bentornati i shins non modest house un bel disco anche il secondo come il primo piace anche a scarlett johansson quindi che dire sarà di sicuro un buon disco la mia preferita forse it's only life e come sempre PORTLAND dopo i flake music quando erano molto + poveri
venerdì 13 aprile 2012
giovedì 12 aprile 2012
Bislaccamente retrò
... dai suoi appunti di viaggio mai convenzionali in giro per il mondo (e spesso anche in Italia), agli oggetti scovati nei mercatini dell’usato che Zograf interroga e fa diventare testimoni di un tempo lontano in attesa di essere decifrato, fino agli incontri con grandi personaggi della scena culturale e fumettistica serba e internazionale (Will Eisner, The Residents, etc.). La sua sensibilità artistica, unita a una grande curiosità e passione per tutto ciò che è strano, fuori dagli schemi, retrò e un po’ bislacco, rendono lo sguardo di Zograf uno strumento prezioso per comprendere la realtà senza rimanere schiacciati dalla cronaca.
mercoledì 11 aprile 2012
Starnuti improvvisi (sulla porta di casa)
Piedi larghi all'avanguardia
Gambe aperte all'avanguardia
Mani sciolte all'avanguardia
E canzoni del tipo...
Spiritualized – Soul On Fire
Pontiak – This Is Living
Vadoinmessico – Curling Up Your Spine
Vadoinmessico – Pond
Vadoinmessico – In Spain
E fughe di cervelli
E fughe di bretelle
E fughe da casa con il raffreddore
venerdì 6 aprile 2012
giovedì 5 aprile 2012
Due ottimi amici
in questi giorni falsamente primaverili che vado e torno dalla casa di Vinicio dopo aver a lungo discusso di rebetiko & dintorni mi fanno compagnia due ottimi dischi due ottimi amici già conosciuti e frequentati abbondantemente ma ascoltarli dalle parti della stazione centrale è sempre più affascinante
domenica 1 aprile 2012
Affari condominiali: quarto piano, appartamento C
Ebbene sì... Tutti sono utili, ma nessuno è indispensabile. Il detto era buono ieri come lo è oggi, ma per Annaluna Brioschi, in Citterio, valeva fino a un certo punto. Avrebbe eventualmente asserito che tutti - come vuole la massima - fossero senz'altro utili, ma per lei il proverbio non poteva essere attendibile: lei era indispensabile. Di fatto si riteneva indispensabile ovunque si trovasse a battere ciglio. Viveva con il marito, il pusillanime e rassegnato Tulio Citterio, che aveva addomesticato ben bene e, in pratica, respirava in sua funzione: ogni movimento e pensiero dell'uomo, dipendeva strettamente dall'umore mattutino della consorte; qualcuno scambiava la sudditanza di Tulio per amore, ma è più probabile che, pur di non sentirla lamentarsi – essendo un lamento unico – fosse disposto ad assecondarla in tutto e per tutto. La coppia abitava l'appartamento C del quarto piano, di fianco al de Santis che ritenevano l'uomo più palloso e inutile della terra. Erano perennemente indaffarati e trafelati, come se stessero ogni volta soccorrendo un morente dall'altra parte del mondo, sempre e comunque in relazione all'ennesimo trip mentale di Annaluna. Lei aveva una fissa: il canto. Ma i risultati ottenuti erano alquanto tragici. Il vero problema era la sua incapacità di stimare adeguatamente le proprie doti, scambiando le sue passioni per l'espressione del talento più puro. Aveva iniziato a cantare poco prima di andare in pensione, a cinquanta anni, anche se da tempo rincorreva il sogno di cimentarsi con il magico universo delle sette note. S'era proposta per la prima volta in pubblico durante una celebrazione eucaristica: era stata chiamata a sostituire la direttrice del coro, Piera Fumagalli, ammalatesi improvvisamente di pleurite e da tempo intenzionata a mollare, e da lì la sua carriera pseudo-artistica non aveva più conosciuto freni. In realtà era evidente a tutti che non fosse lei la più brava fra i cantanti potenzialmente a disposizione della parrocchia; tuttavia era davvero l'unica col coraggio di affrontare la platea di fedeli che tutte le domeniche, mattina e sera, affollava la chiesa di San Zenone. Don Michelangelo non aveva potuto far altro che allargare le braccia a tanta buona volontà, così come si faceva sempre e in ogni caso, di fronte a una pecorella smarrita che spintonava per poter lodare il Signore al meglio delle sue possibilità.
«Se non ci fosse Annaluna non avremmo nessuno che dirige i canti in parrocchia», diceva il reverendo. «Dio benedica la sua voce e la sua disponibilità. Punti in più per il paradiso...».
Ma tutto ciò andava paradossalmente a discapito della comunità parrocchiale, che perdeva la cognizione del reale valore di un cantante, finendo per auto-convincersi che Annaluna fosse davvero in gamba. Non ci voleva molto, visto che gran parte degli omatesi aveva una cultura musicale che rasentava lo zero, avendo come unici modelli di paragone le ambigue figure che calcavano il teatro Ariston o sbottavano sulle principali emittenti radio specializzate in brani-spazzatura. Annaluna, di fronte a un giudizio serio e sincero, non sarebbe arrivata al tre e mezzo. Tirava di quegli acuti da far rivoltare i morti nelle tombe, inscenando una mimica facciale da tragedia greca. Lei, naturalmente, non si accorgeva di nulla. Anzi. Non perdeva occasione di rimarcare e sottolineare a chiunque incrociasse il suo cammino le sue straordinarie capacità.
«Omate ha un soprano che gli altri paesi invidierebbero. Se non ci fossi io la nostra chiesa avrebbe, in pratica, un pastore in meno».
Il pezzo che interpretava con maggiore enfasi era Symbolum '77, una canzone di Pierangelo Sequeri, fra gli anni Settanta e Ottanta, in ambito oratoriano almeno, assimilabile a quanto di meglio ci si potesse aspettare da un cosiddetto cantante impegnato; tanto per intenderci, molti giovani dell'epoca, ai vari Francesco De Gregori e Francesco Guccini, erano ben lieti di associare anche l'autore di Symbulum '77. Nato a Milano nel '44, era teologo, scrittore... e soprattutto prete. Figlio di due musicisti aveva imparato da bambino a maneggiare il violino, divenendo sacerdote nel 1968, e componendo il suo capolavoro nel 1977; un vero capolavoro; più volte Avvenire aveva sottolineato che fosse il brano più utilizzato durante le celebrazioni eucaristiche, in tutt'Italia. Circostanza che aveva spinto Annaluna ad informarsi sul suo conto, per capire il vero significato della canzone. S'era, dunque, messa in diretto contatto con Sequeri, tramite l'arcivescovado di Milano e una buona parola di Attilio Monguzzi, sacrestano di Pessano con Bornago. I due s'erano incontrati in città, in una saletta della curia meneghina, addobbata di stendardi rossi e satura di incenso. Sorseggiando un caffè, Sequeri aveva raccontato ad Annaluna che, componendo il brano, in un momento di grazia, intendeva riferirsi al sabato prima della domenica delle Palme, in cui si ricorda la consegna del Credo (Symbolum) ai catecumeni; aveva un significato liturgico molto importante nel rito ambrosiano, al punto che, periodicamente, veniva organizzata una veglia di preghiera nel Duomo di Milano, da parte dei responsabili dell'Azione Cattolica. Annaluna era tornata dall'incontro in arcivescovado con gli occhi fuori dalle orbite, convinta di avere appena incontrato l'autore di Yesterday. A tutti quelli che lo raccontava, terminava intonando il canto per far capire di cosa stesse parlando e dando ancora una volta prova della sua potente ugola:
«Tu sei la mia vita altro io non ho. Tu sei la mia strada, la mia verità... nella tua parola io camminerò, fino a quando avrò respiro, fino a quando lo vorrai...».
Un incubo. Ma lei rimaneva convinta di essere la numero uno, e così dopo pochi anni di esperienza in parrocchia, s'era alfine messa in testa di concretizzare il suo sogno nel cassetto: battezzare una scuola di canto per voci bianche. Le piaceva l'idea delle voci bianche perché in qualche modo erano riconducibili alla sua voce stridula e perché le ricordavano i cantori castrati di epoca barocca, periodo storico al quale – per quel che riteneva un imperscrutabile disegno divino – si sentiva rapportata. E perché sapeva che coinvolgendo i bambini sarebbe stato più facile convincere il sindaco e l'amministrazione a promuovere economicamente l'iniziativa. Significava dover individuare una sede, un orario per le prove, ingaggiare un pianista per l'accompagnamento e darsi da fare con la pubblicità. Non era stato difficile avviare il progetto, ma le perplessità non erano mancate.
«E chi dirige il coro?», le aveva chiesto il sindaco.
«Ma sindaco, le pare una domanda?», aveva replicato Annaluna.
«Perché, ho detto qualcosa di male?».
«Naturalmente sarò io a prendermi carico dei piccoli...».
«Ah...».
«Con la mia squillante voce da soprano...».
«Oddio che stupido. Come ho fatto a non pensarci prima?».
Annaluna aveva regalato al primo cittadino il suo sorriso più splendente, gonfiandosi come un pallone di fronte all'idea ormai concreta di poter presto guidare il primo gruppo canoro della storia del paese. Tornata a casa era letteralmente saltata in braccio al marito, procurandogli uno strappo alla schiena e obbligandolo ad ascoltare per dieci volte di fila le modalità con cui avrebbe avviato la scuola. Erano andati avanti a parlarne per tutta sera, con Tulio ormai prossimo allo svenimento per la logorrea della consorte. Verso mezzanotte, già coricati, era finalmente sopraggiunto il silenzio in casa Citterio. Ma non per molto.
«Dobbiamo ora pensare al nome da dare alla scuola...», aveva detto al marito, stirato come una sardina nella sua posizione preferita, con le braccia sotto al guanciale, pronto ad abbandonarsi all'abbraccio di Morfeo. Di risposta aveva ottenuto una smorfia di dolore, assimilabile al canto angosciato di un topino finito in trappola.
«Mi hai sentito?».
Con uno sforzo sovrumano Tulio aveva tentato di rispondere alla carnefice.
«Va bene amore, domani ci pensiamo... ora dormiamo».
«Eh no, dobbiamo deciderlo ora, perché se domani me lo chiedono... cosa gli dico?».
Era quasi l'una di notte.
«È tardi, su... che premura c'è?».
Annaluna s'era alzata indispettita. Il sonno le era passato del tutto e a esso era subentrato un insano nervosismo.
«Con un marito come te c'è ben poco da stare allegri. Sei il solito orso delle caverne. Meglio se mi arrangio da sola».
Il marito di Annaluna non aveva avuto le forze di organizzare una nuova risposta e vittima dell'ennesima insolenza della donna, era sprofondato in un sonno apocalittico; la consorte, intanto, con passo furibondo, guadagnava la cucina per servirsi una tazza di tisana ai mirtilli e meditare sul nome da dare alla nascente struttura. Ci aveva ragionato per un'oretta abbondante, senza però giungere a un nominativo valido. Il debutto della scuola era avvenuto pochi mesi dopo l'incontro avuto con gli amministratori per stabilire i soldi necessari per cominciare i lavori di allestimento del centro. Era andato a gonfie vele: s'erano iscritti quindici bambini, mandando in solluchero l'artefice del progetto, ulteriormente convinta di avere avuto un'idea geniale e di essere, quindi, come pochi altri concittadini, lungimirante e al passo coi tempi. Alla fine aveva anche trovato il nome da dare alla scuola: “La Pantera Rosa”. Le era venuto in mente inciampando per caso in un film del geniale Blake Edwards, mentre faceva visita alla madre di Domenico Ciccarelli, per sollecitarla a comprare un paio di biglietti della lotteria per la festa di Sant'Antonio. Appena entrata nella dimora dei vicini era partita la sigla del portentoso film, ed era stato come godere di un'illuminazione dal cielo.
«La Pantera Rosa?», aveva domandato alla signora Ciccarelli.
«Mio marito non se ne perde uno», aveva risposto la madre di Domenico.
«Da tempo non ne vedevo... Anzi, ora che ci penso, mi sta venendo un'idea folle...».
«Cioè?».
«No, niente, niente, parlavo fra me...».
Le cose erano andate bene fin dall'inizio, al punto che, nel giro di un anno, la scuola di Annaluna era già pronta per partecipare al famoso festival delle voci bianche, che ogni 365 giorni si teneva presso il teatro San Giuseppe di Brugherio. Non era una cosa da poco, visto che alla kermesse prendevano parte le più promettenti scuole musicali del circondario, e ogni anno comparivano figure cult dello star-system, interpellate – con la scusa del volontariato sociale - per pubblicizzare con maggiore efficacia lo show. Per il debutto dei cantori della Pantera Rosa era, dunque, stato previsto l'intervento di Raf, un ragazzo di ventisette anni, secco come un chiodo, originario di Barletta, che due anni prima aveva spopolato in Italia e in Europa al grido di “Self Control”. Annaluna, da sempre attenta alle nuove proposte italiane, non stava più nella pelle. Aveva raccontato a tutte le amiche che avrebbe stretto la mano a Raf, lo avrebbe baciato e magari gli avrebbe offerto un caffè al bar del San Giuseppe, come se stesse parlando del presidente degli Stati Uniti. Bastava poco a eccitarla e a darle modo, quindi, di rimarcare il fatto che, solo poche persone come lei, in virtù del loro intelletto e della loro avvedutezza, avevano la fortuna di godere di simili privilegi. Nel 1986 avevano programmato la gara delle voci bianche per il 26 aprile, un sabato sera, proprio il sabato sera in cui era stata diramata la sconvolgente notizia dell'esplosione del reattore di Chernobyl. Alle 19.00 l'intera scuola era al San Giuseppe – i bimbi con la stessa divisa, pantaloncini corti blu, maglietta rossa e cappellino - pronta per ricevere le ultime indicazioni e conoscere la scaletta e l'orario preciso dell'esibizione. Erano dieci le squadre in gara, e fra una canzone e l'altra era stata data anche la possibilità ai maestri di farsi valere. Aveva accettato solo Annaluna, fuori dalla grazia divina. Aveva pensato di proporre un canto liturgico di Quaresima, non proprio in linea con la serata, ma dal suo punto di vista, l'ideale per far capire ai presenti quanto fosse profonda e straordinariamente dotata. Prima di presentarsi al teatro aveva, però, ingurgitato come caramelle alla menta un paio di pasticche ansiolitiche, per tenere a bada un'agitazione psicomotoria che stava divenendo insopportabile, e che l'avrebbe di sicuro mandata in tilt se non avesse fatto qualcosa; le angherie tenute in serbo per il marito comandato a bacchetta, subissato di richieste, per soddisfare i propri capricci e l'ego, evidentemente non erano state sufficienti a calmarle i nervi. Sicché alle 21.00 si era aperto il sipario sulla nona edizione della gara canora per voci bianche, nel momento in cui il telegiornale di Rai Uno annunciava del disastro in Ucraina; ma solo pochi erano informati dell'accaduto; chi stava dietro le quinte ne era totalmente all'oscuro, e non ne avrebbe saputo nulla fino all'indomani o a tarda ora, con i notiziari della notte. Anche Annaluna e il marito ignoravano il sinistro; benché sapendolo, presi com'erano dall'imminente esibizione al San Giuseppe, non gli avrebbero dato alcuna importanza. I primi ad andare in scena erano stati due bimbi sudamericani della scuola “Galasso” di Bovisio Masciago. Carlos e Blanco. Avevano proposto “Speedy Gonzales”, ottenendo un fottio di applausi, più per la loro coinvolgente performance e abilità a calcare il palcoscenico, che non per le reali doti canore; si muovevano con una sinuosità accattivante, divertente, da vere star, adeguando una mimica facciale da interpreti consumati. Il resto lo faceva la loro stazza: benché bimbi di nemmeno dieci anni, erano così grassocci da non poter non ispirare una naturale simpatia. Raf, però, non s'era ancora visto. Annaluna scalpitava. Gli omatesi erano i quarti in scaletta, con una canzone storica dello Zecchino, “Popoff”: la direttrice della scuola temeva che il famoso cantante potesse arrivare troppo tardi per assistere al debutto della Pantera Rosa. Ma il cattivo presentimento non era durato a lungo. A metà del secondo brano, infatti, presentato dai coristi della scuola “Bontempi” di Mariano Comense, il cantante di “Self Control” era apparso come un alieno da una porta secondaria del teatro, avvolto in un cappuccio nero e con un paio di occhiali da metalmeccanico. Immediatamente, Annaluna, dopo aver preso accordi con lo staff organizzativo, gli era andato incontro colma di euforia, per dirigerlo verso i camerini del sottoscala, dove era stato ricavato solo per lui un angolo di relax.
«Signor Raf! Signor Raf!», aveva gridato come un ossesso.
Raf l'aveva osservata come se avesse avuto di fronte uno spaventapasseri.
«La prego, mi segua. Di qui, di là...».
Raf, guardato a vista dal suo impresario, un omone col soprabito beige e la camicia azzurra da giornalista, stava per scoppiare a ridere.
«Un attimo signora, dove mi vuole condurre?».
«Mi segua, mi segua, le mostro i camerini».
«È molto gentile, ma credo che dovremmo andare a presentarci a...».
«Ci penso io», aveva detto l'impresario, «lasciando che il cantante raggiungesse il nido prepostegli, in attesa del suo intermezzo.
Annaluna aveva preso sottobraccio Raf e con grande trasposto e le guance paonazze lo aveva accompagnato nella saletta del teatro riservata agli ospiti di spicco. Guardandolo con gli occhi lucidi di ammirazione gli aveva versato un bicchiere di acqua, raccomandando la sua presenza in platea per l'esibizione della Pantera Rosa.
«Qui starà comodo. Ma non si fermi troppo che fra qualche minuto ci sono i miei ragazzi... li ho preparati io, è un anno che ci lavoro. Rimarrà di stucco. Dopodiché ci sarà una sorpresa...».
Alludeva al fatto che avrebbe cantato anche lei.
«Che genere di sorpresa?».
«Glielo dico, ma non sparga la voce: dopo canto anch'io... un brano da brividi...».
Raf era allibito. Ora Annaluna non era più un semplice e scontato folletto spuntato da chissà dove, ma una sorpresina delle merendine Kinder che aveva acquistato vita. Ma non c'era di che preoccuparsi; era tutto sotto controllo: partecipando alla kermesse del San Giuseppe, tipica manifestazione popolare e populista, aveva già perfettamente messo in conto il lato trash della serata, e di dover dare retta a figure quantomeno assurde come Annaluna.
«Sarò lieto di ascoltarla».
«Lo sapevo, lo sapevo. Raf, lei è un mito, un vero mito...».
«Suvvia, non esageri».
«Sei troppo forte Raf! Dai, a dopo...».
Mentre veniva presentato il terzo pezzo della serata, “Il caffè della Peppina”, Annaluna tornava dai suoi piccoli, per dargli coraggio e ricordare le posizioni da mantenere sul palco.
«Composti, eleganti e... in fila indiana».
Anna Biscardi e Ariosto Biraghi, della “Tulipano” di Busto Arsizio, avevano dato il meglio di sé con il pezzo sulla colazione, evergreen per generazioni di bambini cresciuti da metà anni Sessanta in poi; i ragazzi erano stati piuttosto rigidi, forse per via dell'emozione, ma entrambi dotati per natura di un bel timbro e di una discreta intonazione, alla fine erano riusciti a fare una discreta figura e a ottenere un buon punteggio da parte degli uomini della giuria. Poi era arrivato il turno della Pantera Rosa, con Annaluna che, udito il nome della scuola proclamato dal presentatore, Dario Sivori, s'era messa a strillare di contentezza. Sara Gandolfi e Luciano Marchesini erano i due protagonisti della squadra omatese: a loro erano state affidate le parti vocali principali e quindi la posizione più avanzata sul palcoscenico. Sara era la ragazzina modello della scuola di canto del paese, tutti la ammiravano per la sua bellezza e per la sua bravura; Luciano, l'alter ego maschile che, però, a onor del vero, non aveva il suo stesso piglio. Era da un anno che erano sul pezzo da esibire al concorso e dunque potevano proprio dire di saperlo alla perfezione; a molti del gruppo, ormai, usciva letteralmente dalle orecchie. I due, peraltro, erano molto affiatati e pur davanti a un folto pubblico erano in grado di destreggiarsi con facilità. Alla prima battuta, però, Luciano era andato un po' fuori tempo facendo imprecare Annaluna, che desiderava a tutti i costi fare bella figura.
«Gliel'ho detto mille volte di anticipare l'entrata della tastiera, diavolo di un Luciano... poi mi sente, mi sente, eh, per il loro bene bisogna farglielo notare quando sbagliano, per il loro bene...», aveva reclamato con se stessa la direttrice della scuola.
A metà del pezzo, ben istruiti da Annamaria Petacchi, una maestra di danza ingaggiata dalla Pantera Rosa per qualche lezione, s'erano messi a saltare come trottole, interpretando la tipica ballata dei cosacchi. Non era facile zampettare accovacciati senza perdere l'equilibrio, ma anche in questo frangente i giovani della scuola omatese avevano dimostrato di essere all'altezza. A tal punto, pubblico e giuria, non avevano potuto fare altro che lasciarsi andare a un applauso fragoroso, benché la canzone non fosse ancora finita; quindi, con l'ultima nota, il fragore s'era fatto assoluto, sollevando spasmi di gioia nei due cantori e nella loro guida spirituale che li guardava come si può pensare di guardare l'apparizione di due angeli, dimentica della rabbia patita pochi secondi prima. La Pantera Rosa aveva così ottenuto un successo di tutto riguardo, che però non sarebbe stato sufficiente a fargli vincere la gara e superare il totale dei punti raccolto dal preparatissimo Rodrigo Cantalupo, dodicenne figlio di un noto produttore musicale della zona che, con la sua interpretazione di “My Way” di Frank Sinatra, non aveva lasciato scampo agli altri concorrenti. Dopo la Pantera Rosa era toccato ai “Bagutta” di Bellinzago e ai piccoli della Comunità Archinto di Marmirolo. Poi il presentatore aveva richiesto un attimo di attenzione, comandando ai tecnici di abbassare le luci e creare la giusta atmosfera per accogliere a braccia aperte un big della canzone italiana: l'ospite principale della serata.
«Signore e signori...», aveva esordito; «il suo nome è ormai scritto nella storia... ha composto e interpretato un brano che tutti noi abbiamo sentito e amato... Il suo nome non è un vero nome ma un abbreviativo, ehm, voglio dire... un soprannome, un nome abbreviato... Il suo nome lo sentiremo echeggiare ancora per molti anni. E noi potremo dire di averlo ospitato e applaudito. Signore e signori, l'emozione mi gela le parole ma... ecco a voi: Raf!!!».
Boato al San Giuseppe. Annaluna era saltata in cima a una sedia della prima fila per applaudire con grande enfasi e far in qualche modo notare ai vicini che lei lo aveva conosciuto e che presto avrebbe dimostrato di essere alla sua altezza; già si pregustava l'epilogo emozionante della serata: lei e Raf per mano, mentre fanno l'inchino davanti al pubblico in delirio... lei e Raf sui rotocalchi locali (e forse nazionali), mentre si regalano un bacio di commiato o, meglio ancora, di arrivederci.
«Ciao Raf!», s'era messa a gridare come un uccellino appena precipitato dal nido, credendo ingenuamente che il cantante frastornato dalle urla dei fan e accecato da un occhio di bue che gli stava perforando la retina, potesse averla individuata e gioire della sua benaugurata presenza. Poi le luci s'erano trasformate in una marcia di fotoni schizzati, creando per la sala un'atmosfera da discoteca e offrendo le condizioni ideali per l'inizio del pezzo:
“Oh the night is my world, city life painted girls, in a day nothing matters, it's the night time that flatters... oh the night no control, through the wall something breakin', wearin' white as you're walkin', down the streets of my soul...”.
Col ritornello, Annaluna, affrancata a un gruppetto di mezze groupie dai tredici ai ventinove anni, con i capelli super-ossigenati, s'era precipitata ai piedi del palco per poter cantare a squarciagola con il suo idolo, che si muoveva con classe e soavità, maneggiando il microfono con estrema disinvoltura:
«You take myself you take myself control, you got me livin' only for the night, before the morning comes the story's told, you take myself you take my self control...».
Alzava anche lei il dito al cielo, imitando le altre scalmanate, con però una trentina d'anni in meno, e la camera tappezzata dai poster di Raf, Ramazzotti e i Duran Duran. Il marito a pochi metri di distanza, appollaiato di fianco a Giancarlo Marini della Polisportiva omatese, era diventato rosso come la cresta di un gallo cedrone e avrebbe pagato per sprofondare o, in qualche modo, far sapere al mondo che quella non era la sua consorte, ma una lontana parente arrivata chissà da dove e in procinto di ripartire per non tornare più. E invece non aveva potuto far altro che infilarsi, sgomento, le mani fra i capelli e aspettare la fine del pezzo per poter vedere la dolce metà tornare al suo posto spontaneamente, finendola con quella pantomima da terza media. Con la performance di Raf, il San Giuseppe era scoppiato in un applauso di quelli mai sentiti, mentre una ragazzina sveniva proprio sotto gli occhi di Annaluna, che l'aveva guardata come fosse una pantegana che spuntava da un tombino. Incurante delle difficoltà della piccola, prontamente soccorsa da un paio di uomini della prima fila, era corsa dietro le quinte: ora toccava a lei.
«Signore e signori, come vi avevo detto, abbiamo goduto di un personaggio storico di eccezionale... brama.... brama...».
Sivori s'era accorto di voler esprimere un concetto che non gli era riuscito bene: incespicando nelle parole, aveva detto una parola che non c'entrava niente - brama, brama di che? - ma s'era fatto coraggio dicendosi che in fondo era solo il San Giuseppe di Brugherio, e lui un umile presentatore del San Giuseppe di Brugherio. Insomma, non serviva essere dei Pippo Baudo o dei Mike Bongiorno per portare a termine degnamente la serata.
«Bene, dunque, non sarà facile cantare dopo il grandissimo Raf, ma proseguiamo con la nostra serata con la direttrice della scuola proveniente da Agrate Brianza… della frazione di Agrate Brianza, Omate. Abbiamo in cartellone un pezzo... vedo scritto “Quaresima”, ma di sicuro non c'entra nulla con il periodo pasquale...», Sivori aveva sogghignato; «dunque, abbiamo qui con noi, la signorina, ehm, la signora, la fondatrice e direttrice della Pantera Rosa, Citterio Annaluna! Forza con un bell'applauso!».
Annaluna era spuntata da dietro le quinte come una madonna imbalsamata, e s'era precipitata ai piedi del microfono con un'aria da santerellina, intendendo impersonare al meglio il brano prescelto per la sua performance.
«Questo è un canto liturgico quaresimale, il presentatore non lo immaginava... gli ho voluto fare uno scherzetto cinese...».
Gelo in platea. Rideva solo lei. Poi era partita la base e praticamente in contemporanea l'assurda canzone di Annaluna. C'era un'introduzione sommessa, prima di giungere alla strofa vera e propria del cantato ed esplodere sul kyrie eleison del ritornello; ma sull'inciso la melodia raggiungeva delle note troppo alte per Annaluna che s'era ritrovata a starnazzare come un'oca bastonata, procurando uno stillicidio di dominanti e sottodominanti acuto e stonato, mostruosamente amplificato dal microfono. Al marito era venuto da piangere. Mentre l'imbarazzo del pubblico s'era fatto palpabile, come palpabile era ormai il calore che s'era accumulato nella sala, portando gran parte dei presenti a rimanere solo con la t-shirt ed emanare effluvi acidi e penetranti. In molti s'erano domandati chi fosse quella sciagurata che si stava esibendo dopo Raf, e quali fossero i piccoli condannati ad averla come maestra di canto, dimentichi delle informazioni rilasciate dal presentatore prima dell'esibizione di Annaluna. Alcuni presenti non s'erano fatti problemi a storcere la bocca in segno di disappunto e a infilarsi due dita nelle orecchie per non dover più patire quell'agonia. Ma la protagonista, incredibilmente, non s'era accorta di nulla ed era andata avanti per la sua strada, sempre più convinta di essere una portavoce degli angeli. Poi il pezzo, dopo quattro minuti di delirio, era scemato, la base era andata sfumando, lasciando impietriti gli spettatori e il cineteatro calato in un'atmosfera desolata e opprimente. L'unica col sorriso sulle labbra, tremolante per l'emozione, era Annaluna che aveva interpretato il silenzio del pubblico come un chiaro segno della naturale e prevedibile incapacità di esprimersi davanti a tanta bravura. Perciò aveva pensato bene di sdrammatizzare la situazione, impugnando di nuovo il microfono e calmando i bollenti spiriti dei presenti con parole di grande significato:
«Grazie, grazie a tutti. Lo so, lo so che a volte può essere difficile…».
Il labbro inferiore traballava di autocompiacimento. Ma il silenzio della sala continuava a dettare legge. Annaluna a questo punto aveva cominciato a preoccuparsi: forse le era sfuggito qualcosa? No, di certo, poiché un tale con la barba da frate e una giubba arancione fosforescente, in mezzo alla platea, mosso a pietà, aveva cominciato a picchiettare lentamente le mani, sollecitando gli altri a fare lo stesso. Alla fine era scaturito il peggior applauso della serata, tuttavia l'imbarazzo era definitivamente scemato, riportando l'attenzione sui veri protagonisti della serata: i bimbi dei vari cori intervenuti alla kermesse. Era, dunque, toccato a Sivori placare definitivamente le ansie di quell'esibizione tragica, tornando a recitare la scaletta come se niente fosse accaduto.
«Bene, bene, rieccoci a noi... dunque... allora... bene, bene, eccoci a noi con un'altra scuola...».
Alla fine della serata Annaluna, completamente ignara della terribile figura che aveva fatto, era sfilata sul palco per salutare uno a uno tutti i suoi allievi che si erano classificati secondi. Aveva stretto loro la mano, affrancandogli un bel bacio sulla fronte. Dal palco non aveva perso l'occasione per adocchiare la sagoma raccolta e vagamente assonnata di Raf, accomodato in prima fila per assistere alla premiazione. Era quindi scesa in platea dopo il saluto finale del presentatore, per assicurarsi un degno commiato dall'ospite principale della serata. Di fronte a lui con lo sguardo ammiccante, gli aveva teso la mano.
«Possiamo ormai considerarci colleghi?».
Voleva fare l'ironica.
«Come scusi?».
Raf non aveva sinceramente capito nulla di quel che Annaluna gli aveva detto; c'era parecchio rumore, molti stavano già guadagnando l'uscita accalcandosi uno sull'altro, e sinceramente aveva la testa da tutt'altra parte; lo confondeva l'idea dell'imminente viaggio a Londra che avrebbe dovuto intraprendere a breve per mixare un nuovo singolo. Non nutriva peraltro alcun interesse per la serata appena trascorsa. In fondo aveva accettato l'invito di Brugherio solo per fare un favore a un amico del suo entourage che da anni abitava in Brianza. Annaluna, come al solito fuori dal mondo, aveva fatto gli occhi dolci a Raf, con l'intenzione di recapitargli subliminalmente il messaggio che non serviva una risposta che ormai, in pratica, s'era data da sola: non era da escludere che Raf potesse presto invitarla per cantare con lui in una delle sue prossime date… Con la sua voce avrebbe potuto renderlo ancora più celebre. E lei avrebbe potuto firmare il suo disco di debutto: anche a cinquantatrè anni un debutto ha il diritto di essere chiamato tale. A tal punto Raf s'era alzato e con il suo impresario s'era avviato alla porta di uscita, senza quasi essersi reso conto che, la stessa sanguisuga incrociata poco dopo il suo arrivo, gli aveva appena rivolto la parola: era meglio svignarsela velocemente, per evitare la scocciatura dei fan, gli autografi e per raggiungere quanto prima la nuova fiamma che lo aspettava a braccia aperte in un hotel di Milano. Annaluna lo aveva salutato con un vigoroso cenno della mano, convinta di poterlo rivedere non appena il San Giuseppe si fosse svuotato. Ma di Raf, presto, non ci sarebbe stata più traccia. Calato definitivamente il sipario, Annaluna era stata vista aggirarsi furtiva per i camerini e i bagni del cineteatro in cerca del suo idolo, mentre i responsabili della struttura cominciavano le pulizie.
«Qualcuno ha visto Raf? Raf... dove sei?».
«Annaluna...».
Era il marito.
«Ma tu che ci fai ancora qui? Io sto cercando Raf, vuoi toglierti dai piedi?».
giovedì 29 marzo 2012
Calzini anacronistici
oggi conosco vinicio nel suo covo che dà sulla stazione situazione surreale fra rebetiko si parla rebetiko e morna ci sono le maschere che punzecchiano come venti anni fa e si beve tè giapponese amarissimo non si fuma se non narghilè il pomeriggio avanza tentoni per una cartella stampa e le canzoni che si sentono così vivaci così greche così salonicco le chitarre appese alla parete quante cose si possono dire e non dire lima a un tiro di schioppo la milano più pulsante vitale vivace solo lì poteva vivere vinicio con la scritta drogheria ma come si fanno le cose come scorre il tempo e le musiche dell'assenza non dirgli niente tanto non serve ma ho notato il suo calzino anacronistico mi ha anche offerto il caffè o toccava a me chi lo sa nessuno lo sa ma ho in mano il suo nuovo disco che chissà gli altri quando ascolteranno sono passate così tre ore come monete gettate al vento e lui che si diceva non si facesse intervistare da alcunché e lui che invece mi racconta un mucchio di faccende e mi dà un paio di pacche sulla spalla a me scappa una parola in milanese che lo fa ridere sì ridere ridere di polentaggine o sano provincialismo tipo snobismo ci scambiamo i rispettivi libri (e telefoni) lui prende il mio io il suo lui… ma va bene così il mondo sono anche i tombini di via tadino che abbiamo attraversato milioni di volte e la feltrinelli della stazione dove mio nonno girava con me treenne che avrei fatto il direttore di un giornale nei paraggi come passa strano il pomeriggio come tira il vento che sa di epoche lontanissime cose già provate nulla di nuovo e torno a casa e riabbraccio il mio cane e i miei gerani e un bacio a testa ai miei colibrì poi tutti a nanna con la musica dell'assenza e il buon dio
lunedì 26 marzo 2012
Senza retorica: "Buggiolo"
Buggiolo non è un paese è terra di confine
Se passa Mussolini somministro anfetamine
Lunga vita al cardinale figlio bavarese
Se arriveranno di notte lascerò le luci accese
RIT. E mi fermerò a pensare per Dio
E mi fermerò a pisciare anch'io
E mi guarderò alle spalle oddio
E se non sarò qui per sera addio
Buggiolo, la Svizzera, cagnara di cortile
Se arriveranno all'alba starò pronto col fucile
Strade di montagna reggimento bersaglieri
Comandi comandante son qui pronto già da ieri
RIT: E mi fermerò a pensare per Dio
E mi fermerò a pisciare anch'io
E mi guarderò alle spalle oddio
E se non sarò qui per sera addio
Mai, mai, mai più
Parlerò con te
Canterò per chi
Non ha voce
Non ha pace
Non ha un'anima
Mai, mai, mai più
Parlerò con te
Canterò per chi
Non ha voce
Non ha pace
Non ha un'anima
Cirrocumuli nell'aria muli per la via
File di Gestapo fantomatici messia
Nino non sa leggere non compra mai un giornale
Le parodie del bene, le parodie del male
RIT: E mi fermerò a pensare per Dio
E mi fermerò a pisciare anch'io
E mi guarderò alle spalle oddio
E se non sarò qui per sera addio
2012
domenica 25 marzo 2012
Affari condominiali: quarto piano, appartamento B
Dopo la morte della moglie non era stato più lo stesso. S'era spento come una candela al termine del suo brillantare e non c'era stato più nulla che potesse veramente interessarlo. Più che vivere, insomma, sopravviveva. Sopravviveva soprattutto al dolore, con una forza grandiosa. Ma non era sempre stato così. Una volta era stato felice. Anche lui aveva gioito e s'era invaghito della vita e delle sue molteplici opportunità. Molto prima, però, che la moglie si ammalasse e se ne andasse per un male incurabile in meno di due anni. Molto prima che se ne andasse anche il primogenito, a causa di un incidente stradale nel lodigiano. Ora non gli rimaneva che un unico figlio che, però, viveva lontano, dalle parti di Ancona, e vedeva se andava bene una volta al mese. «Per me la vita è finita con la fine di Marco», soleva ripetere. Viveva la sua anzianità con totale rassegnazione, ma in modo distaccato, senza particolari ansie, come se le tristezze dell'esistenza gli avessero paradossalmente fornito un'arma in più per fronteggiare il domani, di qualunque domani si trattasse. Non gli importava più nulla né della vita, né della morte, un po' come dovrebbe accadere a ogni essere umano che, maturando, assimila come il sapore del pane, la precarietà del divenire, fino a superarne l'angoscia che spesso lo contraddistingue, percependo il respiro come un fenomeno naturale senza tanti se e ma. Era un fantasma: il fantasma di se stesso. Viveva la sua vita come un paradosso. Aveva suo malgrado la mente lucida e dopo la scomparsa della moglie aveva iniziato a porsi serie domande sul destino dell'uomo; come un filosofo. Non aveva una grande istruzione, ma trovava affascinanti alcune filosofie di pensiero incontrate per caso, negli anni, leggendo con rigore e meticolosità la Terza pagina del Corriere della Sera. Un qualcosa gli suggeriva che il suo pensiero fosse riconducibile agli esistenzialisti come Camus e Sartre. C'era qualcosa anche di Berdjaev ed Heidegger. I primi due li menzionava accuratamente, meno l'altra coppia di capostipiti del movimento, peraltro variegato e diversificato. E c'era un figura incontrata di recente, un tal Rudolf Steiner, padre della cosiddetta antroposofia che aveva solleticato non poco le sue meningi. In fondo l'uomo cos'è?, si domandava, cos'era?, che ci sta a fare in questo mondo a mo' di un semino gettato al vento? La verità è che non si capacitava del fatto che due fra i suoi più grandi amori di sempre – la moglie e il primogenito - se ne fossero andati; non sopportava che molti suoi amici non ci fossero più; e che, ormai, non avesse quasi più parenti, anche solo da contattare a Natale per fargli gli auguri. La verità è che era solo come un cane o, perlomeno, era lui a sentirsi tale. Ma quando il mondo non gli sembrava ancora così grigio e insignificante, si era attaccato a tutte le più grandi scemenze della terra, pur di sentirsi parte di qualcosa o qualcuno. Bastava che un condomino parcheggiasse la bicicletta in malomodo, o che le briciole di un vicino finissero sul suo balcone per escogitare le trame esistenziali più inusitate da vomitare addosso al primo malcapitato. Un giorno che aveva bevuto un po' più del solito se l'era presa perfino con la nebbia. S'era messo a parlare al cielo dicendo che la nebbia impediva di vedere la madonnina incastonata nel muro della corte del Forno, risalente a un centinaio di anni prima. Non si capacitava del fatto che quella statutetta prendesse tanta umidità. Qualcuno aveva pensato che fosse così solo, che perfino l'idea di poter parlare con un disegno di gesso potesse in qualche modo resuscitarlo dal torpore nel quale era precipitato. E andava avanti a chiedersi: perché erano morti tutti e lui no? Perché lui aveva avuto la fortuna (o la sfortuna) di campare a lungo, mentre i suoi cari erano scomparsi? Perché? Perché al posto del suo figliolo non se n'era andato lui? Suo figlio avrebbe avuto ancora tante cose da fare, lui, invece, la sua vita l'aveva vissuta... Qual era la logica di questa trovata meschina? Non ci credeva, non ci voleva credere. Spesso si fermava per strada a fissare il nulla, domandandogli ancora una volta: perché? Era o non era crudele il distaccamento definitivo da chi si ama e da chi ci ha amato? Ma, ovunque andasse a cercare, non c'erano spiegazioni. E neanche l'antroposofia poteva fare molto. E anche adesso che viveva in una sorta di limbo esistenziale, i perché rimanevano, benché facessero meno male. Sparire per sempre era un concetto che, alla fine, aveva incredibilmente metabolizzato. Senza contare che, ironia della sorte, lui stava benissimo di salute e sembrava una beffa tutto quel che intorno gli era capitato. Aveva appena ritirato le analisi dalle quali emergeva che era sano come un pesce. Fosse stato per lui gli esami non li avrebbe neanche fatti, ma aveva un conoscente dottore, che di tanto in tanto lo sollecitava a fare una visita. «Ruggero», gli diceva il medico. «È un po' che non ti fai dare una controllatina. Dai, passa dal mio studio appena puoi». Risultato. Sanissimo. Per uno della sua età, ormai prossimo agli ottant'anni, sembrava un miracolo. «Non ce ne sono tanti come te, dovresti ritenerti fortunato». «Mi riterrei fortunato di avere qualcuno con cui trascorrere il giorno e la notte; qualcuno con cui parlare veramente, con cui dividere un letto, ma basterebbe anche solo un nipote da prendere in braccio...». Un tempo aveva avuto qualche problema col colesterolo e i trigliceridi, proprio come sua madre, che a causa di un eccesso di grassi nel sangue soffriva costantemente di attacchi di angina pectoris, ma ora sembrava che anche quei parametri fossero andati a posto; benché da un elettrocardiogramma sotto sforzo effettuato due anni prima fossero emerse delle coronarie non del tutto pulite. Ma ora che i lipidi erano ok, non c'era proprio più nulla di che preoccuparsi. S'erano rimessi in carreggiata forse perché la sua alimentazione non era più quella di un tempo. Si offriva esclusivamente a pranzetti e cene frettolose, per cui la pinguetudine, nemica giurata del cuore, non avrebbe avuto senso di esistere. Non valeva la pena darsi da fare per preparare chissà quali piatti per una sola persona; peraltro fra i fornelli era sempre stato una frana. S'era sempre occupata sua moglie della cucina e della preparazione di succulenti pietanze ereditate dalla saporitissima cultura culinaria della Basilicata, da cui proveniva. Prendeva cibi preconfezionati, proprio quelli che mandano in tilt il metabolismo e che la medicina sconsigliava vivamente, anche se – nel 1986 - non si viveva nel salutismo esasperante dei giorni nostri, dove, stando a quel che dicono i medici, ogni dì ci si dovrebbe sottoporre a una visita di controllo per verificare questo o quell'altro “indice vitale”. Così non aveva di che dannarsi. In dieci minuti era già a posto. Poi si sedeva sul divano e sonnecchiava. Se non sonnecchiava, guardava la televisione, con, però, sempre meno convinzione. La seguiva, in pratica, passivamente, come passivamente si assiste alla fila di persone che si muove per ricevere l'eucarestia. I varietà lo annoiavano; la politica l'annoiava; i telegiornali lo annoiavano. L'unica cosa che gli andava a genio, il che rasenta la fantascienza, erano le previsioni del tempo. Aveva un debole per le previsioni del tempo. Duravano pochi minuti ed era come se ogni volta assistesse all'ultimo film di un regista di grido. Aveva provato a dire di preferirle addirittura ai lavori di John Ford, il suo cineasta preferito. Cosa ci trovasse nelle previsioni del tempo era un mistero per tutti coloro che lo avevano conosciuto. In ogni caso la cosa andava avanti fin dal giorno in cui, negli anni Sessanta, era venuto in possesso della sua prima televisione. Curiosamente, però, non era interessato al fatto che potesse o meno piovere, nevicare, far caldo o freddo, ma era attratto dalle dinamiche fisico-chimiche che innescano le perturbazioni, le ondate di gelo o siccità. Era una specie di metereologo mancato. Si struggeva davanti all'ipotesi che l'aria siberiana potesse in poche ore raggiungere l'Italia, o lo scirocco invadere la pianura padana scaldando anzitempo atmosfere e intenzioni. Per lui era come leggere una poesia di Montale o Carducci. In parte si spiegava questa sua passione col fatto che fosse un segno di aria: apparteneva al segno dei Gemelli e, per quanto razionale potesse essere, era convinto che in qualche modo l'astrologia potesse segnare il cammino dell'uomo. E influenzare le passioni e il modo di pensare. Se uno, quindi, nasceva Gemelli non poteva non amare l'aria, il vento, le correnti cicloniche e anticicloniche. Quando ancora leggeva il giornale tutti i giorni dedicava sempre un certo tempo ad esaminare con attenzione le isobare, le temperature medie, l'ora di levata e tramonto del sole. Era affascinato da tutte queste cose. Era. Perché ormai anche questa attitudine s'era affievolita. Era troppo stanco e non leggeva più il giornale da tempo. Nemmeno il vento più forte e misterioso o l'isobara più curvilinea lo rincuorava. Se proprio doveva dire cosa lo facesse in qualche modo stare bene, si riferiva ai tempi andati. A prima di conoscere l'amata moglie e mettere al mondo le sue due creature. I bei tempi andati. A come il tempo, in fondo, era trascorso in un battibaleno; nonostante le fatiche e le sofferenze del cuore. Ma poi tornava ai suoi soliti insormontabili interrogativi filosofici. «A cosa serve il dolore? Qual è il retroscena evolutivo in grado di spiegare il dolore?». Osservava che molti di quelli che conosceva e che si ponevano simili quesiti trovavano conforto nella religione, super specializzata nel dare risposte a questo tipo di problematiche esistenziali. Ma non lui, che non era mai stato un grande frequentatore di templi e chiese e che ultimamente si era del tutto distaccato da crocefissi e madonne. Riconosceva qualcosa di superiore, ma l'idea che ci fosse un Dio buono e magnanimo pronto a prendersi cura dell'uomo e che ascolta le sue preghiere, gli sembrava un'assurda scemenza. Quanta gente aveva conosciuto che pregava Dio in tutti i modi possibili, per poi trovarsi a patire le pene dell'inferno e perire come tutti gli altri, giustificando la propria sofferenza come una parafrasi della crocefissione. Sull'argomento era vivacemente tornato dopo aver incontrato Steiner, con le sue teorie sul Golgota e la figura di Cristo. Scemenze, erano tutte delle grandi scemenze. «Se c'è un Dio non vive in mezzo agli uomini», filosofeggiava senza tanti giri di parole. Nei momenti più felici ripensava a quando era giovane e viveva con la sua numerosa famiglia in Puglia. Era un bambino. Vivevano in una quarantina di persone in una gigantesca struttura dove calore, amore, e passione troneggiavano incondizionatamente. Era una casa d'altri tempi, un microcosmo perfettamente autosufficiente. Si lavoravano i campi. E tutto ciò che veniva consumato derivava direttamente dal lavoro manuale, giornaliero. «Eravamo poveri, non avevamo niente, ma non sono mai stato così bene come a quei tempi», raccontava ai suoi figli quand'erano piccini. «Avevamo tantissimi animali: le mucche, i conigli, i maiali, e perfino le api. Si faceva un miele davvero speciale che poi vendevamo ai mercatini in città». Col dopoguerra, però, le opportunità offerte dal lavoro agricolo erano calate, cosa che aveva spinto persone come il padre di Ruggero a fare i bagagli e puntare le prue verso nord, per conquistare l'agognato settentrione freddo e cinico, ma pieno di chance per chi aveva voglia di fare. Là sorgevano le fantomatiche fabbriche dove andare a proporsi per un posto al caldo di otto ore, non di più. C'era un paese chiamato Sesto San Giovanni che pareva la terra promessa. Sembrava un'idea meravigliosa. Il padre di Ruggero era partito con un entusiasmo che aveva contagiato l'intera famiglia, e con l'intenzione di tornare da signore al paese natio. Aveva ancora i genitori che l'avevano salutato come una matricola che parte per il fronte e non si sa se rivedrà mai la luce del proprio borgo. Era un uomo tuttofare, disposto anche ai lavori più umili e pesanti pur di regalare una dignità alla propria famiglia. Ed era una persona sempre gioiosa e speranzosa, il contrario di quella che sarebbe diventata suo figlio. Al nord, prima a Milano, poi in Brianza, Ruggero, s'era, dunque, fatto uomo, frequentando le ultime classi delle medie e in seguito prestandosi come apprendista in una cartiera di Muggiò. Gli andava bene perché guadagnava, ma il lavoro non era granché, al punto che aveva provato a rimpiangere le ore passate in campagna da bambino, anche sotto la pioggia o il vento che sferzava dallo Ionio. Passava quasi tutto il tempo a tagliuzzare cellulosa e a impiastrarsi le mani di un liquido colloso e puzzolente. Molti colleghi erano maldisposti nei suoi confronti. Un giorno che s'era vestito con un paio di pantaloni marroni e una giacchettina giallognola, un tal Brambilla non c'aveva messo molto a prenderlo spudoratamente per i fondelli: «Di giallo e marrone si veste solo il terrone». Dopo pochi mesi, però, aveva completamente cambiato mestiere impiegandosi nella Croce Rossa di Vimercate e infine divenendo il bidello della scuola elementare di Agrate Brianza. Non avrebbe mai immaginato di poter fare, un giorno, il bidello, ma contro ogni previsione s'era rivelato proprio il lavoro che faceva per lui. Seguiva il suo tran tran e non doveva rendere conto (quasi) a nessuno. Aveva le sue classi da curare e tenere pulite e buona parte del pomeriggio a disposizione per farsi gli affari suoi, tipo andare a pesca o soddisfare qualche paturnia della moglie. A scuola gli volevano tutti bene, era d'altronde sempre cordiale e disponibile. Con i ragazzi e con le maestre, non faceva distinzione: per lui erano tutte persone adulte e mature, persone a cui portare rispetto. Ci mancava che desse del lei anche ai bimbi di quinta elementare. Se c'era bisogno di qualcosa, tutti andavano a chiedere a Ruggero. Anche la preside. Pioveva? Dov'era Ruggero? C'era troppo caldo? Ruggero? Fa troppo freddo? Ruggero? Non importa se la scuola era piena di bidelli che potessero assolvere le sue stesse mansioni: c'era in Ruggero qualcosa di più, qualcosa di amorevole e famigliare tale per cui era sempre il custode più richiesto e benvoluto. Qualche ragazzino approfittava della sua tolleranza e lo prendeva in giro facendogli scherzi anche cattivi come tiragli addosso i bussolotti o i gessetti della lavagna ridotti a moccini di mezzo centimetro. Ma lui non ci faceva caso, nemmeno se ne rendeva conto. Per lui erano solo ragazzi, comprensibilmente bramosi di vita, scalmanati, desiderosi di divertirsi. Durante i primi anni di attività aveva incontrato Carmelina: s'erano visti per la prima volta davanti al Duomo di Monza e non si erano più mollati; entrambi a spasso per via di una gita organizzata dalla leva dei rispettivi paesi. Lei abitava a Rovello Porro, un budello del varesotto, con un fratello alcolizzato e una mamma che li aveva abbandonati da piccoli per riprenderseli ormai maggiorenni, quando probabilmente non aveva più nessuno a cui far riferimento. Una condizione famigliare piuttosto complicata che non aveva tardato a lasciarsi alle spalle, per andare a vivere con Ruggero nel supercondominio omatese. Erano stati fra i primi a prendere possesso di un appartamento del palazzone. Avevano scelto di comune accordo di andare ad abitare al quarto piano. Desideravano il terzo, ma essendo già tutto occupato, non s'erano certo dannati di poter rimirare la landa prospiciente due metri più in alto. L'importante era non abitare al primo, che attirava l'immondizia di tutti quelli che stanno di sopra ed era una specie di invito a banchettare per i topi di appartamento. Uno dopo l'altro erano poi nati i due figli della coppia, come un copione già scritto. Il primo, Marco, quello più taciturno e con l'aria sempre malinconica, simile al padre; il secondo, Giannantonio, quello più casinaro, che assomigliava alla madre e al nonno paterno. I primi anni a Omate erano stati belli, spensierati, goderecci. Vivevano pacificamente, senza patemi, ansie, non gli mancava niente, anche se c'era il mutuo da pagare, un conto che avrebbero risolto nel giro di circa quindici anni. Ma era la norma. Come si soleva dire (e ancor oggi si suol dire), mal comune mezzo gaudio; su per giù tutti quelli del supercondominio s'erano accollati una spesa simile per poter avere una casa propria. Per poter ambire a una proprietà personale, concetto in voga non da molti decenni, figlio del boom economico che aveva permesso a un numero sempre più alto di famiglie di abbracciare il paradigma del benessere. In una bassissima percentuale avevano potuto acquistare al volo il proprio nido; erano quasi tutte giovani coppie che non avevano sicuramente da parte chissà quali risparmi, ma che la continuità lavorativa e l'idea della pensione avevano dato loro un grande sostegno se non altro di natura psicologica. Dopo la scomparsa di moglie e figlio, e la partenza per Ancona di Giannantonio, Ruggero de Santis aveva avuto ben poche altre gioie. Una sola, per la verità: quella legata agli incontri settimanali con la signora Tresoldi del terzo piano, la madre di Marina. Provava del sentimento per quella signora, anche se non le aveva mai praticamente parlato; forse l'unica del palazzone, con la quale sentiva di potersi aprire, come raramente gli era capitato di supporre una volta rimasto solo. Erano i suoi occhi, la sua aria bonaria e al contempo un po' svampita a rinverdire le sue intenzioni. C'era, però, bisogno di un buon pretesto per attaccare bottone. S'era, dunque, messo ad aspettarla di nascosto in cantina, spiando il suo sopraggiungere da una piccola fessura; conosceva bene o male i suoi spostamenti e sapeva che poteva anticiparla per affiancarla in ascensore tutte le volte che rientrava dal panettiere, verso mezzogiorno, così da cogliere l'occasione per accendere qualche discorso. Prima erano stati solo dei timidi e cordiali “come sta?” e “come va?”, ma poi la signora Tresoldi, accortesi delle dolci e premurose attenzioni del vedovo, e percependo il compassionevole senso di trasporto nei suoi confronti, aveva provato a invitarlo per un tè. Da quel momento Ruggero era montato in groppa a un'astronave pronta per raggiungere la luna. Non si sentiva così pimpante da decenni. Ruggero s'era presentato in casa Tresoldi con un completo grigio, i capelli pieni di brillantina e una scatola di cioccolatini. Gli sembrava un sogno; provare qualcosa per qualcuno che non fosse un suo familiare non gli pareva possibile. Era come il primo incontro intimo della sua vita, benché di intimo non ci fosse nulla e benché nessuno dei due auspicasse a una simile evenienza, tanto scandalosa, quanto impensabile e decisamente fuori luogo. Non era solo il suo bene, ma anche quello della signora Tresoldi: pensava che tutti gli uomini avessero bisogno di essere amati, anche in tarda età e specialmente quando la solitudine diviene un mostro impossibile da placare; era solito ripetersi il monito di Thomas Merton, di cui aveva letto sempre sul Corsera, riferendosi alla sua morte assurda, per una scintilla scaturita da un ventilatore difettoso: diceva che “nessun un uomo è un'isola” e aveva ragione. Nessuno può vivere solo per sé e senza ricevere amore. Aveva anche pensato che la signora Tresoldi potesse provare per lui un sentimento vicino alla pena; in ogni caso era un sentimento assolutamente degno di essere corrisposto, assecondato e, perché no, lodato. Andava bene così. Alla prima visita Ruggero sudavano le mani, e non era stato molto loquace. Aveva mugugnato qualcosa sui vicini, sulla madonnina della corte del Forno, ma aveva soprattutto lasciato che fosse la sua interlocutrice a farsi avanti, a indovinare i suoi sogni infranti. Era una donna molto gentile, ora lo poteva dire con certezza. Lo sentiva fin dentro le ossa. Per certi aspetti le ricordava la sua amata moglie, anche se a livello fisico non aveva niente di lei. Era una donna molto religiosa, cosa che lui, come è noto, condivideva fino a un certo punto. Nelle intenzioni della signora Tresoldi c'era, dunque, far comprendere al vicino di casa il valore della fede, della compassione divina, del progetto divino che vuole tutti figli e protagonisti di un'unica luce eterna. Sentiva di doverlo catechizzare. Ma di fronte a simili argomenti scanditi con tanta enfasi, Ruggero si opponeva con un sorriso sardonico, tipico di chi intende pur subdolamente mostrare di avere già approfondito un dato argomento e di non avere, quindi, più nulla da dire a riguardo, perché semplicemente non c'è più nulla da dire; perché quando la vita ti riserva dei dolori impossibili da gestire, non c'è santo o benedizione che possa giustificare lo sbocciare di un nuovo fiore. Ma la lasciava fare, godendo sempre e in ogni caso del suo canticchiare dolce e persuasivo. «La nostra fortuna si chiama Gesù. Lui ha patito le pene dell'inferno, ma poi è risorto a nuova vita. Anche noi risorgeremo a nuova vita, vedrà, caro de Santis, vedrà...». Con un atteggiamento del genere avrebbe anche potuto sentirsi dire che era un coglione, il più grande coglione di questa terra, e non si sarebbe accorto di niente. Poteva solo esserle grato. Dopo il primo incontro le cose erano andate meglio. Ruggero s'era reso più sciolto e disinvolto. Non trattavano più solo temi amari, tristi e angosciosi, ma anche argomenti divertenti e leggeri. Per esempio, un pomeriggio, s'erano messi a discutere di una puntata della Corrida di Corrado, che seguivano entrambi da anni, dai rispettivi appartamenti. Il soggetto in esame era un tale in grado di fischiare in una ventina di modi diversi: con le mani, con le dita, senza dita, con i denti in fuori... La sua abilità andava di pari passo con la ridicolaggine suscitata dalle facce che faceva per soffiare aria attraverso la bocca. In una sembrava che imitasse un babbuino, in un'altra un destriero ubriaco, in un'altra ancora un cammello con qualche assurda protesi boccale. Ricordandola s'erano messi a ridere come accade solo fra chi s'è instaurato un affiatamento raro e puro. Ruggero de Santis aveva più volte supposto che la Tresoldi sarebbe potuta essere la donna giusta per lui; se solo l'avesse incontrata in un altro momento... peraltro la riteneva inadatta al marito con cui si accompagnava, rigido, quadrato, privo di ogni estemporaneità, alle prese con dogmi religiosi vetusti e i soliti quattro antipaticissimi amici altrettanto stereotipati del bar dell'oratorio, manco fosse una sotto-congrega di templari. Erano andati avanti a vedersi per un paio di anni, raggiungendo una grande confidenza e solidarietà. Avevano perfino battibeccato in un paio di occasioni, confermando – come accade nella maggior parte delle coppie – un rapporto più che rodato. Poi, però, di punto in bianco, senza una valida motivazione, Ruggero aveva iniziato a bigiare gli appuntamenti con la Tresoldi, incapace di dare una spiegazione al suo nuovo incomprensibile atteggiamento. La Tresoldi all'inizio non ci aveva fatto caso, ma dopo l'ennesima bidonata dell'amico, s'era allarmata; magari l'aveva ferito senza accorgersene. Poi, un giorno, incontrandosi per puro caso in ascensore – e non come le altre volte per un preciso disegno progettuale di Ruggero - aveva capito che il vecchio compagno di merende, se così si poteva chiamare, non era più lui: era come se si fosse spento definitivamente, con più nulla che potesse davvero allietarlo, tantomeno un pomeriggio con la sua confidente per eccellenza. Era come sefosse volato via, in altro tempo, in un'altra dimensione. Lui era stato vago, non sapeva nemmeno lui cosa dire. «Non so, da un po' non sto tanto bene. Non mi riconosco nemmeno io». «Cosa ti senti Ruggero? Forse è il caso che tu vada a farti visitare da un medico…». Ruggero aveva fatto una mezza smorfia. «I dottori non sono dei santi». «Ma non vieni più a bere il tè da me? Sono settimane che non ti fai vedere... Ho temuto di averti detto qualcosa che non andava...». Ruggero s'era immalinconito ancora di più. «Ma no, figurati, cosa c'entri tu? È che ormai...». «Ormai cosa? Non ti piace più chiacchierare con la tua vicina?». Ruggero aveva tirato un sospiro profondo. «Ormai sono troppo vecchio». E qui che la signora Tresoldi s'era laconicamente resa conto che lei non c'entrava proprio nulla con il cambiamento di Ruggero. La realtà era un'altra. Era come se avesse deciso di punto in bianco di rinunciare alla vita, compreso l'ultimo dileggio che gli era rimasto: spendere con lei settimanalmente qualche parola e in qualche modo affidarsi a una sorta di psicanalista che potesse sradicarlo da un cammino esistenziale impervio e assai poco indulgente. Il punto è che alla fine si era affezionata sinceramente a Ruggero e ora, vederlo così remissivo, gli provocava una sofferenza mal definita, ma cocciuta. Lo aveva, peraltro, trovato invecchiato dall'ultima volta che le aveva fatto visita, come se non fossero passate settimane dal loro ultimo tè, ma anni. Anche il colorito non era più lo stesso di un tempo: pareva cenerognolo, come chi sta patendo qualche severo malanno. «Non sei troppo vecchio Ruggero. Ma chi ti dice queste cose? Sei ancora in gamba, come te non ce ne sono molti». Ruggero aveva taciuto. «Dai, passa settimana prossima... Ho voglia di scambiare con te qualche parola...». «Va bene, va bene, verrò». Due giorni dopo l'incontro avuto in ascensore, scoppiava il reattore di Chernobyl. Ruggero come al solito era stato leggero, e all'ora del telegiornale aveva già finito di mangiare e di sistemare la cucina. S'era fatto un brodino senza tante pretese, con un dado che non sapeva bene da quanti giorni aveva nel frigo. Non guardava più le scadenze da quando era rimasto vedovo, ritenendo un cibo nutriente e innocuo finché il suo sapore non diveniva disgustoso. Non aveva tutti i torti, anche perché più volte aveva sentito dire che le date di scadenza erano ben poco attendibili, esibite più per facilitare il commercio di un prodotto che non per salvaguardare la salute delle persone. Ormai aveva una certa età, e non ci cascava più: giudicava il commercio e la medicina pilastri delle fandonie, macchine da guerra intenzionate solo a far soldi a discapito di ignari e stolti. Di secondo aveva mandato giù un paio di fette di prosciutto cotto. C'era parecchio grasso, non per caso: quando gli chiedevano che prosciutto volesse, rispondeva sempre quello che costava meno. Non aveva problemi economici, prendeva una bella pensione, ma al risparmio era abituato; per educazione, etica, puntava sempre a ciò che costava meno. Bastava poco, del resto, a dargli la sensazione di pienezza, comprese pietanze per nulla prelibate. Anche la frutta era un'optional in casa de Santis. Poteva stare settimane senza mangiare un frutto, ancora una volta in barba alle raccomandazioni dei medici che consigliavano vivamente il loro consumo giornaliero, per la gran quantità di vitamine e antiossidanti presenti. Dopo la frugale cena era per un attimo uscito sul balcone, dove fino a qualche anno prima amava rilassarsi fumando una sigaretta e soffermarsi sul via vai delle persone: gli piaceva fotografare l'andirivieni della gente, sopraffatto da un sentimento di amore universale, un magico momento in cui gli sembrava che tutti gli esseri umani si amassero e si volessero bene, senza rancori e prepotenze. Niente a che vedere con le ipotesi di Sartre. Il balcone era spoglio e misero. Da anni non coltivava più campanule e gerani, da anni non era profumato dagli aromi dei vasi di salvia e rosmarino; essenze che voleva la moglie, per insaporire i piatti, secondo le ricette imparate da bambina. Quella sera, però, la sera dell'emergenza nucleare di Chernobyl, dalla sua posizione di controllo sembrava che il mondo si fosse fermato: non aveva visto anima viva aggirarsi ai piedi del palazzone omatese, e ancora una volta era stato sopraffatto da un'acuta malinconia. Era rientrato in casa dopo una decina di minuti, sollecitato da un brivido di freddo; si era alzato un vento improvviso, anche se le foglie degli alberi parevano assolutamente immobili, come in un film di fantascienza. Sul divano aveva acceso la tv, con il solito fare passivo e rassegnato. Quello che compiva per sintonizzarsi sul telegiornale di Rai Uno era un movimento meccanico, quasi robotico; dopo dieci minuti di news era con il pensiero già da tutt'altra parte, sconvolto da un senso di solitudine opprimente e da uno strano formicolio al braccio. Per un istante aveva pensato alla signora Tresoldi e all'ultimo incontro avuto in ascensore; aveva riflettuto sulla promessa fatta che, sapeva bene, non avrebbe mantenuto. Non si trattava di volere o non volere compiere un'azione che fino a qualche settimana prima era assoluta routine; era un problema anche di natura metabolico: ogni cosa da fare gli pareva di una fatica insormontabile. Gli pesava tutto. In certi momenti gli pareva che anche il respiro potesse essergli di peso. Ma come si faceva a vivere senza respirare? Lo speaker blaterava di mondi e pericoli a lui totalmente estranei. L'Ucraina era un'idea di geografia che non comprendeva; a scuola non ne aveva mai sentito parlare, e sui libri o i giornali l'aveva incontrata di rado. Peraltro era un tipo che aveva viaggiato pochissimo. Aveva visto solo la Svizzera e la Francia. Si può quasi dire, quindi, che non sapesse nemmeno cosa fosse l'Ucraina. Così come l'energia nucleare. Per lui energia era la luce che illuminava la stanza in cui dormiva o il neon dei sotterranei delle scuole dove aveva lavorato per anni. Quella era l'energia luminosa, gli bastava, cosa si nascondesse dietro all'energia non era affar suo; teoremi appannaggio di altre generazioni, delle nuove generazioni. Il telecronista s'era messo poi a parlare di una fantomatica nube radioattiva diretta verso l'Italia. C'era la seria possibilità che potesse contaminare le falde acquifere, i campi e avvelenare boschi e radure. Ma ormai Ruggero era altrove, con un sorriso che da tempo non gli apparteneva.
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