriti burloni è uno spasso giochicchiare con i nostri piedi mentre dormiamo. Mia nonna aveva il debole per qualunque forza soprannaturale e in parte ha trasmesso a me quest'attitudine. Vedeva fantasmi ovunque e in numerose occasioni diceva di avere ricevuto miracoli. Per questo motivo ho più volte assimilato la nostra famiglia a quella de La casa degli spiriti, un libro uscito l'anno scorso, pieno di riferimenti apocalittici. Del resto, le creature delle pozzanghere, che solo io posso vedere, non possono che essere considerate entità non appartenenti a questo mondo. Ma il discorso è per me vero solo in parte. Vivrò pure esperienze psichiche borderline, ma, a differenza di mia nonna, non le ho mai associate a qualcosa di veramente anomalo, se non a qualche bizzarria dei neurotrasmettitori che ancora non sappiamo spiegare dal punto di vista fisiologico. Tutto qui. Non ci vedo nulla di trascendentale. Ecco perché anche l'altro dì, parlando della seduta spiritica legata al rapimento Moro, ho dato l'impressione di volermi dissociare da certi argomenti, ritenendoli se non fasulli, di sicuro adombrati da facili condizionamenti e suggestioni. Comunque sia, stanotte è stata una tragedia. Mi sono voltato non so in quante occasioni per sincerarmi che non ci fossero masse ectoplasmatiche desiderose di divorarmi. Ero troppo agitato per abbandonarmi a Morfeo. Mi sono addormentato solo quando dalle persiane ha cominciato a filtrare qualche raggio di luce, rischiarando la mia camera e neutralizzando qualunque potenziale cattiva intenzione messa in campo da soggetti non identificati. Ma non è una novità. Dormo spesso male e sono tormentato dagli incubi da un po’ di tempo. Il tutto s'è inasprito dopo la fine della mia storia con Laila.
Prima di allora raramente facevo sogni strani e rocamboleschi. Ora tutto è cambiato e le notti si sono trasformate in pericolose avventure fantascientifiche. Punto il dito sull'autosuggestione, tuttavia avvengono sovente cose che razionalmente non mi so spiegare. La seconda notte trascorsa a Concorezzo ho sentito un uomo urlare, come se lo stessero sgozzando. Il vocio era pulito, nitido, palese. E terrificante. In realtà non c'era nessun uomo che urlava, ma solo un gallo di qualche vicino che con il suo canto inaugurava una nuova alba. In pratica il canto dell'uccello s'era trasformato, dilatato, fino ad assomigliare al grido straziante di un essere umano. Tutto ciò credo si sia verificato nel mio cervello - i miei neuroni devono avere elaborato malamente un messaggio proveniente dall'esterno, dando vita a spasmi onirici inusitati - tuttavia è stato tutt'altro che piacevole. Per un attimo sono tornato all'infanzia, a quel sogno che feci nel letto dei nonni e che non ho ancora dimenticato, come se avesse ancora qualcosa da dirmi, se non altro a livello subliminale. In realtà non credo che fosse un sogno, ma… qualcosa di dannatamente vivo. Mi infilai sotto le coperte per fuggire a fantomatiche creature aliene e vidi una specie di lupo con le fauci spalancate: l'animale era completamente bianco, con due occhi azzurri e penetranti e la bava che gli colava dai bordi della bocca. Nella sua bellezza era un essere mostruoso. Avevo su per giù due anni. Ecco, la notte appena trascorsa, ho provato più o meno le stesse sensazioni. Mi sono svegliato impaurito come quella mattina di tanti anni fa, con l'unica differenza che, in quest'occasione, non c'era la nonna a rasserenarmi con le sue provvidenziali carezze. 
Ho gironzolato per casa come un robot, per scaricare l'ansia, e ho fumato un paio di sigarette di fila, prima ancora di fare colazione. Non mi piace fumare senza aver mangiato qualcosa, ma stamattina non è stato un risveglio come gli altri: per un attimo mi sono sentito completamente smarrito. Nessuno nella terra di nessuno. Certo, era quello che volevo, ma ho vacillato, ripensando alle mie ultime scelte, forse un po’ troppo azzardate. Mi ha rinsaldato solo il pensiero di poter godere di un capitale pressoché inestimabile, teoricamente in grado di rendermi la vita molto più facile. Dopo uno sbrigativo caffè mi sono appisolato sulla poltrona, inerme e svogliato, ma con il cuore che fortunatamente aveva smesso di battere come un martello pneumatico. Non avevo nessuna voglia di scrivere, né di pensare, ero in stand-by, né vivo, né morto. Avevo solo voglia di dormire, dormire per un indefinito numero di secoli, per recuperare il sonno perduto e non pensare a niente. E' andata avanti così per un paio d'ore. Ho indossato i primi vestiti che mi sono capitati a tiro (gli stessi che porto dal momento in cui ho messo piede in questo grigio villaggio) e mi sono messo a guardare fuori dalla finestra della cucina, ritrovandomi degente di un ricovero geriatrico. Ancora una volta mi sono soffermato come un detective sull'automobile del mio vicino, nella solita fastidiosa posizione, attraversato da un pensiero folle: e se l'uomo fosse morto? Quante volte si sente parlare di persone che vengono ritrovate giorni o mesi dopo la dipartita improvvisa, ormai completamente scheletriche, dimenticate da tutto e da tutti? Ne succedono di queste cose, si legge spesso sui giornali… Il mio vicino, invece (dico per fortuna, anche se non lo conosco) è sano e vegeto. Poco dopo, infatti, pronto per l'ora di pranzo, separatomi dalla mia corsia preferenziale, l'ho visto superare il cancello della sua abitazione. Stava tornando a piedi da non so dove, forse dall'edicola, stringendo sottobraccio alcuni giornali: ho riconosciuto il Corrierone e la sagoma di un magazine, forse un femminile. Se così fosse, posso intuire che l'uomo non vive solo, ma ha una moglie. Sicché i vicini potrebbero essere due. Magari più avanti giungerò a nuove scoperte…  
Dopo pranzo ho guardato un po’ di tv. Davano un documentario su una città della Siberia che non avevo mai sentito nominare: Akademgodorok. Solo dalla Russia arrivano certi nomi assurdi. E forse anche per questo motivo è una delle terre che mi affascinano di più. E' una città misteriosa a una ventina di chilometri da Novosibirsk, sorta appena venticinque anni fa, per ospitare alcuni fra i più importanti istituti di ricerca scientifici. Ne ho sentite di tutti i colori che perfino la storia della seduta spiritica di Prodi e i miracoli ricevuti da nonna, in confronto, sono bazzecole. S'è parlato di uno scienziato russo tenuto sotto controllo dai servizi segreti locali e americani, perché a conoscenza di programmi scientifici di straordinaria importanza, che non dovevano, per nessun motivo, essere resi pubblici finendo nelle mani dei media. In uno di questi si parlava di una bomba speciale, di grande potenza, legata al traffico clandestino di uranio iodio 131 e polietilene con TNT, vale a dire tritolo. Pensai che si stessero riferendo a un terrorista ma non era così. Poco dopo infatti lo speaker parlò di un progetto molto particolare: la realizzazione di una bomba in grado di annullare gli effetti di un gigantesco terremoto o di un'esplosione vulcanica. In pratica si proponeva di bombardare qualcosa per far sì che la geologia di un particolare territorio tornasse nella norma. Ho storto il naso. Qualcosa non mi tornava. La mia ipotesi è che dietro a tutto questo calderone ci fosse molto più prosaicamente l'idea di progettare ordigni di distruzione di massa. Ma questa non è stata la storia più interessante emersa dalle ricerche condotte ad Akademgodorok. Ancora più avvincente è stata la faccenda di Jurj Mocanov, un archeologo russo convinto che in Siberia vivesse un uomo preistorico riconducibile ai primi ominidi "intelligenti" che mossero i primi passi in Africa, due milioni di anni fa.
Stando alle conclusioni del promettente Mocanov, Charles Darwin è un ciarlatano, non sa quello che dice e teorizza. Un'opinione alquanto gagliarda, alla stregua del più temibile creazionista. Non è vero, quindi, che la stirpe umana deriva dalla Gola di Olduvai, in Tanzania, o dai territori limitrofi; le ricerche condotte in Siberia asseriscono che vi furono più "culle del genere umano" e che una di queste risalirebbe proprio a queste lande dimenticate da dio e dagli uomini, sferzate da inverni micidiali dove la temperatura raggiunge senza problemi i meno cinquanta gradi. In seguito sono stato investito da una sorprendente calma; mi sono accesso una sigaretta e messo a pensare a quanto tutto sia davvero relativo, proprio come spiega a livello cosmologico la relatività; compresa la vicenda che mi ha riguardato e che ha cambiato i connotati al mio divenire. Compresa Laila. Ho riflettuto sul fatto che anche nella vita di tutti i giorni ogni cosa dipende da un determinato punto di vista, da come e da dove si osservano le cose. Sono tornato alla trasversalità che analizzavo anche ore fa, proponendomi la possibilità di ragionare da una posizione mentale diversa da quella che normalmente mi rappresenta. Sono così arrivato a credere che sia del tutto lecito leggere la storia di un uomo così come si legge il volo interstellare di un'ipotetica supernavicella. Voglio dire… la storia di un uomo potrebbe, dovrebbe essere equiparata al tempo: assume, infatti, forme e spessori diversi in base al punto di vista dell'osservatore. Per un uomo che vive il presente, una qualunque tragedia assume i reali contorni del dramma. Ma se pensiamo a una tragedia risalente a centinaia di anni fa, ecco che, come per magia, la sciagura, la catastrofe, perde gran parte della sua tragicità, in favore di un sentimento che in alcuni casi potrebbe addirittura affascinare, rasentando il romanticismo. Penso a Giulietta e Romeo, alla morte di Cesare, all'uccisione di Achille da parte di Paride… Colpevoli, rei, demoni, che col passare degli anni (guarda caso il tempo) perdono la loro peccaminosità, in favore di un paradigma molto più "trasversale": l'umanizzazione.

La cappella degli appestati

Poi mi sono alzato e, deciso a cambiare aria, sono corso in bagno per farmi una doccia. Curioso. E' la prima volta da quando ho messo piede a Concorezzo che faccio qualcosa di utile per la mia persona. Sotto la doccia ho perfino canticchiato una canzone di Billy Joel: A bottle of white, a bottle of red, perhaps a bottle of rosé instead… Sistemato e profumato come un principino sono uscito per prendere una boccata d'aria e un po’ più di confidenza con questo strano angolo della geografia suburbana che fa capo alla città di Milano; che un giorno o l'altro non mi dispiacerebbe visitare. Ho gironzolato senza meta per un'oretta, affrontando vie che non avevo mai sentito nominare, limitrofe a uno stradone che se non sbaglio conduce a Monza, capitale della Brianza. Non c'è niente di bello, solo grigio, asfalto e cumuli di immondizia. Non mi capacito di chi vive in questo letamaio da una vita. E' il posto ideale per sparire, non di certo per vivere; ma forse corro un po’ troppo, come in tutte le cose, prima di dare un giudizio bisognerebbe capire bene come stanno realmente i fatti.  
Tornando sui miei passi ho affrontato una vietta che all'improvviso sbucava su una piccola radura, probabilmente alle spalle del centro sportivo, che vedo anche da casa mia, a un tiro di schioppo dall'uscita della tangenziale. Era completamente ricoperta di sterpaglie. Qui ho incontrato un uomo in là con gli anni, un filo di barba bianca e gli occhi circondati da un rossore sospetto: ho pensato, di primo acchito, che potesse soffrire di qualche strana malattia, legata all'insonnia o a un'allergia particolarmente aggressiva. Prima di rivolgermi la parola mi ha squadrato da cima a fondo, scambiandomi, forse, per un malintenzionato. Poi, probabilmente, rendendosi conto che vestivo elegantemente e che mi ero appena rasato, il patema ricamato sul suo volto è scomparso.  
«Per fortuna ha smesso di piovere».
I commenti sul tempo sono da sempre l'ideale per rompere il ghiaccio, mi son detto. Ma indeciso se dargli corda o meno, alla fine, ho taciuto. Ha proseguito da solo.
«Diventa tutto un pantano quando piove… colpa di un terreno troppo argilloso».
Lo guardai divertito, come si guarda un buffo personaggio della televisione. Compresi al volo la sua provincialità, che mi suonò simpatica e persuasiva. Parlava in italiano con una cadenza tipica, locale, che non mi apparteneva, il brianzolo, presumo. Dovevo avere letto da qualche parte che il brianzolo ha una vita lessicale tutta sua, assomiglia al milanese, ma ne è distante per vari aspetti ben identificabili dai glottologi. Presumibilmente risente del comasco e del lecchese e forse addirittura del bergamasco. Gli risposi che aveva ragione e che non c'è niente di peggio della palta che si incolla alle suole.
«Senza contare le mogli che si arrabbiano come iene se le portiamo la terra in casa».
Non obiettai e mi sciolsi definitivamente in un sorriso amichevole.
«Lei è di qui?», mi domandò bruciapelo.
Evidentemente le nozioni sul tempo e gli impantanamenti erano solo il pretesto per giungere a sapere qualcosa di me: ancora non si capacitava del fatto che un estraneo potesse aggirarsi dalle sue parti, con un'andatura così spavalda. Rimasi vago.
«No, sono qui di passaggio».
Vide che non avevo altro da aggiungere e fece cadere il discorso, soffermandosi sull'ampio spiazzo rurale che ci circondava. In fondo, guardando verso ovest, sorgeva una piccola costruzione, sormontata dalle fronde di alberi vigorosi. Dal punto in cui mi trovavo lo scambiai per un piccolo cascinale o una specie di ricovero per animali. Il mio interlocutore comprese il mio interesse e risolse istantaneamente ogni mio dubbio.
«E' per ricordare i tanti morti della peste».
Rimasi colpito dalla parola. Non l'avevo mai sentita menzionare in una circostanza tanto intima e triviale. Peraltro era così… obsoleta. Immaginavo che si potesse leggere su qualche libro o rivista o in seguito a qualche commento proposto in un documentario, ma così, su due piedi, nel bel mezzo di una passeggiata bucolica, suonava alquanto strana, fuorviante, ridicola. Mi rimandò di colpo al Seicento e alle vicende manzoniane, di cui serbavo il ricordo dagli studi affrontati durante gli anni della scuola superiore; qualcosa che, per un incomprensibile meccanismo dell'attività neuronale, mi era rimasto impresso più di molte altre letture. Tuttavia non seppi indagare sulla sua vera natura, i retroscena che consentivano al morbo di diffondersi; riflettei sul ruolo dei topi nella diffusione della malattia, concetto ben impresso nell'immaginario collettivo, e sui sintomi che dovettero patire le povere vittime, ma non seppi elaborare una risposta esaustiva.
«In questo campo, un tempo, venivano sepolti i morti per la peste».
«Capisco».
«Ce ne furono moltissimi, e non solo a Concorezzo…».
«E' una gigantesca fossa comune», dissi con una strana compiacenza.
«Esattamente, e quella cappella laggiù prova la sacralità del posto… anche se non tutti se ne rendono conto».
Non capivo cosa intendesse dire. Dondolai la testa immalinconito, fissando la struttura sulla quale avevamo soffermato le nostre attenzioni. Si accorse della mia titubanza e ancora una volta fu lui a prendere la parola per ammazzare l'empasse.
«Vengono qui a fare le porcate».
«In che senso?».
«Vede?», mi disse indicandomi una pigna di cicche di sigarette marcescenti e un metro più in là il cappuccio di un preservativo. «Questo è quello che si lasciano dietro, sanno che in questo angolo di paese nessuno viene a interrompere le loro sconcerie… e così vanno avanti indisturbati a macchiare un angolo di terra in cui anni fa veniva regalato l'estremo saluto a uomini e donne di tutte le età».
Capii che si riferiva alle coppiette che si appartavano per regalarsi attimi d'intimità. E a questo punto la magia di un pomeriggio così rilassato e piacevole andò a farsi benedire. L'idea della scappatella mi riportò dritto filato a Laila e alle innumerevoli volte che, anche noi, piuttosto che raggiungere casa, ci concedevamo l'uno all'altro illuminati dal bagliore delle stelle. Lo trovavamo molto più romantico che farlo nei posti più canonici, selvaggio, in linea con i nostri più primitivi istinti. Avevo pensato che dopotutto siamo figli di uomini erectus e mezzi neandertaliani che certo non badavano tanto al dove e come accoppiarsi; lo facevamo obbedendo a un dettame naturale che si ritrovavano a dover gestire senza tanti interrogativi, così come ogni mattina scrutavano il cielo per capire se la caccia sarebbe stata più o meno fruttuosa, sospettando che una giornata di pioggia e tempesta non avrebbe decretato il successo della missione. Era quello che facevamo anche io e Laila. La mia Laila. Vivevamo da primitivi, come adolescenti o, forse, meglio ancora, come ancestrali abitanti dell'Eurasia.
Il mio interlocutore s'accorse che non ero più gioviale come pochi istanti prima e mi regalò una smorfia ridicola: sembrava che volesse dirmi qualcosa di carino, senza trovare le parole adatte per farlo. Bastò questo a ridarmi un po’ di fiducia e a restituirmi la convinzione che non avevo fatto male a concedergli del tempo.
«Se vuole l'accompagno».
Intendeva affiancarmi nel mio pellegrinaggio alla cappelletta dei morti per la peste, benché non avessi ancora maturato appieno l'intenzione di raggiungerla. Accettai, comunque, di buon grado, pur non essendo convintissimo di volerlo ancora al mio fianco e di dover sentire i suoi nuovi mille aneddoti su questo o quell'altro retroscena di vita concorezzese. Malgrado ciò dovetti ammettere di avere a che fare con un tipo davvero istruito e appassionato di storia locale, qualcosa che aveva stuzzicato la mia curiosità. Mi chiedevo cosa ci fosse di così tanto bello e interessante da studiare in un paese così insulso come Concorezzo… A quanto pare, invece, anche qui ce n'erano di cose da raccontare e tenere in serbo per i posteri. Il mio uomo ne sapeva di cotte e di crude e pareva che le sue attenzioni principali ricadessero su uno dei periodi più bui della regione, quello del Seicento.
«La peste del quindicesimo secolo coinvolse tutto il circondario», mi disse, «e le vittime furono numerosissime».
Pensai che fosse ridicolo che sopra quel cumulo di ossa potessero, ora, coltivarci senza problemi, traghettando con rumorosi aratri e mietitrebbiatrici. Ironizzai fra me e me supponendo che il terreno dovesse essere particolarmente fertile, e potesse creare i presupposti per la maturazione di vigorose spighe di mais e frumento, frutto della decomposizione di uomini periti per il terribile morbo. Che orrore.
«Ce ne saranno sotto a migliaia».
«Addirittura. Non lo facevo così grande questo paese».
«Probabilmente li portavano anche dai villaggi vicini».
Mi indicò l'orizzonte a est.
«Vede quegli alberi laggiù?».
Annuii: erano dei grossi platani in fila indiana che coprivano gran parte della visuale a oriente.
«Lì c'è confine con Agrate».
«Agrate Brianza».
«Anche quelli di Agrate li portavano qui».
Andò avanti a parlare del Seicento, introducendo il fatto che in quel periodo gran parte dell'Italia del nord era soggetta al dominio degli spagnoli. Erano sopraggiunti all'onnipotenza secolare di Visconti e Sforza e non fecero granché per far fruttare i prodotti e le risorse della nuova terra. Non fecero niente di niente e, infatti, le campagne si inselvatichirono, i centri si ridussero e le carestie si fecero sempre più frequenti, innescate da inverni rigidissimi ed estati caldissime. Sembra che agli spagnoli interessasse solo racimolare quattrini, spremendo come limoni le tasche dei poveri concorezzesi, devastati oltreché dalla peste, da altri morbi caduti nel dimenticatoio come la pellagra, il tifo e lo scorbuto. Non fu come per i francesi, venuti prima e dopo, che, se non altro, pur disdegnando le consuetudini degli italiani, introdussero qualche riforma e si diedero da fare per organizzare una satrapia degna di rispetto e valore, moderna e autosufficiente. Capii, finalmente, perché il mio nuovo amico fosse così esperto di simili argomenti.
«Stiamo scrivendo un libro sulla storia di Concorezzo, e a me è toccato proprio il capitolo relativo al Seicento. Se tutto va bene usciamo per l'estate».
Mi piaceva l'idea di avere un vicino che faceva lo scrittore e ne volli sapere di più.
«Per quale casa editrice?».
Gli premette affermare che rimaneva un semplice prodotto locale.
«No, no, raccogliamo degli sponsor e ci dà una mano la Ghiringhella».
Vide il mio disappunto.
«E' la nostra libreria più famosa. Anche il suo titolare è coinvolto nel progetto: oltre a scrivere contribuisce alla stampa e alla diffusione».
«Certo, ha scelto un bel periodo», dissi divertito dalla boria del mio interlocutore.
«Il Seicento è un bellissimo periodo».
«Forse un po’ funereo».
Non controbatté, preso in contropiede dall'aggettivo che avevo utilizzato e che nemmeno io sapevo bene se fosse davvero il caso di calarlo nella nostra conversazione; ma allargò le braccia, come fa chi vuole esprimere una sorta di rassegnazione. Tornò a parlare della peste e del ruolo che proprio gli spagnoli ebbero nello scoppio della pandemia.
«Furono gli eserciti, muovendosi da una parte all'altra dell'Europa, a causare la pestilenza», affermò. «Nel 1630 gli equilibri militari con Austria e Francia erano tutt'altro che solidi e ogni pretesto, anche banale, diventava utile per sollevare un pandemonio; ci fu nel 1631 il trattato di Cherasco che determinò una breve tregua delle asperità belliche, ma poi tutto riprese daccapo, in una Lombardia devastata dalla povertà e dalla recessione economica. Solo a Milano si contarono almeno sessantamila persone morte di peste».
Ci ritrovammo senza accorgerci di fronte alla cappelletta in ricordo dei caduti, lungo un sentiero che, all'improvviso, si era fatto stretto e pericolante. Era una semplicissima e spartana costruzione, sormontata da un tetto vacillante e protetta da pareti spoglie e vetuste. Sul muro che guardava verso sud era riportata una scritta in latino e una data in numeri romani che non mi sforzai di comprendere. L'uscio era limitato da una porta di ferro battuto che riproduceva il disegno di una croce e permetteva di intravedere il rudimentale sacrario al suo interno, composto da un paio di stendardi rossi e un crocifisso in legno. Di fianco sorgevano due panche, semisommerse dai rovi e qua e là devastate dall'incuria e dalle intemperie. Nonostante tutto sembrava un posto piacevole dove trovarsi a passeggiare; sarebbe dovuto esserlo, pensai, d'estate, con il rigoglio dei vegetali e la mitezza del clima. Mi tornò in mente Laila, e l'ipotesi malsana di poterle presentare questa mia minuscola ma piacevole scoperta.
«E' stata rimaneggiata, ma risale a quasi quattrocento anni fa», mi spiegò il concorezzese, ancora concentrato sulla piccola costruzione. «E', infatti, ben presente nel catasto teresiano».
Mi accomodai su una delle due panche, lasciando sorpreso il mio accompagnatore, che mi guardò stranito, soffocando l'ennesima intenzione di poter diffondere il suo sapere. Per un attimo mi sentii felice; con il piede sollevai pochi centimetri di terra, convinto di poter incontrare qualche vecchio amico delle pozzanghere; ne scorsi due che, però, non mi considerarono più di tanto, presi com'erano dalle loro faccende quotidiane. Il terreno si stava asciugando e per creature come le loro che vivono solo con un buon tasso di umidità, stava diventando un grosso problema. Si misero a scavare più in fondo in cerca del refrigerio perduto, salutandomi con un vago cenno del capo, e facendomi capire che ci saremmo risentiti più avanti in occasioni più propizie. L'uomo al mio fianco mi osservò stupefatto; per la prima volta dal momento in cui c'eravamo incontrati, temette di avere a che fare con un fuori di testa, preso da chissà quali paturnie esistenziali; probabilmente detti davvero impressione di parlare con qualche fantasma. Non lo biasimai, ma lo tranquillizzai in fretta.  
«Buon uomo, la ringrazio molto per i suoi racconti».
Sorrise distrattamente.
«Essendo nuovo di questo paese, sono contento di avere conosciuto qualcosa di più… sa, per uno che viene da fuori, da una grossa città, è piacevole sapere che anche il più piccolo borgo ha qualcosa da raccontare».

Ci rincamminammo verso casa, uno davanti all'altro, in silenzio, come amici di vecchia data di ritorno da una scampagnata. All'imbocco della stradina che conduce alla cappelletta ci stringemmo la mano, salutandoci, incorniciati in un'atmosfera retrò e colorati dai riflessi di un cielo sempre più grigiastro. Il suo pugno era forte e deciso, conforme al carattere che avevo potuto decifrare chiacchierando con lui. Mi meravigliai del mio atteggiamento amicale. Nelle mie ipotesi iniziali c'era, infatti, quella di volermi emarginare il più a lungo possibile da uomini e cose, cercando l'isolamento più totale e il silenzio monacale. E invece… eccomi qui dopo solo tre giorni dall'esordio della mia nuova vita a stringere la mano a un mio simile, peraltro, felice di poterlo fare. Per un istante il peso di Laila è diventato più sostenibile, anzi, potrei dire in alcuni momenti di non aver nemmeno pensato a lei… grazie a un uomo di cui non so nemmeno il nome.  

mercoledì 15 maggio 2013

Due parole per un giorno

Questa canzone l'ho scritta nel 1993, ma poi è caduta nel dimenticatoio. Un peccato, non è poi così male. Al di là di tutto credo che parli di mio nonno. Era inclusa nel secondo demo-tape di Huckleberry, "Sulla strada per Mongping".

 

DUE PAROLE PER UN GIORNO

Alcune persone dicono
Che le parole non servono a niente
Il custode di quella stanza è
Un signore che parla francese
Gli domando per un soldo soltanto
Quanto tempo ha dedicato al domani
Quanto tempo ha sprecato davvero
Quante volte s'è sporcato le mani

Ma tutti comunque lo sanno
Quel custode è una brava persona
Rileggendo di Kundera quei passi
Riabbracciava la sua amata signora
Nel '45 in guerra rampante
Sulle orme degli amici perduti
Compleanni, ormai ricordi lontani
Quanti aerei e carri armati abbattuti

Presto arriverà anche l'inverno
A dipingere sul suo volto le rughe
Incompiute dall'estate passata
Ricamate dall'età imbrunita
Ma il calore del suo cuore risponde
Alle grida di un bambino che salta
Sono ancora il più giovane dice
Non sono vecchio abbastanza

Il professore della porta vicino
Si ferma ogni tanto a parlare
Gli racconta quante volte ha provato
A bocciare un alunno cattivo
Il custode per quelle parole
Gli darebbe anche tutto il suo vino
Per fortuna due parole soltanto
L'hanno reso per un giorno bambino

1993

mercoledì 8 maggio 2013

Vità Romena


Calistrat Hogas, un altro amico da tenere d'occhio. E' uno scrittore moldavo (nato a Tecuci nel 1848), autore di bellissimi racconti di viaggi, tratti dalle esplorazioni personali compiute fra i monti della propria nazione. Impara a leggere  e a scrivere da un monaco, al quale è affidato dai genitori; si laurea in lettere e diviene insegnante di lingua romena, latina e francese. Inizia tardi a scrivere, dopo vari anni trascorsi presso la scuola media di Piatra Neamt, La Perla della Moldavia, così battezzata per le sue bellezze naturali e architettoniche. Collabora con "Vità Romena" e prova a dare alle stampe "Sui sentieri di montagna": il libro viene però boicottato perché contiene troppi errori di battitura. Ci riprova due anni più tardi, con un nuovo volume, ma un incendio distrugge tutte le copie appena stampate. Ironia della sorte, le prime copie dei suoi libri vengono ufficialmente diffuse a quattro anni dalla morte, avvenuta nel 1917. In ogni caso il suo messaggio è arrivato a noi sano e salvo: «Qualsiasi viaggio, a parte quello fatto a piedi, non è secondo me un viaggio autentico. Viaggiare da seduto, portato da una macchina o un treno significa vedere soltanto quello che ti si offre e non quello che vorresti vedere».

martedì 7 maggio 2013

thinking like a storyteller...

Nova Milanese - Auditorium 2009
Milano - Teatro Dal Verme 2009
Milano - Magnolia 2013
Seregno - Tambourine 2008

thinking like a storyteller... 
thinking like a storyteller... 
thinking like a storyteller... 
thinking like a storyteller... 
thinking like a storyteller... 
thinking like a storyteller... 
thinking like a storyteller... 

Laila # 3


3.

Colori diversi

Diversamente potrei riflettere sulla mia vita prima e dopo il 1983. L'avevo già considerato l'altro dì. Prima del 1983 ero, infatti, una storia normale, poi… poi è cambiato tutto, delle spine hanno perforato la mia anima rendendomi una larva e obbligandomi a un'unica soluzione: andarmene, fuggire, nebulizzare. Così sono arrivato fin qui, a Concorezzo, in questo posto dimenticato da dio, insignificante, isolato, perfetto per nascondersi, per far perdere le tracce, eclissarsi, sbiadire. Non ci ho messo molto a trovarlo…
Il 1983 è un segno indelebile, un anno che non potrò mai cancellare, l'anno della svolta, del silenzio, della volontà di giocare la mia ultima carta, la più azzardata, quella di cambiare identità. Ma il 1983 è già oltre; se volessi continuare nei miei esercizi spirituali dovrei considerare il prima, il prima del 1983, quando Laila era ancora una cometa a zonzo nel cosmo. Erano gli anni Settanta. E il sole, bene o male, splendeva come oggi, benché qualcuno avesse già iniziato a parlare di una forma d'inquinamento in grado di smorzare perfino la potenza, il clamore dei suoi raggi. Qualcuno stigmatizzava il tutto con un'astrusa frase: "buco dell'ozono". Gli anni Settanta erano ben altra cosa; tutta un'altra vita. Amavo gli anni Settanta… ero un uomo perfettamente integrato nella cultura politica e spirituale degli anni Settanta. Non per niente mi sentivo, mi sono sempre sentito, un uomo del settimo decennio del ventesimo secolo, e non di certo di quello che abbiamo da poco inaugurato. Anni Ottanta mi sa di qualcosa di pericolosamente arbitrario: il tutto e il niente; il passato che si apre su un futuro che non mi appartiene, un luogo comune sfalsato dal mio desiderio di respirare come ho sempre respirato, dandomi delle gran pacche sulle spalle, ma beneficiando di un'energia che col nuovo decennio è venuta inesorabilmente a mancare. Chissà, forse, un domani, anche gli anni Ottanta avranno qualcosa da suggerirmi, quando i tempi saranno maturi, e avranno preso una certa piega nuove esperienze di vita. Chissà. Intanto eccomi qua, a vivere questo preludio agli anni Ottanta, in un modo che, nemmeno se mi avessero pagato, avrei potuto immaginare.
L'inizio della mia nuova vita coincide con i primi gelidi mesi del 1983. Fa freddo in questi giorni, almeno… così dice il telegiornale. Io, in verità, non ho ancora avuto modo di rendermene conto. Sono uscito solo una volta e non mi sono accorto di nulla, se non delle solite formine che sguazzavano in ciò che rimaneva di pozzanghere in via di estinzione, le uniche realtà in grado in questo momento di catturare la mia attenzione. Ma se anche facesse tanto freddo da farci congelare in un batter di ciglia, non me ne importerebbe più di tanto. Non farei quasi nulla per proteggermi dal freddo. Uscirei in giacchetta come l'altro giorno, inconsapevole del rischio di potermi buscare un accidente. Dopo Laila non esiste qualcosa che possa davvero preoccuparmi. Vivo in un limbo, senza emozioni, senza sogni, senza… niente. Gli anni Ottanta…
Ridacchio innanzi a ciò che potrei raccontare degli anni Ottanta se in un mio prossimo pellegrinaggio in questa terra di nessuno dovessi imbattermi in un extraterrestre. Cosa potrei dirgli degli anni Ottanta? Ben poco, evidentemente, gli anni Ottanta sono appena iniziati (e non di certo nel migliore dei modi). Potrei semmai raccontargli qualcosa della fine degli anni Settanta, poco prima che le mie forze venissero meno, sopraffatte da un episodio che è ancora presto per poter rivangare, ma che, di certo, non avrei mai voluto si potesse verificare. Mi faccio coraggio dicendomi che non è dipeso tutto da me, ma mento a me stesso. Troppe cose, lo so bene, vicende, vicissitudini, rincorse da innamorati, si finisce per cercarle; se si evitano gli incontri più inopportuni, i più rischiosi, ogni cataclisma può essere tenuto a debita distanza. Vorrei discolparmi, ma non mi riesce, se ci fossi riuscito sarei rimasto dov'ero. Provo allora a razionalizzare, ma anche in questo caso, invano, fatico a trovare un nuovo modo di giudicare ciò che mi circonda, un diversivo per provare a osservare le cose da un punto di vista… trasversale. La trasversalità. Se imparassi a guardare trasversalmente potrei arrivare a giustificarmi, a comprendermi e a vincere i fantasmi che mi divorano? Forse. Ma se si possiede una coscienza, una vera coscienza, si può davvero arrivare a tanto? Sono perplesso. Davvero perplesso. L'intelligenza e la coscienza non sono congetture, pulsano nella nostra materia cerebrale, e dinanzi alle incombenze più assurde e inaspettate dell'esistenza, non si può granché. Sarebbe stato meglio nascere stupidi. La stupidità è la vera rivoluzione. Fossimo tutti stupidi, il mondo sarebbe molto più allegro e spensierato. In ogni caso la mia nuova vita mi regala una speranza inusitata. In qualche modo mi tiene con i piedi per terra e mi fa guardare al futuro con un briciolo di… colore.

La primavera di via Fani

Penso a prima, allora. Per esempio al 1978. Cosa è successo nel 1978? Sono ancora in grado di ricordare? Oh, sì, certo, basta fare mente locale, per un attimino… in fondo è l'altro ieri. A quei tempi andavo ancora in giro con Filomena e Francesco, un po’ con uno, un po’ con l'altro, erano diventati la mia famiglia, inutile negarlo. Seppur in maniera diversa e con intenzioni diverse, eravamo soli tutti e tre e vivendoci affrontavamo meglio il nostro divenire, appassionandoci delle stesse cose e trascorrendo ore spensierate e gaudenti. Naturalmente, non c'era ancora Laila. Se ci fosse stata Laila fin dall'inizio, non ci sarebbero mai stati Filomena e Francesco. Laila non me li avrebbe fatti vedere. Laila mi aveva trasformato, rimbambito, reso incapace di valutare con raziocinio ciò che mi aveva sempre circondato.
Chiudo gli occhi per un istante, li strizzo fino a sentire male, e torno al 1978…
Accendo la televisione, il bianco e nero sta tramontando, ma resta il bianco e nero, il dubbio, i misteri del rapimento Moro. Sembra passata un'era geologica, e invece, sono solo su per giù cinque anni. Con il rapimento Moro il mondo parve fermarsi. Non ricordo un altro episodio così sentito. Pinochet al confronto fu una sciocchezzuola. Perfino la tragedia del piccolo Alfredino Rampi fece meno clamore. Ci fu grande cordoglio nel Paese, fu un'ecatombe emozionale, gli italiani erano sgomenti e increduli. Che fosse un momento caldo lo sapevano tutti, ma da qui a pensare che potessero toccare uno dei più amabili politici... Anch'io rimasi colpito, ma non tanto per la sofferenza dei familiari di Moro e dello stesso statista, quanto dalle reazioni dei miei simili. Il rapimento Moro diede una scossa al Paese, che pareva intorpidito dalla fine della seconda guerra mondiale. Era su per giù metà marzo, il 16 marzo, forse, lo stesso giorno in cui molti anni prima era nato mio nonno, il cavaliere, così chiamato per la sua straordinaria attitudine a cavalcare per le praterie del modenese. Era un giorno tiepido, tipicamente primaverile, con il cielo azzurrognolo, e piccole nubi filamentose. In via Fani, a Roma, un commando delle Brigate Rosse individuò il cammino di Moro e… accadde il finimondo. Rapirono il presidente della Dc con un'azione gravosa e spietata, sterminando cinque uomini della scorta, come se fossero piccole mosche da spiaccicare sul muro. Passò un mese di sofferenza, dopodiché i terroristi comunicarono al mondo che il tempo del "processo Moro" s'era chiuso con la sua condanna: condanna a morte. Era il 1978. Primavera. Le strade di Roma e di Milano erano, suppongo, le solite strade di sempre, il grigio dell'asfalto agonizzava ovunque, come aghi di ginepro stesi sul bagnasciuga.
Neanche un mese dopo i brigatisti chiusero i giochi, mostrando al governo la pasta assassina di cui erano fatti. Il cadavere di Aldo Moro fu ritrovato accartocciato su se stesso a bordo di una Renault 4 rossa, in via Caetani, equamente distante dalla sede Dc e Pci. Un'immagine che avrebbe segnato l'immaginario collettivo tanto quanto quella del primo passo di Armstrong sulla luna. La Dc e il Pci… se non ci fossero stati, oggi magari Aldo Moro starebbe ancora baciando sua moglie e chissà quante volte avrebbe ancora potuto soffermarsi sulla sua cristianità, ritrovando e non ritrovando il se stesso di quei tempi avulsi. E forse anch'io potrei ancora stringere fra le braccia Laila; da lì, infatti, sarebbero cambiate tante cose, il Paese avrebbe reagito in modo diverso, e di conseguenza la sua plebe, i destini di tutti noi avrebbero intrapreso percorsi differenti. Ma lo diceva anche il più stupido che lavorava alla Vian, il passacarte Ivo Masseroli: con i se e i ma non si fa la storia, al massimo si possono scrivere dei bei libri di fantascienza. Ricordo che c'era di mezzo anche Francesco Cossiga, che non avevo mai sopportato per il suo lirismo incespicante, per la sua parlata sarda; Francesco Cossiga che ancora non si capisce in che termini fosse immischiato nella vicenda, si dimise da Ministro degli Interni immediatamente dopo il ritrovo del corpo esanime dell'amico. Ma saranno stati veri amici? O soffiavano l'uno contro l'altro per portare a casa la pagnotta più grossa? Non mi stupirei se fosse vero. Comunque resta bella quell'immagine che li ritrae insieme, non so a quale comizio, una foto in bianco e nero, sono entrambi sorridenti, come, presumibilmente, non lo sarebbero più stati.

La Ford del vicino

Fastidio. Provo un senso di fastidio e una vaga nausea. Abbandono lo scrittoio e percorro avanti e indietro il corridoio di casa, soffermandomi davanti allo specchio. E' lo stesso che mi porto dietro da quando ero bambino. Il regalo di qualche parente ormai appannaggio degli spiriti. A suo tempo dimorava sopra il mio letto puerile, in un punto in cui era impossibile utilizzarlo comodamente, se non rimanendo distanti da esso almeno un paio di metri. Un miope non si sarebbe mai potuto vedere... Ma queste erano le disposizioni di mia madre: doveva regnare l'ordine più assoluto, non importa se alcuni oggetti perdevano completamente la loro funzionalità.
Osservo il mio capo sempre più ingrigito e la barba che non faccio già da qualche giorno. Anche la barba s'è ingrigita. Sto diventando grigio come la carrozzeria metallizzata della macchina del mio vicino di casa. E pensare che quando stavo con Laila non avevo nemmeno l'ombra del brizzolato… Certo, è l'età che avanza, tuttavia penso che le ultime vicende personali abbiano contribuito non poco al mio imbruttimento; anche la mia pelle non è più la stessa. Pare ingiallita, flaccida, cadente, con delle macchie rossastre che compaiono e scompaiono. Un dottore incontrato per caso facendo la coda al supermercato mi ha detto che avrei bisogno di qualche settimana di riposo. Se solo sapesse che sto pensando di dedicare l'intera vita al riposo… forse, non sarebbe più dello stesso parere…
Il mio vicino di casa… in realtà non so nemmeno che faccia abbia. E chi l'ha mai visto? Sono qui da pochi giorni e non ho visto altro che qualche donnetta affaccendarsi con le borse della spesa, uno spettacolo per nulla intrigante. Il mio vicino abita in una villetta carina, accogliente, circondata da un giardinetto pulito e ordinato; noto la sua automobile parcheggiata nella stessa stancante posizione, come un soprammobile pieno di polvere, dimenticato in qualche angolo perduto della casa. Nutro il sospetto che da quando ho messo piede in questo covo di ghiri, non l'abbia ancora spostata. Anche adesso scommetto che si trova nello stesso punto di prima… voglio proprio andare a vedere.
Percorrendo a ritroso il corridoio, raggiungo la finestra della cucina, da cui s'inquadra efficacemente la casa del mio vicino e la strada che serve entrambi, fortunatamente pochissimo battuta. Infatti… eccola lì, sempiterna e sorniona, nella stessa posizione di ieri e dell'altro ieri… Suppongo che non la usi mai o, forse, la utilizza solo quando io sto dormendo, magari fa i turni per qualche azienda dei paraggi. E' una Ford grigio metallizzata, non saprei dire il modello esatto, non ci capisco granché di motori, e dalla mia posizione non posso risalire alle scritte rivelatrici poste anteriormente. E' l'ideale, comunque, per una famiglia di tre, quattro persone. Probabilmente dovrei parlare di vicini.

Il fantasma di don Sturzo

Ma tornando a Moro e al mio scrittoio, ora che la nausea s'è sopita e il fastidio se n'è andato (in effetti, è bastato poco), c'è anche la faccenda della seduta spiritica che non ho mai capito. Anche perché mi parve così ridicolo che certi uomini di spessore e potere potessero davvero convergere intorno a un tavolo per interrogare gli spiriti. Perfino io non avevo mai avuto a che fare con certe cose, quand'ero bambino e c'era chi sosteneva di poter trascorrere interi pomeriggi in compagnia di esseri terrificanti che guardavano oltre i fumi dello Stige, il fiume ammaestrato da Caronte; una sola volta, di fatto, partecipai a una seduta spiritica, con un paio di compagni delle medie, qualcosa si mosse, ma di fantasmi nemmeno l'ombra. E non ci misi molto a sospettare che ci fosse di mezzo lo zampino del mio amico arrapatissimo che puntava con ardore alla pupa quindicenne che aveva di fronte. Eppure le cronache parlarono proprio di questo centro di gravità permanente in provincia di Bologna, Zappolino, se non sbaglio, dove un gruppo di super esperti, professori e quant'altro, si misero a interrogare l'aldilà per capire in quale buco fosse rintanato Moro, risalendo alla parola magica: "Gradoli". Anche Gradoli non l'avevo mai sentito nominare. Gradoli… Proprio così, è un piccolo comune nella provincia di Viterbo. Saltò fuori che Aldo Moro era rintanato lì, come un pericoloso assassino o stupratore, a Gradoli. Incredibilmente, si seppero perfino le generalità dei fantomatici spiriti guida che si misero in contatto con degli umili mortali facendo luce sulle proverbiali coordinate geografiche del rifugio segreto: don Sturzo e La Pira. Colui che ne fece parola si chiamava Prodi, Romano Prodi, oggi a capo dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale. Mi feci delle sane risate quando lessi il servizio pubblicato da Oggi, tuttavia il retroscena mi stuzzicò parecchio. Dunque don Sturzo, grande politico italiano, fondatore del partito popolare italiano e sacerdote d'imprescindibile charme, e La Pira, politico e terziario domenicano... erano loro i mandanti, coloro che proteggevano il segreto di stato, il luogo in cui giaceva lo statista in attesa di una liberazione che non ci sarebbe mai stata.
Il governo e le forze dell'ordine si fecero avanti per perlustrare da cima a fondo Gradoli, dimentichi del fatto che Moro era stato rapito a Roma e che proprio nella capitale sorgeva via Gradoli. Interrogati a riguardo varie persone coinvolte nella boutade, dissero che non esisteva nessuna via Gradoli, ma i fatti smentirono le loro affermazioni. Poco dopo, infatti, gli investigatori si resero conto che in provincia di Viterbo non c'era un bel niente da scovare e che non avrebbero, quindi, avuto altra chance se non quella di puntare i loro occhi sulla contrada della capitale. Ma ormai era troppo tardi. Moro con i suoi aguzzini era già altrove, chissà dove, destinato al sacrificio.
Giunse una chiamata anonima per dire che in via Gradoli una tubatura stava perdendo. Le forze dell'ordine e i pompieri arrivarono come marines a destinazione scoprendo che era tutta una farsa: qualcuno aveva chiamato apposta per fare vedere allo Stato che i brigatisti gliel'avevano fatta sotto il naso e che era proprio in quel punto che Moro era rimasto prigioniero per tot giorni. In seguito, però, emerse in tutto il suo splendore che la seduta spiritica era stata una bufala. Non ci fu nessuna invocazione di santi, madonne e demoni, ma molto più prosaicamente erano intervenuti in gran segreto fantomatici uomini del Kgb, i servizi militari segreti russi. Va da sé che oggi brancoliamo ancora nel buio. A cinque anni di distanza, infatti, fin troppe cose rimangono nebulose e poco chiare; e innumerevoli sono i quesiti non risolti. Ci vorrebbe un abile scrittore, che possa mettere insieme tutte queste considerazioni e congetture per elaborare una bella spy story… oppure… ci potrei pensare io stesso, con tutto il tempo libero che avrò a disposizione…

Metri di giudizio

Grande come il mare, piccolo con una capocchia di spillo… Rifletto sulle grandezze, ci pensavo anche l'altro giorno, mentre mi lasciavo cullare sulla poltrona da un timido raggio di sole, appannaggio di una stagione ancora lontana. Elucubravo sul fatto che, oggettivamente, l'uomo non è che un esserino ragionevolmente minuscolo, un nulla, anzi, un meno del nulla, confrontato alla magnificenza dell'universo, ai suoi colori, alle sue freddure siderali, al suo crogiolo di stelle e pianeti che nemmeno Asimov potrebbe immaginare. Una briciola di pane in tutto il Sahara. Mi sono trovato così a girare intorno all'ennesimo valido presupposto per declassare l'uomo e la sua insipida avidità intellettuale… e intanto arrivavo alle scale di grandezza.
Se ragioniamo sulle grandezze, infatti, vediamo che ogni cosa da noi giudicata è semplicemente in funzione del nostro occhio critico; e non di certo di un ipotetico occhio universale, verosimilmente ben più potente e lungimirante del nostro ammasso di coni e bastoncelli. E' l'uomo che, di fatto, ha stabilito "a sua immagine e somiglianza" le grandezze: le distanze galattiche sono enormi, mentre gli elettroni sono separati dai nuclei da grandezze infinitesimali. Ma chi può affermare che spetti proprio a noi giudicare la maestosità dei cieli e degli oceani? Perché non credere che esistano altri esseri tali per cui il mordi e fuggi delle galassie sia riconducibile a quello che è per noi il microsistema di un complesso subatomico?
Per restare più vicini alla nostra quotidianità, si può, per esempio, tornare agli amati batteri, gli stessi scomodati l'altro dì relativamente al loro potenziale evolutivo. Per noi, infatti, sono siderali le distanze stellari, ma per un batterio, probabilmente, varrà altrettanto l'immensa latrina in cui si crogiola, essendo evidentemente del tutto indifferente a ciò che si cela oltre i suoi confini… Sicché, seguendo questa disanima, perché non dovrebbe essere lecito domandarsi, il motivo per cui l'universo non può essere la nostra latrina? E ciò che è veramente grande qualcosa che non possiamo nemmeno supporre?
Io non posso certo dire di avere la verità in tasca - men che meno ora che Laila non è più al mio fianco e ho esaurito ogni aspettativa per il domani - tuttavia chi può confutare questa ipotesi, visto che non abbiamo nemmeno i mezzi per verificare se esistono o meno pianeti extrasolari? Chi può, pertanto, affermare che l'universo è grande e il culo di un paramecio piccolissimo, ipotizzando che infiniti cosmi possano essere retti nel palmo di una mano di un super super gigante ai nostri occhi del tutto indecifrabile?  

La finale di Buenos Aires

L'estate del 1978, in ogni caso, al di là Moro e tutto il resto, la ricordo con piacere e nostalgia, come un retaggio dell'infanzia. Era il periodo dei mondiali di calcio, di figure leggendarie come Ardiles. Amavo Ardiles come una donna, bastava il nome a farmelo amare, era qualcosa di meravigliosamente esotico, floreale, profumato di dopoguerra, quando tutto sembrava risorgere. Per la prima volta in vita mia mi appassionavo a un torneo internazionale; avevo sempre amato il calcio di seria A, ma non gli europei e i mondiali. Mi sembravano una perdita di tempo, qualcosa di già scritto, una scusa per proseguire l'idea di campionato oltre i limiti canonici. La mia stupidità in tal senso era eclatante: non sapevo nemmeno quanti mondiali avesse vinto l'Italia, i due proverbiali degli anni Trenta con la guida di Vittorio Pozzo.
L'estate del 1978 inaugurò i mondiali in Argentina. Mi risuona ancora perfettamente nella mente il fischio, il leitmotiv Argentina '78, come il titolo di una poesia imparata alle elementari. Non fu però la nazionale argentina a entusiasmarmi più di tanto, né l'Italia. Mi presi, infatti, una cotta per la nazionale olandese, non saprei dire per quale particolare motivo. Di certo l'Italia non mi galvanizzava, anche se raggiunse la semifinale; era perlopiù composta da juventini che detestavo per la loro boria (anche se ho sempre nutrito grande stima per figure come Scirea e Cabrini). Al contrario amavo quasi tutti i giocatori olandesi. C'erano giocatori che da anni facevano faville e raccontavano pagine di storia calcistica indimenticabili. Gli olandesi erano stati sconfitti in finale nel mondiale del '74, contro una fortissima Germania; e due anni dopo, in Jugoslavia, erano stati eliminati in semifinale dalla Cecoslovacchia. Benché non avessero vinto, non si erano mai piazzati così bene nelle competizioni di grido.
In seguito cambia qualcosa, se ne va il grandissimo Johann Cruijff, ma rimangono pilastri come Rep, Krol, Jansen, sui quali Happel, l'allenatore, costruisce il nuovo ensemble sportivo, pronto per volare alla conquista del Sudamerica. Anche Francesco la vedeva come me: gli anni Settanta, in ambito calcistico, dovevano essere ricordati per lo strapotere degli arancioni e la super classe dell'Ajax. L'Olanda faceva parte del quarto gruppo, quello comprendente anche Perù, Scozia e Iran. Squadrette; ma l'avvio non fu così promettente. Gli arancioni vinsero contro il povero Iran, ma presero tre pappine dalla Scozia (finì 3 a 2) e pareggiarono 0 a 0 con il Perù. Giocarono la finale che era quasi luglio. La partita clou si disputò allo Stadio Monumental, di Buenos Aires. L'estate era esplosa in tutto il suo fragore, ed era un periodo per me particolarmente florido e felice, anche se non era accaduto niente di particolarmente significativo. Capitavano, del resto, periodi in cui, senza un motivo reale, finivo per sentirmi più in forma del solito, con un'inaspettata forza di guardare avanti con coraggio e risolutezza; come se il mondo fosse stato creato appositamente per me e le mie intenzioni. Mi sentivo bene, un leone, in pace con me stesso e con gli uomini; godevo di buona salute, dormivo senza problemi e, a parte il fumo, non avevo vizi. Era, forse, anche la consapevolezza che, di lì a poco, sarei volato a New York per un mesetto, un viaggio che avevo programmato da tempo, per provare nuove emozioni, fosse anche solo quella di prendere l'aereo per un volo transoceanico che non avevo mai compiuto prima d'ora. Ritenevo New York la capitale del mondo, e mi sembrava impossibile non esserci ancora andato, considerato che, dall'alto delle mie potenzialità economiche, avrei potuto vivere nella metropoli americana senza badare a spese.
L'arbitro italiano fischiò il calcio d'inizio e già trepidavo. Ero con Francesco in un bar del centro, entrambi con un ridicolo cappellino dell'Inter; le strade erano deserte; gli italiani se ne stavano rintanati in casa per assistere alla grande finale. Ottantamila i presenti sugli spalti del Monumental.
Le cose per gli olandesi si misero male fin dall'inizio; troppo nervosismo in campo procurò quattro ammonizioni di fila agli arancioni, e nessuna per i padroni di casa. Pensammo che l'arbitro non stesse facendo bene il suo dovere, tuttavia furono soprattutto gli olandesi ad attaccare con maggiore audacia, dando prova di essere la squadra più compatta e tecnicamente più preparata. Il 38esimo del primo tempo, però, la festa finì: non era la prima volta che Mario Kempes sfondava la retroguardia olandese, ma questa volta insaccò il pallone alle spalle di Jongbloed. Fu l'inizio della fine. Io e Francesco ci fissammo affranti.
«Lo sapevo», mugugnò il mio amico, inarcando le sopracciglia e sollevando le spalle in segno di resa.
Ma la ripresa fece sognare i sostenitori degli arancioni. Gli olandesi per nulla intimoriti dall'exploit di Kempes insistettero come forsennati, alla ricerca di un goal che potesse rimettere la partita in gioco. Era evidente che non volevano farsi scappare l'occasione della vita. E, infatti, di lì a poco il loro impegno fu premiato. Il pareggio arrivò all'81esimo, grazie a Nanninga che aveva fortunosamente preso il posto di Rep. Gli argentini dovettero iniziare daccapo.
Gli arancioni continuano ad affondare e a un minuto dalla fine Rensenbrink colpì il palo; quando si dice il destino avverso: pochi millimetri e sarebbe stato goal, con la vittoria mondiale nelle tasche dei principi di Amsterdam. Con i supplementari, di fatto, si entrò in una nuova era. Gli argentini credettero come non mai nella vittoria e nel giro di pochi minuti cambiarono drasticamente le carte in tavola, infilando due sberle agli arancioni che si videro condannati al secondo posto e a dire addio alla Coppa del mondo. Francesco ed io rimanemmo insieme per un'ora fissando lo schermo immalinconiti, patendo gli sfottò del gestore del locale schierato con Ardiles e soci.
«Dai ragazzi, è andata bene comunque», ci disse. «Vedrete che vincerete anche voi il mondiale fra qualche anno… magari quello del 2006».
L'avremmo ucciso.  

giovedì 2 maggio 2013

Il tipo di Dnepropetrovsk


il signorotto ucraino scrive più o meno così...

I cavi.
I cavi.
I cavi.
Scorrono da sinistra a destra,
da destra a sinistra
e solo
gli uccelli, seduti sui pali di cemento,
tentano di afferrare
qualcosa
in questo abisso.
Ecco, ecco, ecco…
Ci sono cascato di nuovo.

mi ricorda qualcuno, tuttavia... Maksim Aleksandrovic Borodin è nato nel 1973 a Dnepropetrovsk (Ucraina orientale), dove vive tuttora. Laureatosi in architettura, si dedica all’insegnamento universitario. È autore di versi in russo e poesia visuale. Dal 1996 pubblica su riviste della sua città (“Artikl’”, “Dnepr vecernij”), dal 2001 anche in edizioni di Mosca e San Pietroburgo (“Vavilon”, “Arion”, “Futurum-art”, “Ingermanlandija”, “Text-only”).