sabato 5 maggio 2012

Affari condominiali: quinto piano, appartamento C


Parlava ogni tanto col Vismara del primo piano e con il De Santis del quarto, ma il più delle volte si rivolgeva a se stesso, inseguendo fantasmi che poteva percepire solo lui. Da poco gli avevano diagnosticato una malattia strana, a metà strada fra la demenza senile e la mania di persecuzione. Il male era emerso in tutta la sua drammaticità il giorno in cui la moglie, Cesira Magnaghi, era rientrata da una riunione dell’Avis trovandolo in uno stato disdicevole.
“I ladri! Ci sono i ladri! Cesira! Chiama i pompieri!”.
Non aveva idea di ciò che stava dicendo. Ma nella sua mente si susseguivano quadri onirici terribilmente vividi e precisi. Riguardavano volanti della polizia che stavano circondando il palazzone per stanare la coppia di malavitosi che, armata fino ai denti, s’era introdotta clandestinamente nel palazzone, e ora stava mettendo a soqquadro proprio il suo covo, rubando tutto ciò che gli capitava a tiro. Ogni tanto si affacciava alla finestra per gridare ai quattro venti le coordinate idonee a raggiungere al più presto l’appartamento svaligiato; bisognava agire in fretta, prima che i ladri facessero una strage. Era meglio non usare l’ascensore, che si poteva bloccare; era meglio aprire tutte le finestre e urlare da ogni polo il tragitto più felice da seguire per difendere l’abitato. Entrando in casa, Cesira, aveva incontrato un marito che non sapeva di avere; con i capelli all’aria, arruffati all’inverosimile, come se fosse passato sotto una galleria del vento, o le spazzole di un autolavaggio, la faccia spiritata, gli occhi fuori dalle orbite, iniettati di sangue e pus giallo. Era mezzo nudo. Con le mutande che gli arrivavano fin sopra l’ombelico, con la canottiera macchiata di sudore e tappezzata di buchi; e un sigaro fra le dita, mezzo mangiucchiato, che agitava senza cognizione come se stesse impugnando un mitra. Gridava come un pazzo, nel silenzio di una notte omatese straordinariamente mesta e pacata, con gran parte dei condomini ormai prossimi al sonno. 
“I ladri, ci sono i ladri! Cesira! Ci sono il ladri! È la fine!”.
La moglie era costernata. In quasi cinquant’anni di matrimonio non le era mai capitata una cosa del genere. Suo marito non era mai stato all’ospedale e non era mai stato seriamente malato. Tutto ciò le sembrava un film d’orrore. Da un po’ di tempo, a onor del vero, il partner aveva cominciato ad accusare strani malesseri, legati a una lenta digestione e a stati di costipazione inusuali, ma di fatto nulla che potesse davvero impensierire a tal punto da chiamare in causa qualche medico. Erano cose che andavano a posto da sole. Ma ora la situazione sembrava davvero precitata. C’era qualcosa che non andava secondo programma. C’era qualcosa di assolutamente anomalo che era sfuggito ai più della famiglia e del circondario; anche gli amici, in effetti, non l’avrebbero mai immaginato in questa salsa da pazzo squinternato. Il marito di Cesira era sempre stato un uomo a posto; forse un po’ orso e sornione, ma nulla di atipico. Nessuna paturnia particolare aveva mai impensierito il suo divenire. Di che razza di ladri stava parlando se il palazzo era avvolto nelle tenebre e non c’era in giro anima viva? Chiaramente tutto stava avvenendo nella sua mente. Bacata. I suoi occhi o il suo sesto senso pareva stessero incontrando l’inferno, e fra le fiamme dell’apocalisse c’erano, evidentemente, due brutti ceffi con il passamontagna che avevano appena immobilizzato Cesira e ora si stavano occupando di Ernesto Casiraghi, per rubargli tutti i suoi averi, accumulati dopo anni di sacrifici e rinunce.
“Figli di cagne! Andatevene da casa mia! Barboni, siete solo dei barboni!”.
Brandiva intanto il sigaro mandando cenere per ogni dove.
“Ernesto, cosa stai dicendo? Guarda che in casa non c’è nessuno se non io e te... te ed io”.
Ma Ernesto non sentiva.
“Vieni via! Nasconditi! Stanno arrivando. Sono qui, i ladri, figli di puttana, ci vogliono rubare tutti i soldi! Ci vogliono rubare il frutto di decenni di lavoro!”.
Cesira era sbigottita. Non lo riconosceva più, colui col quale da decenni condivideva il letto e col quale aveva messo al mondo due creature: Donata e Giorgio. La primogenita faceva la commessa in un negozio di Vimercate; il secondo, il maschio, lavorava come elettricista in uno stabilimento della Parini Spa, dalle parti di Masate. La situazione sembrava davvero essergli sfuggita di mano. Ernesto era totalmente fuori di sé, non connetteva, sembrava finito a mietere tristezze e disillusioni in un mondo misterioso, popolato da mostri assurdi, col sottofondo di sirene spiegate, l’agonia di esseri metà uomo metà bestia che la quotidianità non contempla. Sì e no gli incontri che aveva provato a fare, a sua insaputa, lo stesso figlio Giorgio, l’unica volta che si era fatto tentare da una pasticca di LSD. Cesira, dopo aver provato per mezz’ora di riportare un po’ di ordine, non aveva potuto fare altro che chiamare in causa i figli. C’era da portare il marito di corsa al pronto soccorso. Non vedeva altre vie d’uscite. Donata, però, la più vicina e affidabile, non aveva risposto.
“Giorgio, Giorgio, il papà è impazzito, dice che ci sono i ladri, vieni qui, io non so cosa fare!”.
Giorgio s’era trasferito da un po’ a Brugherio, dopo essere stato piantato in asso da un amore conosciuto in Belgio per via di una trasferta della squadra del cuore, la Juventus. Percepiva la voce nauseabonda della madre, ma era letteralmente sceso dal pero e di primo acchito aveva creduto che fosse la mamma ad avere bisogno di aiuto.
“Cosa stai dicendo? Sei sicura di stare bene? Passami papà...”.
“Giorgio, papà non capisce più niente! Bighellona per la casa. Adesso ha preso il bastone della scopa e si è messo a inseguire dei ladri che non esistono. Ho tentato di chiamare tua sorella, ma non risponde nessuno. Devi correre subito qui, sennò va a finire male!”.
Giorgio era pronto a infilarsi sotto le coperte, ma aveva dovuto cambiare subitaneamente programma, rivestirsi e guadagnare l’uscio di casa per soccorrere i genitori moribondi. Così, alla fine, s’era messo a macchinare: i genitori, settantacinquenni, dovevano entrambi avere perso la testa. Forse avevano mangiato dei funghi velenosi. A ciò aveva pensato Giorgio, mentre era già in macchina, diretto a Omate, valutando il fatto che i suoi non avevamo mai dato segni di squilibrio, benché negli ultimi tempi avessero preso il vizio di aggirarsi nei boschi della zona a caccia di prodotti miceliari non facili da classificare. Qualcuno gli aveva detto che valeva la pena procacciarli, prima che se ne accorgessero tutti e potesse fiorire un mercato tale da arricchire solo i più lungimiranti. C’era un boschetto alle spalle dell’SGS, dove lavorava Delphine, la francesina del palazzone, facile da raggiungere e setacciare, che faceva proprio al caso loro e che avevano cominciato a battere come boyscout. In realtà non avevano mai trovato granché, se non carcasse di animali morti e un sottobosco rigoglioso come quello di una foresta tropicale. Qualcosa non tornava... ma la voce disperata della madre aveva suggerito a Giorgio che fosse davvero il caso di intervenire. In una decina di minuti era già ai piedi del palazzone omatese. Ma tutto sembrava assolutamente normale. Imperava un silenzio spettrale e nessun condomino pareva muoversi tallonato dall’ansia di poter essere derubato da un momento all’altro. Aveva notato, però, le finestre spalancate dell’appartamento dei genitori e le luci tutte accese; non faceva così caldo e non serviva illuminare l’appartamento a giorno. Qualcosa, effettivamente, non quadrava. Nell’atrio aveva incrociato Domenico Ciccarelli, con un sorriso smagliante, stava uscendo per andarsi a bere una birra con un amico di Agrate. S’erano salutati apostrofandosi con il mento, prima di prendere  l’ascensore e puntare al quinto piano. Sbarcato sul pianerottolo aveva sentito subito papà dare i numeri.  
“Ah, Ah, i ladri! I ladri! Dite ai poliziotti di salire, i ladri sono già in casa mia! Puntate le rivoltelle verso il più grasso, quello con la pancia, è la mente, è lui l’assassino!”.
Blaterava. Giorgio non aveva saputo se ridere o piangere. Ma s’era quasi messo a piangere ritrovandosi di fronte il genitore, abbigliato come un profugo afgano e con un oftalmo da far invidia al peggior ipertiroideo della Terra. La madre con le mani spiegate sulle guance, dondolava la testa sconsolata, pregando Dio che finisse presto questa inaspettata pantomima. La venuta di Giorgio era stata accolta come una benedizione.
“Giorgio, Giorgio, grazie a Dio sei arrivato! Guarda come è conciato tuo padre! Non sa più quello che dice, io non l’ho mai visto così, non capisco cosa gli sia accaduto!”.
“Papà, papà, che succede!”.
Giorgio aveva abbracciato il padre, cercando di calmarlo, ma senza esito. Ernesto lo guardava come se avesse davanti uno sconosciuto, un nemico, forse uno dei ladri che volevano privarlo di ogni bene. Rendendosi conto dell’apocalisse in corso, Giorgio aveva sollecitato la madre a chiamare un’ambulanza. Intanto il capofamiglia continuava nella sua farsa, aizzando la scopa e blaterando frasi senza senso.
“Forza, muovetevi!”, gridava dalla finestra ai poliziotti, vivi solo nella sua mente. “Mi stanno svaligiando la casa. Muovetevi farabutti!”.
Giorgio non credeva alle sue orecchie. Quello non era suo padre. E invece era proprio lui, suo papà, Ernesto Casiraghi, che fino a ieri gli era sembrata la persona più mite e innocua del pianeta, in pensione da quindici anni, cordiale con chiunque.
“Mamma, cosa gli hai dato da mangiare?”.
“Niente di che. Un piatto di spaghetti...”.
“Non i funghi che andate in giro a cercare per insaporire le vostre pietanze...”.
Ma la madre era già oltre.
“Giorgio, non dire fesserie. Tuo padre sta male, sta male veramente, non sta capendo niente. È da un’ora che cerco di calmarlo. Appena sono arrivata era un delirio, urlava come un disperato. Ha la testa in completo subbuglio, sono esterrefatta. Sbrighiamoci a fare qualcosa... non l’ho mai visto conciato così”.
Era oggettivamente il caso di agire. Al più presto. Finalmente anche Giorgio se n’era reso conto. Aveva così impugnato la cornetta del telefono e chiamato l’ospedale di Vimercate, rispondendo all’interlocutore che al padre era partita una rotella e che ora era necessario intervenire quanto prima per rimediare una situazione che i familiari non potevano certo risolvere. L’ambulanza era arrivata in un quarto d’ora. Vedendo le luci delle sirene, Ernesto aveva dato ancor di più in escandescenza, credendo che stessero arrivando i rinforzi dei ladri, che gli stavano distruggendo l’appartamento, ora in cerca della cassaforte. Erano invece tre medici che vedendolo non avevano potuto fare altro che immobilizzarlo, piantandogli nell’avambraccio una siringa con un calmante in grado di piallare un cavallo, che lo aveva ribaltato nel giro di dieci minuti. Trasformato da toro scatenato in agnello, era stato accompagnato al pronto soccorso, scortato dal figlio e dalla moglie che non avevano smesso di fissarlo, adagiato sul lettino, chiedendosi cosa potesse averlo ridotto in quello stato. Presso il nosocomio era stato sottoposto a una serie di esami, dai quali non era emersa nessuna particolare patologia. Il problema era di natura puramente psichica. Il direttore del pronto soccorso s’era avvicinato alla moglie di Ernesto, suggerendole di riportare a casa il marito, in attesa di conoscere la cura più idonea per ridargli speranza.
“Signora, suo marito, con ogni probabilità, soffre di uno stato delirante. Possiamo ricoverarlo, ma il ricovero nel reparto di psichiatria non è mai troppo simpatico. Se lo dimettiamo seduta stante, dobbiamo, però, sincerarci che verrà sottoposto immediatamente a una visita psichiatrica...”.
Cesira era incredula.
“Stato delirante? E da cosa può essere provocato? Mio marito non ha mai avuto problemi del genere…”.
“Sono cose che possono capitare. Ora, però, va indagata l’entità della malattia e impedire che si ripetano crisi di questo genere”.
In accordo con il figlio Giorgio, e la figlia Donata, che nel frattempo aveva raggiunto i familiari, dopo l’ennesima chiamata della madre, Cesira aveva dato retta al medico responsabile e riportato a casa il marito in attesa di una visita specialistica. Dal nosocomio erano stati congedati con una cura massiccia a base di valium che avrebbe tenuto a bada Ernesto fino al momento della panacea definitiva. Dopo tre giorni dalla dimissione avevano fatto visita alla dottoressa Pierina Trevisan, una veneta che lavorava da anni con gli anziani colpiti da malanni cerebrali, con un Ernesto che era tornato (quasi) il solito di sempre, anche se non mangiava quasi da settantadue ore e la cura di valium l’aveva reso più simile a un ghiro in letargo che non a un essere umano. Tuttavia l’incontro con la Trevisan s’era rivelato provvidenziale. Dopo una serie di test psichiatrici era, infatti, stato possibile stilare la disgrazia accorsa alla famiglia Casiraghi. Ernesto soffriva di una forma particolare di demenza senile, legata a manie persecutorie. Più prosaicamente, i suoi neuroni non funzionavano più a dovere, ma anziché fargli perdere la memoria, come accade spesso negli ultrasettantenni, s’erano messi a fargli credere in cose del tutto insensate e assurde. Il fenomeno poteva essere dovuto a un restringimento di alcuni vasi cerebrali, tale per cui la scarsa ossigenazione dell’encefalo porta a un malfunzionamento dei centri cognitivi.  Le crisi duravano da qualche minuto a qualche ora, ma erano sempre devastanti, con una compromissione molto seria della coscienza e l’innesco di effetti secondari come incontinenza urinaria, respiro affannato e fibrillazione atriale. Ernesto Casiraghi soffriva di un male che andava tenuto a bada, anche se non esistevano cure in grado di risolverlo completamente. Le aspettative di vita, però, non erano delle migliori. Nella peggiore delle ipotesi sarebbe sprofondato in uno stato di perenne apatia, associato a un forte deperimento organico. Avrebbe passato sempre più tempo a letto, fino a perdere del tutto i contatti con il mondo esterno. La Trevisan aveva dato tutte le istruzioni necessarie a curare il marito a casa, tramite la somministrazione costante e periodica di pasticche in grado di impedire il sopravvento di crisi particolarmente violente, come quella che aveva fatto precipitare la situazione. L’esplosione del reattore di Chernobyl era dunque avvenuta un mese dopo il fattaccio e venti giorni dopo l’inizio ufficiale della cura. Ernesto era sul divano, aveva finito di cenare e alle 20.00, come tutti gli altri giorni, era pronto per il telegiornale di Rai Uno. La cura pareva funzionare bene, ma da un mese a questa parte aveva già perso dieci chili, e la sua mente era spesso annebbiata. Vedendo del disastro ucraino s’era, però, eccitato, come non accadeva da tempo. Aveva chiamato Cesira al suo fianco e aveva cominciato a baciarla profusamente. All’improvviso sembrava essere tornato l’Ernesto di sempre, lo stesso che Cesira aveva incontrato da ragazza e del quale s’era innamorata perdutamente. Cesira vedendo il marito con un’espressione beata se n’era rallegrata; ma non aveva capito bene quale fosse il motivo di questo piccolo miracolo. Non aveva capito che c’era di mezzo un fattaccio del quale non c’era proprio nulla di che rallegrarsi.
“C’è stato un disastro nucleare in Ucraina”, aveva detto alla moglie.
“Un che?”.
“Un disastro in Ucraina. È scoppiata una centrale nucleare”.
Sembrava stesse affidandosi a una lingua straniera. Centrali nucleari? Ucraina? Non aveva mai sentito il marito parlare così, menzionare nomi simili... Cesira s’era concentrata sulla trasmissione televisiva per capire il motivo dell’ilarità di Ernesto, logicamente inconciliabile con l’esplosione di una centrale nucleare. Poi, però, aveva compreso che si trattava davvero di una catastrofe... non gliene importava granché; se non capire perché l’esplosione di una centrale nucleare avesse potuto far rinsavire il partner sempre più chiuso in se stesso.
“Caro, ti interessa così tanto questo avvenimento?”.
“Moltissimo”.
“Non ti turba?”.
“Non mi turba per nulla, amore mio. Non se ne sentono spesso di notizie di questo genere. È una meraviglia…”.
A tal punto Cesira aveva drizzato le orecchie, allarmandosi: era possibile che il marito non avesse capito nulla di ciò che stava accadendo? Era possibilissimo. Altrimenti non si spiegava come potesse ridere di un avvenimento in grado di contaminare mezza Europa in un sol colpo e che aveva presumibilmente già causato una moltitudine di vittime. Ahia. L’aveva lasciato nel suo brodo per un po’, tornando in cucina per sistemare i piatti e preparare il sugo per l’indomani. Ma dopo un quarto d’ora s’era insospettita percependo un tonfo strano proveniente dalla sala; sembrava il colpo che derivava da un grosso sacco che cade per terra. Era, infatti, il tappeto persiano che stava in cima all’armadio, avvolto su se stesso, che il marito aveva recuperato per non si sa bene quale motivo. Tornando in sala aveva dunque trovato Ernesto in uno stato molto simile a come l’aveva incontrato il giorno che era rincasata dall’Avis. Aveva i capelli in piedi, come aculei di un riccio, e lo sguardo allucinato, la cintura dei pantaloni che penzolava e un misterioso taglio sul braccio. Questa volta però non erano i ladri a occupare i suoi pensieri, bensì misteriose spore radioattive che avevano già invaso tutta la casa e che ora cercava di tenere a bada agitando il tappeto come un grosso ventilatore.
“Presto, dobbiamo recuperare delle maschere antigas! Presto, dobbiamo fare in fretta! Sennò moriamo tutti... Dove sono i bambini? Dove sono i piccoli?”.
Ci risiamo, aveva pensato Cesira, sconsolata più che mai. Aveva cominciato a piangere. Il marito stava male, di nuovo, come la volta prima, i fantasmi della mente lo avevano già catturato e si stavano prendendo gioco di lui. Abbandonato il tappeto s’era messo a correre avanti e indietro per la sala, tenendosi un fazzoletto alla bocca, ossessionato dall’idea di morire avvelenato. Pensava che tutt’intorno si respirasse veleno e morte. La radioattività aveva colpito il suo paese, la sua città, le sue quattro mura. La radioattività, come la peste bubbonica, s’era insinuata nel suo cuore e nella sua anima e stava fagocitando i suoi pensieri. Aveva sigillato le finestre con il nastro adesivo, terrorizzato da ipoteche infiltrazioni. Aveva serrato anche le tapparelle, trasformando l’appartamento C del quinto piano in un bunker. Così si sarebbe potuto salvare. Salvarsi altresì dalla reincarnazione di Adolf Hitler e Josef Stalin… Cesira non si era ancora accorta che non una mosca sarebbe riuscita a vincere i confini dell'abitazione, essendo troppo impegnata a decifrare il nuovo declino del capofamiglia. 
“Cesira! Cesira! Non aprire porte e finestre che il morbo potrebbe divorarci! Non c’è da scherzare. L’ha detto anche la televisione. L’apocalisse sta arrivando dall’Ucraina, dall’Unione Sovietica, dalle nevi del Kilimangiaro…”.
Ernesto s’era completamente rimbambito. E come qualche settimana prima, Cesira non aveva individuato altra soluzione per affrontare il dramma, se non quella di scomodare i due figli. Questa volta s’era fatta trovare pronta Donata che, abitando a un tiro di schioppo dai genitori, era giunta presso la dimora paterna in un batter di ciglio. Il telegiornale non era ancora finito. Raggiungendo l’uscio della casa genitoriale aveva notato il Vismara, meditabondo di fronte all’ingresso principale del palazzone omatese, con un sasso fra le mani, come se avesse voluto scagliarlo verso il cielo per abbattere un uccello. Non sapeva che la sua intenzione era, invece, quella di liberarsi di un gatto che faceva le fusa al vento e che pareva molto più contento e soddisfatto di lui. Donata aveva trovato la casa di mamma e papà sotto sopra, con tutte le luci accese, le finestre tappate, un tappeto persiano gettato senza criterio in mezza alla sala... Papà sembrava un agente al soldo di un’azienda per la disinfestazione; non l’aveva nemmeno riconosciuta. La madre, completamente rassegnata, era seduta sul divano e tremava come una foglia. Cosa ne sarebbe stato del suo futuro? Per quanto si potesse parlare di futuro? Che futuro poteva avere un uomo come Ernesto Casiraghi, completamente disorientato e ormai prossimo alla demenza più assoluta? Donata s’era presa prima di tutto cura di lei, cercando di rassicurarla, con un braccio intorno al collo, e una serie di carezze misurate, mentre il padre seguitava nelle sue peregrinazioni mentali, muovendosi come un automa radiotelecomandato.
“Mamma non ti preoccupare. Chiamiamo l’ambulanza e lo portiamo al pronto soccorso. Non vedo alternative. Vedrai che si aggiusterà tutto”.
“Non chiami Giorgio?”.
“Chiamiamo anche lui, poi vediamo cosa fare”.
Giorgio aveva risposto al volo, dicendo che non avrebbe tardato un attimo. I dubbi, d’altronde, erano lontani, l’esperienza della volta prima gli aveva insegnato che con papà era finito il tempo di scherzare. Durante il tragitto dalla sua casa a Omate, aveva pensato teneramente al padre, a quando stava bene e lui e la sorella erano ancora piccolini. Per poco non si commuoveva. Trascorrevano le vacanze lungo la costa romagnola, e durante i weekend andavano in gita presso località brianzole come la Madonna del Bosco e Montevecchia. C’era molta allegria, trent’anni prima. Erano gli anni Cinquanta. Il mondo era assai diverso dal 1986, anno in cui la caduta del Muro di Berlino e il rasserenamento dei rapporti USA e URSS parevano distanti anni luce, benché fossero dietro l’angolo. Il boom economico aveva creato nella popolazione italiana un senso di speranza enorme, un senso di onnipotenza: se le bombe non avevano fatto nulla alla maggior parte delle persone, c’era il valido sospetto che il destino dell’umanità potesse conoscere un solo avvenire, prospero e felice. Suo papà non era mai stato spavaldo, ma questa vivace atmosfera di rivincita post bellica, aveva contagiato anche lui, che in più di un’occasione s’era proposto di introdurre per casa nuove diavolerie della scienza e della tecnica, spesso non proprio parsimoniose, e per compiere avventure – come partire all’improvviso tutti e quattro per un soggiorno a Londra – che con i suoi genitori poteva solo sognare. In venti minuti era al cospetto dei familiari con la faccia trafelata e le guance rosse per la corsa.
“Che succede ancora?”.
“Vedi tu”, gli aveva detto Donata, indicando il genitore di nuovo alle prese con i suoi personaggi immaginari.
Poi rivolgendosi alla mamma: “Ma non aveva cominciato a stare meglio?”.
“Stava meglio fino a un paio d’ore fa. Poi, però...”.
“Però cosa?”, aveva incalzato il figlio.
“Però ha sentito dell’esplosione nucleare e non ha capito più niente”.
Giorgio aveva guardato i due parenti ancora sani di mente con un gigantesco interrogativo. Lui non aveva visto alcun notiziario. Era stata la sorella a dargli ragguagli in merito.
“È scoppiata una centrale nucleare in Ucraina e sembra che tutto il mondo corra seri rischi. Papà non deve averla presa bene”.
Giorgio era sbigottito.
“Come? Una centrale...”.
“Giorgio lascia stare, noi non corriamo, per il momento, alcun pericolo. Ora c’è da capire cosa fare con papà. Non vedi? Sembra peggio dell’altra volta”.
“Vedo”, aveva mugugnato Giorgio, sempre più sconvolto. “Cosa dite di fare?”.
“Aspettavamo te per decidere”, aveva detto Donata.
“Magari fra un po’ si calma”, aveva ribattuto Giorgio. “Potrebbe non essere necessario chiamare l’ambulanza. In fondo anche l’altra volta se avessimo aspettato...”.
“E se non si calma?”, aveva domandato angosciata la madre. “Io non mi fido. Non me la sento di stare con uno che non è più padrone delle sue azioni. Se ne sentono di tutti i colori. Non vorrei che...”. 
“Mamma, ma cosa stai dicendo?”, aveva reclamato Donata. “Papà sarà anche un po’ fuori, ma togliti dalla testa che possa fare del male a te o a qualcuno di noi. Papà è sempre papà”.
Stava per avere uno scatto isterico; non poteva accettare che papà potesse addirittura perdere la facoltà di intendere e volere, e per questo arrivare a compiere azioni sconsiderate.
“Mamma, ti prego”, aveva rincarato la dose Giorgio, “papà non farà del male a una mosca. Devi solo stare tranquilla. E poi adesso ci siamo qui io e Donata. Non ti lasciamo sola. Se non si riprende nel giro di poco, chiamiamo il pronto soccorso...”.
Ma Ernesto non dava alcun segno di ripresa. Esattamente come il blackout della volta precedente. In quest’occasione, però, era stracolmo di medicinali che avrebbero dovuto tenerlo a freno, inibendo ogni sua condotta dinamitarda. Se perfino con i farmaci arrivava a patire delle crisi di questo tipo, significava che il problema era decisamente grave. E se il dimagrimento fosse proseguito in questo senso... se il dimagrimento fosse direttamente proporzionale all’intensità delle crisi... Ernesto continuava nella sua pantomima, del tutto indifferente alla preoccupazione dei suoi cari che lo osservavano come si osserva un mendicante senza braccia per le strade di Milano, muovendosi come un tarantolato per la stanza, zigzagando senza cognizione. Sembrava un pazzo di prima categoria. Parlava con il muro. Si fermava a mezzo metro da esso, quello che dava sulle camere, decorato con un pendolo degli anni Trenta, confidandogli che per un tempo indeterminato sarebbe stato impossibile uscire di casa, se non correndo il rischio di finire contaminati da elementi sconosciuti chiamati radio, uranio e lo sa solo Dio cos’altro; Giorgio s’era stupito di verificare che il padre sapesse dell’esistenza di astrusi elementi della tavola periodica che ignorava pure lui. Raccontava alla parete che era necessario andare al supermercato per recuperare più provviste possibili, e barricarsi in casa, in attesa di ricevere dal Ministero della Sanità il permesso di rimettere piede oltre i confini delle proprie dimore. Vedendolo così fuori di sé, i tre parenti s’erano, per l’ennesima volta, interrogati sul da farsi. Passavano i minuti, ma Ernesto proseguiva nella sua scenata. Finché, d’un tratto, non s’era bloccato davanti al televisore. Non sapeva nemmeno lui cosa stesse dicendo lo speaker, ma vedeva la sagoma del reattore di Chernobyl completamente sventrato. S’era messo a fissarlo con uno strano luccichio degli occhi, come se avesse avuto una visione. E aveva, quindi, cominciato a ridere senza ritegno, lasciando sgomenti e increduli i familiari che – abbarbicati al divano – non avevano ancora smesso di seguire le sue inspiegabili mosse. Poi s’era girato di scatto verso i figli e la moglie, come se niente fosse accaduto, chiedendogli cosa ci facessero lì tutti e tre insieme con quella faccia da spaventapasseri. I parenti avevano fatto fatica a replicare. La situazione era a dir poco surreale. Il comportamento di Ernesto era inammissibile. In pochi secondi era passato dalla defaillance più totale, alla normalità più assoluta. Non poteva essere vero.
“Perché tutto questo disordine?”, aveva domandato Ernesto. “E perché c’è in giro questo tappeto e... le finestre toppate? Qualcuno può dirmi cosa sta succedendo? Perché siamo barricati in casa?”.
Ernesto sembrava ora l’uomo più saggio e perspicace del pianeta. Nessuno, però, dei presenti aveva avuto il coraggio di prendere in mano la situazione. Continuavano a guardarlo con la faccia inebetita. 
“Ma perché mi state fissando così? C’è qualcosa che non va? Non sta bene la mamma?”.
Ernesto s’era affiancato alla moglie per controllarle la fronte.
“Non mi sembra calda”.
A questo punto s’era fatto avanti Giorgio:
“Papà...”.
“Che c’è?”.
“Non è la mamma che non sta bene...”.
“E allora cosa?”.
“Sei tu”.
“Io? Ma io sto benissimo. Perché insinui queste cose? Come ti permetti di dire certe cose a tuo padre? Non mi sono mai sentito così bene...”.
Giorgio aveva nicchiato senza replicare.
“E ora fatemi spazio che devo vedere il telegiornale”, era andato avanti Ernesto. “Sono quasi le otto ed è l’ora del telegiornale...”.
Nessuno aveva fiatato. 
“Per favore, fatemi un po’ di spazio”, aveva ribadito, seccato, il capotribù.  
Sicché Cesira e Donata avevano creato un varco fra i loro corpi per poter accogliere quello di Ernesto. Sembrava, davvero, che non si fosse reso conto di essere precipitato nell’oblio, che fosse passata più di un’ora da quando aveva finito di cenare e da quando il suo cervello era andato in cortocircuito. Pareva che non avesse percepito il trascorrere del tempo, come se quel tempo l’avesse trascorso in un universo parallelo. Aveva lottato contro fantasmi di un’altra dimensione, infami e pericolosi, dei quali però non ricordava più nulla; se lo avessero interrogato, avrebbe risposto che lui non ne sapeva nulla e che troppe volte le persone immaginano strane realtà, forse per colpa di turbe psichiche, molto più frequenti di quanto si possa credere. Al risveglio aveva quindi creduto che fosse tutto nella norma e che curiosamente erano venuti a trovarlo i suoi due figli, che in contemporanea giungevano di rado. Nel suo ritorno alla normalità, s’era pertanto accorto di sentirsi molto bene, come non gli accadeva da parecchio tempo. Era molto soddisfatto di vedere la sua famiglia al completo. Aveva bisogno della sua famiglia, come l’acqua per la pasta ha bisogno del sale e... accomodandosi fra le sue due signore, aveva regalato all’una e all’altra un sorriso delicato, prima di baciarle, entrambe, sulla fronte. Ma non aveva fatto in tempo a seguire il telegiornale che non ci sarebbe mai stato, perché nel giro di pochi secondi era, infatti, già caduto addormentato come un bambino sulle ginocchia di Cesira, che per la disperazione aveva guaito come un cucciolo bastonato. Donata e Giorgio s’erano guardati indossando una maschera di stupore: con ogni probabilità, la cura del padre, aveva bisogno di una rettifica quantomeno provvidenziale.
“Domani chiamiamo la Trevisan”, aveva bofonchiato Giorgio. “Ci sono un po’ di cose che dobbiamo farci raccontare, o forse saremo noi a doverle dire qualcosa...”.
“Non vedo altre possibilità”, aveva ribattuto la sorella, mentre Cesira, faceva scivolare la sua mano calda fra i pochi capelli rimasti del marito.

venerdì 4 maggio 2012

Affari condominiali: quinto piano, appartamento B


Prima di prendere possesso dell'appartamento B del quinto piano, Maria Greco abitava in un minuscolo centro del cremonese, in una casa mezza diroccata prospiciente il cimitero. Non era il massimo, anche perché il suo fidanzato era un tipo particolarmente sensibile, che ogni volta che l'andava a trovare veniva colto da strane sensazioni, auto-convincendosi che le anime dei perduti potessero in qualche modo veleggiare per la casa, osservando ogni suo movimento, e analizzando ogni suo pensiero. Tutte le volte che dovevano fare sesso era una tragedia. Lui si contorceva su se stesso per verificare che non ci fosse nessuno alle sue spalle, pronto ad attanagliargli la schiena.
«Mi sento osservato».
«Ma non c'è nessuno, finiscila».
«In questa casa ci sono i fantasmi».
«Non avrai paura degli spiriti...».
Lei non lo sopportava più e in varie occasioni aveva preferito evitare in partenza di abbandonarsi ai piaceri della carne; pur di non ritrovarsi in rocambolesche situazioni in cui, col sopraggiungere dell'ansimo più sentito, c'era da farsi cadere le braccia nel vedere il partner esibirsi con gli occhi a palla e un'espressione da beota. In seguito, per via di un'offerta di lavoro in Brianza, che le avrebbe consentito di chiudere l'esperienza al soldo di un avvocato della zona, tirchio e compassato, era stata costretta a raggiungere Omate. Una migrazione in piena regola. Ma non le era dispiaciuto volgere il suo sguardo oltre i cascinali della Bassa, visto che, praticamente, dalla morte della madre avvenuta nel 1981, non aveva alcun parente a cui fare riferimento. Gli unici consanguinei che le rimanevano erano un paio di zii – fratelli del defunto padre, scomparso quando lei era appena una bambinetta – che vivevano, però, nei dintorni di Palermo; entrambi in una casa di cura, per via di vari problemi mentali che si portavano dietro da una vita e che non gli avevano consentito di costruirsi una famiglia e condurre un'esistenza regolare. Per Maria, in fin dei conti, un posto valeva l'altro; e se era nuovo, meglio ancora, avrebbe potuto vivere entusiasmanti avventure: lei amava le avventure e non aveva paura a buttarsi anche nelle vicende più assurde. Nel minuscolo centro sotto la giurisdizione di Vimercate s'era trovata bene fin dall'inizio, familiarizzando, seppur in modo superficiale, coi vicini, in particolare con Fabiano del terzo piano e Domenico del secondo. Erano due pazzi come lei, degli outsider, del tutto disinteressati a quello che la gente potesse pensare sul loro conto. Il suo ragazzo, però, non l'aveva seguita; impaurito dall'idea che dietro al trasferimento si celasse qualche oscuro presagio, legato agli influssi esercitati dai fantasmi di un tempo. Peraltro la ragazza gli aveva fatto notare che anche la nuova dimora sarebbe stata a un tiro di schioppo dal camposanto; era stato come sparare sulla croce rossa.
«Temo che non ti seguirò», le aveva detto Beniamino Gigli, preannunciando senza troppi patemi la fine della relazione.
Lei non aveva fatto una piega.
«Non ci perderai né tu, né io. Per come vanno le cose è un bene per tutti se ci dividiamo».
«Non te ne dispiacere, ma io non ce la faccio più a vivere di fianco ai cimiteri...».
Maria aveva fatto una faccia buffa e si era congedata dal vecchio spasimante, con un laconico addio.
«Ma perché ti preoccupi? Ci lasciamo in armonia; possiamo sempre rivederci da qualche altra parte... possiamo sempre rimanere amici...».
Beniamino aveva nicchiato. Tuttavia non era stata solo l'ipotesi di una nuova vicinanza a un camposanto a travagliare i suoi sensi, portandolo a salutare definitivamente Maria. Era anche il fatto che – solo ora riusciva a metterlo bene a fuoco - la ritenesse un po' troppo eccentrica per la sua indole, per il suo animo garbato e semplice. All'inizio non s'era accorto di certe sue manie, di certe sue attitudini a dir poco stravaganti, che in alcune circostanze arrivava ad assimilare all'esacerbazione di autentiche turbe psichiche; ma dopo qualche mese di pseudo-convivenza, non era più stato possibile sorvolare su molti aspetti della quotidianità della coppia. Con la scusa del dover cambiare casa e lavoro aveva, quindi, preso la palla al balzo, proponendo la separazione. C'è un particolare che Beniamino non riusciva proprio a mandare giù della partner: la sua passione viscerale per l'ufologia. La prima volta che gliene aveva parlato era sceso dal pero.
«Ufo che?».
«L'ufologia, amore mio... lo sai, vero, cosa sono gli ufo?».
«Quali ufo, gli extraterrestri?».
«Appunto, spero tu sappia di cosa stiamo parlando».
«Ma gli ufo non esistono».
«Esistono».
«Gli ufo? Ma la smetti di dire cazzate?».
«Sei anche tu un ingenuo come tutti gli altri».
«Ma cosa racconti... come fai a dire che ci sono gli ufo? Vuoi smetterla, per favore?».
Beniamino non voleva credere alle sue orecchie. Ma Maria era assolutamente certa del fatto che gli ufo fossero fra i terrestri, che si divertissero alle nostre spalle, forti di un'intelligenza senza eguali; pensava a forme altamente evolute che controllavano il pianeta a nostra insaputa, muovendoci come pedine perché soddisfacessimo i loro comodi. Riteneva gli ufo delle vere e proprie entità, fisiche, materiali, ma anche plasmatiche, invisibili, che potevano mostrarsi a noi sotto-forma di persone comunissime, nei panni di un bambino, di un adulto, di una donna incinta... di un fiore. In realtà potevano cambiare la propria immagine in un battibaleno, trasformandosi in ogni cosa immaginabile, comprese realtà eteree, un raggio di luce, un'onda sonora, il vibrato di un cantante, un soffio di vento... C'era altresì l'ipotesi che i terrestri fossero delle sottospecie di ufo giunte sulla Terra migliaia di anni fa, per via di un misterioso esperimento ordito da esseri superiori. I terrestri erano, di fatto, ufo di serie B, ideali, in pratica, da sfruttare per test e studi approfonditi sulla natura delle cose. C'era di mezzo anche il DNA. Il DNA dell'uomo – secondo le tesi accarezzate da Maria e dagli amici che frequentava - era in realtà il DNA di un essere primordiale, asessuato, che vagava per lo spazio e per il tempo e che, di tanto in tanto, compariva qua e là nei vari punti del cosmo abitati, per dettare le sue leggi: sulla Terra era venuto l'ultima volta nel 4569 a.C., su per giù in corrispondenza del diluvio biblico. Per Beniamino, ogni volta che saltava fuori l'argomento, era il delirio. Passeggiavano beati, mano nella mano, e poteva per esempio capitare che Maria si mettesse a fissare qualcosa, come in preda a un'estasi mistica, e che cominciasse con le sue farneticazioni. Beniamino non la reggeva, l'angoscia lo divorava, non poteva capacitarsi di dare un senso a cose che razionalmente riteneva delle boiate immani, ma che comunque avevano il potere di provocargli un profondo disagio esistenziale. Era anche l'enfasi che ci metteva Maria nel raccontarle a mandarlo in subbuglio: sembrava una strega. Una volta era capitato che si soffermassero su un cespuglio battuto dal vento, sul limitare di una roggia, mezzo coperta dai platani.
«Lo vedi?».
«Vedi cosa?».
«Lì, dove si muovono quelle foglie. Come fai a non vederlo?».
«Oh cazzo, non iniziare, ti prego».
Maria aveva un sorriso a metà strada fra la beatitudine e il terrore.
«Ma non lo vedi?».
«No, non vedo, non insistere, non vedo nulla! Non vedo nulla!!».
Beniamino era fuori di sé, avrebbe voluto eclissarsi, come già altre volte era accaduto, tirandosi fuori da congetture che non gli appartenevano, che non gli erano mai appartenute... e che ormai odiava con tutte le sue forze. Ma non aveva potuto fare molto: l'epifania della consorte era qualcosa di prorompente, impossibile da darle un significato oggettivo. Passava la ragione. Qui Maria si riferiva alla presenza di un angelo che, a suo dire, si muoveva a velocità supersonica davanti ai loro occhi. Dal cespuglio era finito sulla cima a un albero, e di lì era corso dabbasso, sdraiandosi sulla superficie della roggia, a pelo dell'acqua, pur senza correre alcun pericolo di bagnarsi. Poi era volato via, all'improvviso, lasciando la sua interlocutrice con gli occhi e la bocca spalancati e Beniamino con lo sguardo di una cupezza insostenibile. Era solo uno dei tanti casi. Ne avevano passati molti altri simili. Ma per Beniamino, ora, non c'era più spazio e tempo per assecondare scemenze del genere. Sicché uno da una parte e una dall'altra. Ma Maria, sopraggiunta a Omate, aveva ricominciato tutto daccapo con vivo stoicismo, felice di essersi lasciata alle spalle una persona alla quale continuava a volere bene, ma che, in fondo, riteneva una colossale palla al piede. Paurosa di tutto e di tutti. Salutare il cremonese le aveva conferito un'energia superlativa, le aveva fatto bene al corpo e allo spirito. I tanti brufoli che contraddistinguevano il suo volto erano spariti; e così le strane macchie che di tanto in tanto le comparivano sul dorso e che i medici imputavano allo stress. Aveva arredato la casa in modo a dir poco originale. Era sicuramente l'appartamento più eccentrico del palazzone omatese. Come metratura, disposizione dei locali e delle stanze, delle porte e delle finestre, corrispondeva ai sottostanti appartamenti dei Vismara, dei Ciccarelli, dei Sirtori, del de Santis. Ma l'arredamento, ovunque, era qualcosa di assolutamente mai visto, di abominevole. Innanzitutto le pareti... erano nere. Le aveva pitturate lei stesse di nero, con l'aiuto di un ragazzetto conosciuto in un bar della zona, in cerca di qualche lavoretto per non dover continuare a chiedere mance ai genitori. Era un tipo che ci sapeva fare, avendo più volte dato una mano allo zio imbianchino. Vernice nera, non ci credeva nemmeno lui... Certo, chiunque avrebbe potuto gestire a proprio piacimento la fantasia, tuttavia, in questo caso, i limiti della decenza e del buongusto, sarebbe stato evidente a tutti, erano stati ampiamente superati. Sembrava di entrare in una tomba.
«Ma sei sicura di voler fare proprio tutto nero? Non c'è il rischio che tu possa andare a sbattere il naso da qualche parte?», le aveva chiesto il ragazzino, ridendo sotto i baffi.
Lei l'aveva guardato come si guarda un puledrino appena venuto al mondo, bisognoso di affetto e cure.
«Sei troppo giovane mio caro per capire il mio stile... pensa a fare bene il tuo lavoro, poi ne riparliamo».
Ma il ragazzo non aveva tutti i torti. Non era, infatti, da escludere la possibilità che si dovesse accendere le luci anche in pieno giorno per rischiarare un ambiente tanto lugubre. La sala era il locale più confusionario, il primo che si incontrava una volta varcato l'uscio. C'erano libri, vestiti, bottiglie di vino, sparsi per ogni dove, dando più l'impressione di essere un grande magazzino che non il vano più ampio di un appartamento, dove accomodarsi su un divano e guardare la tv. Su una parete erano appesi degli strani oggetti, di natura esoterica. C'era una stella a cinque punte, un triangolo con un puntino in mezzo, il disegno di un candelabro e dei ceri non ancora utilizzati. Gli altri locali ricalcavano lo stesso stile, ma con maggiore sobrietà, il che è tutto un dire... In bagno, di fronte al water, c'era un gigantesco poster del film Incontri ravvicinati del terzo tipo, lavoro di Spielberg del 1977, che aveva già visto un milione di volte, perfino con Beniamino; sotto allo specchio, una lunga fila di profumi, compresi vari campioni omaggio. In cucina risaltava una mensola bianca, strapiena di piccole sculture riproducenti gnomi, folletti, e fatine, realizzate da un artigiano della bergamasca, conosciuto in seguito a un incontro di ufologia tenutosi a Milano poche settimane dopo il suo approdo a Omate. In sgabuzzino, all'interno di quattro robusti scatoloni, c'erano pile e pile di giornali riguardanti la sua materia preferita, molti numeri di Ufologist, rivista inglese ritenuta la Bibbia degli ufologi. Una volta terminati i lavori in casa, era stata ben lieta di concentrare tutte le sue forze sul nuovo lavoro, in una piccola casa editrice di Concorezzo, la Edil. Realizzava fascicoli dedicati alla casa, all'edilizia e all'architettura. Era stata assunta in qualità di segretaria – lavoro che faceva anche prima di traslocare - ma piano piano era riuscita a ritagliarsi un po' di spazio in veste di giornalista: componeva, a onor del vero, con eccessiva verbosità, rubriche incentrate sui prodotti forgiati da varie aziende del circondario, specializzate in design. Del resto il suo obiettivo era proprio questo: trasformarsi in una giornalista per poter pubblicare qualcosa su Ufo & Misteri, mensile di ufologia con sede a Milano, al quale era abbonata da anni. Sapeva che qualche piano più in basso del suo appartamento abitava il signor Bettini, giornalista ben rodato, che avrebbe voluto conoscere, con la speranza di poter essere raccomandata al magazine meneghino; c'era anche la moglie di Fabiano Sirtori che lavorava in una casa editrice, ma non ne era al corrente. Ma per bussare alle porte dei vicini c'era, comunque, sempre tempo; ora le bastava farsi la sua sana gavetta, le ossa, come si suol dire, di fianco a casa. Andava al lavoro con la sua solita macchinetta, una vecchia Opel Kadett, presa a rate anni prima, di seconda mano; andava benone, era comoda, e non l'aveva mai lasciata a spasso, nonostante l'aria trasandata che l'accompagnava. Maria, in ogni caso, non era un'amante delle belle automobili e degli agi, in generale; a lei, un'automobile, bastava che la portasse in giro e la tenesse al riparo della pioggia. Alla Edil lavorava al primo piano di una palazzina rossa, appena costruita dalle parti di Cascina Giuseppina, poco prima di immettersi sulla strada che porta al Malcantone. Con lei in ufficio c'era il direttore Michele Canfora, un omone di cento chili, sempre col sigaro in bocca; la petulante redattrice Alessandra Di Nardo e l'austero redattore Flavio Ornaghi. Stava bene con loro, anche se il suo carattere altalenante e lunatico faceva spesso perdere le bizze ai colleghi che non ci capacitavano di avere assunto una tipa così bizzarra. Si confrontavano in gran segreto sulla sua stravaganza, arrivando talvolta a prenderla esplicitamente per i fondelli. Era anche per via della sua passione per l'occulto - che dopo appena due settimane era scaturita in tutto il suo splendore; in svariate occasioni non potevano fare a meno di dedicarle commenti biasimevoli.
«Ma questi omini che dici di vedere... sono qui anche adesso fra di noi?», domandava il direttore con tono sarcastico.
Lei sogghignava, palesando una saccenza difficilmente perscrutabile e del tutto indifferente all'ironia del capo.
«Possono esserci e possono non esserci...Tutto dipende dal nostro modo di vedere le cose. Noi crediamo di sapere tutto, ma in realtà non sappiamo nulla. Brancoliamo nel buio più totale convinti della nostra onnipotenza. E invece non siamo altro che insignificanti briciole».
Alessandra si congedava con una smorfia di disapprovazione; Flavio la mandava mentalmente a quel paese, mentre il direttore affondava sempre di più la lama, subliminalmente attratto dal fascino sinistro emanato dalla nuova subalterna.
«Perché parli sempre per indovinelli? Non puoi essere chiara una volta per tutte? Questi esserini sono o non sono qui con noi?».
«Questi che tu chiami esserini, non sono semplici esserini, ma possono essere qualunque cosa. Possono anche essere le parole che tu hai appena pronunciato».
E sorrideva. Ma arrivati a questi limiti, Alessandro e Flavia non la reggevano più e cambiavano aria, andando a prendersi un caffè. Con il direttore che li raggiungeva di lì a poco, perché non c'era speranza di ricavare qualche informazione dalla ragazza della reception, sempre più ripiegata su se stessa e su tesi pressoché incomprensibili. Si riferiva anche a figure umane definite “gli eletti” che avevano il potere di comunicare con gli ufo e con la miriade di entità che, secondo Maria, circondavano la nostra quotidianità. Lei evidentemente era un'“eletta”, non lo aveva mai reso pubblico, ma lo si capiva dalla risolutezza con cui affrontava i suoi argomenti preferiti. Non sempre era facile assecondarla. Spesso cadeva nel patetico. Era come se volesse far sudare ogni sua dichiarazione, come se tutto ciò che avesse in serbo dovesse essere a esclusivo appannaggio di “mostri sacri”... come lei. Figure che, comprensibilmente, i suoi colleghi non condividevano e non potevano che giudicare alla stregua di un'accolita di menti bacate. Per fortuna, per Maria s'intende, dopo qualche mese che prestava servizio presso la Edil, s'era ritrovata a tu per tu con uno dei principali ufologi italiani. Per fortuna c'era anche chi era in grado di darle ascolto, rendendola in qualche modo orgogliosa del suo destino e di una professione maturata inseguendo chimere ben lontane dell'immaginario collettivo. Era Simon Vega III, al secolo Simone Galbiati, un tipo col cranio completamente rasato, due occhi giganteschi, le labbra che disegnavano una U al contrario, rappresentante per una ditta di assicurazioni durante il giorno, cacciatore di ufo durante la notte; raggranellava qualche soldo anche partecipando a trasmissioni televisive presso emittenti private, canali quasi del tutto sconosciuti trattanti temi quantomeno borderline. Era il tipo ideale di Maria, strambo come lei e come lei ultra-convinto di vivere sotto lo sguardo attento e vigile di misteriose realtà aliene. L'incontro era avvenuto nel corso di un convegno a Milano organizzato dalla rivista Ufo & Misteri. C'erano stati vari interventi fra cui quello di Simon Vega III che aveva parlato della possibilità di far interagire anche le persone normali (dotate però di un certo 'sesto senso') con queste forze extraterrestri, sfruttando particolari campi magnetici. Aveva spiegato che il magnetismo è un requisito indispensabile per poter confrontarsi con gli alieni, considerato che essi stessi erano in grado di alterare i campi magnetici, con il solo sforzo del pensiero.
«Con determinate apparecchiature si può misurare il livello di magnetismo dell'aria e capire se nei dintorni ci possa essere qualche anomala presenza», spiegava l'ufologo. «Ci sono corpi magnetici e anime magnetiche che interagiscono con noi a nostra totale insaputa e che aspettano solo di essere inquadrate nel verso giusto, dandoci modo di creare i presupposti per ampliare le nostre conoscenze, a suffragio di un mondo dove esista solo pace e amore».
Maria aveva voluto saperne di più. Alla fine dell'incontro s'era, dunque, presentata a Simon Vega III, rimanendo abbagliata dal luccichio dei suoi occhi penetranti, chiari come quelli di un albino.
«Piacere, se vuole possiamo vederci in separata sede, e parlare per tutto il tempo che vuole di magnetismo. Sono felice che abbia compreso l'importanza di questa realtà...».
Maria era trasalita. Quale onore... stava parlando con Simon Vega III in persona.
«Quando vuole lei. Io posso solo ringraziarla della sua gentilezza e disponibilità».
S'erano dati appuntamento un sabato pomeriggio in un bar di Gallarate dove abitava il prode Simon Vega III in un bilocale che era una specie di tugurio, e per almeno un paio d'ore erano andati avanti a parlare con grande trasporto di magnetismo, passando senza tanti convenevoli dal lei al tu. Lui le aveva raccontato che con questo termine si intendeva un fenomeno fisico, tale per cui alcuni materiali sono in grado di attrarre il ferro. Poi aveva tirato in ballo la magnetostatica, l'elettrostatica, e molti altri concetti che Maria diceva di aver capito, benché li stesse sentendo per la prima volta in vita sua. Ma non era più molto importante, perché subitaneamente, al desiderio di comprendere i misteri della fisica, s'era sostituita una nuova impellenza: amoreggiare al più presto con Simon Vega III, un uomo giudicato dal fascino assolutamente irresistibile. Dopo quell'incontro i due avevano, quindi, preso a frequentarsi con sempre maggiore assiduità, dando modo di conoscersi approfonditamente e mettere in piedi le farneticazioni più assurde. Per Maria era stato come vivere una favola. Si sentiva una regina, la regina del re degli ufologi. Non ci poteva credere... ripensava ogni tanto al suo Beniamino e non poteva che provare un profondo senso di compassione, riferendo di lui anche al nuovo amante, sottolineandone l'innocente stupidità, tipica di tutti i “non eletti”. Al lavoro, alla Edil, non la riconoscevano più. Arrivava con la faccia stravolta, ma una verve fuori dall'ordinario. Non parlava più di ufo, ma solo di sesso. Sesso anticonvenzionale. I colleghi la guardavano sbalorditi, ma si erano decisamente preoccupati la volta in cui aveva rivelato che non le sarebbe dispiaciuto accoppiarsi con un rettiliano, un ibrido rettile-uomo, decantato da David Icke nelle sue varie e deliranti ipotesi aliene. Il capo della struttura concorezzese non aveva mai sentito parlare di David Icke, ma il suo sconcerto s'era ulteriormente accresciuto venendo a sapere che, stando alle spiegazioni della segretaria, fosse una specie di sedicente predicatore, convinto che le persone vivessero all'interno di una coscienza multidimensionale, soggetta ai capricci del cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale:
«Sei sicura di sentirti bene?», le aveva chiesto il capo della ragione sociale brianzola. «Io non credo che sia possibile parlare seriamente di certi argomenti, se non chiedendo un consulto a qualche esperto in psichiatria...». Ma lei l'aveva guardato con un'aria da prendi schiaffi, che aveva portato il suo superiore a congedarsi definitivamente dall'idea di poter esserle di aiuto.
Da lì a pochi giorni era esploso il reattore di Chernobyl; ma mentre Rai Uno diramava la notizia, Maria e Simon Vega III, stavano perlustrando un'area dalle parti di Missaglia, dove sorgeva un cucuzzolo roccioso, ricoperto di alberi e arbusti, che a un'attenta analisi non aveva nulla di naturale, bensì pareva proprio il risultato di un volontario accumulo di materiale terroso in una ben precisa area, con la presumibile idea di assecondare un progetto architettonico specifico. Secondo i due ufologi era la prova che nel passato gli antichi brianzoli avevano avuto contatti con gli alieni: l'altura era, dunque, stata realizzata per consentire l'atterraggio delle navicelle straniere. Attendibilissima ipotesi, per i due, tenuto conto del fatto che nel circondario c'era chi asseriva ci fossero tre piramidi scambiate per colline, edificate per segnalare la posizione a visitatori spaziali. Riproducevano, peraltro, la cintura di Orione, leggendaria costellazione invernale. Stavano pertanto cercando le prove di ciò con un metaldetector, da poco acquistato da un rivenditore anglosassone di passaggio da Milano, dove aveva contribuito all'allestimento di un nuovo telescopio per il planetario della città. Con esso erano a caccia di metalli in grado di confermare la loro tesi: se ne avessero trovato traccia, in un luogo dove oggettivamente non avrebbe avuto senso di esistere del materiale metallico, era la conferma che lì in epoche passate era accaduto qualcosa di oscuro. Erano giunti sul luogo durante il tardo pomeriggio e per schivare le ire dei contadini locali, accaniti con chi non era un viso conosciuto, s'erano addentrati con fare furtivo per i campi che circondavano la prominenza geologica, piegandosi all'occorrenza per non mettersi troppo in mostra. Avevano percorso un strada rettilinea, sterrata, piena di polvere, che circondava due ampie piantagioni di frumento: le spighe erano ancora piccole, da far pensare che si trattasse di una piantagione di frumento marzuolo; facile, considerato che l'autunno del 1985 era stato piuttosto inclemente e poco idoneo alla semina dei cereali. Dopo una curva a gomito s'erano ritrovati di fronte all'enigmatica montagnola. Simon Vega III sudava come un lottatore di sumo alla fine dell'incontro più spossante della sua vita. Notando la cima del panettone, aveva avanzato l'ipotesi altamente suggestiva che il rilievo potesse essere in qualche modo riconducibile ad Ayers Rock, il più imponente massiccio roccioso dell'outback australiano e alla Torre del Diavolo, in Wyoming. In parte era – pur inconsciamente – dovuto all'influenza subita dal film Incontri ravvicinati del terzo tipo, nel quale si fa esplicitamente riferimento al “monumento” statunitense. Alle pendici della collina avevano cominciato le loro ricerche. Simon Vega III procedeva lentamente con il metaldetector lungo le falde della collina, strabuzzando comicamente gli occhi ogni volta che l'attrezzo suggeriva la presenza di qualche tesoro; mentre la prode collega/amante/concubina con un bastoncino ricurvo cercava di fare luce su eventuali anfratti di dubbia natura. Sembrava una rabdomante. Fortunatamente non c'era in giro un'anima viva che potesse vederli e stigmatizzare il loro ridicolo comportamento. Di questo passo erano arrivati in cima al minuscolo promontorio sul quale si erano accomodati l'uno accanto all'altro fumandosi una sigaretta. Avevano l'aria stravolta.
«Nessuna traccia di metalli», aveva mugugnato, sconsolata, Maria.
«Non temere, mia cara».
«Sono un po' delusa».
Lui l'aveva guardata con fare tutt'altro che rassegnato.
«I rettiliani sono molto in gamba. Non si fanno scappare certe tracce. Vivono da molto più tempo di noi e sanno come nascondersi. Ma noi saremo più furbi di loro. Questo cucuzzolo è del tutto inverosimile...».
Una pausa di silenzio aveva provocato un cambiamento di temperatura nel corpo di Simon Vega III, che all'improvviso era stato assalito da un desiderio del tutto inappropriato alla situazione.
«Ho voglia di fare l'amore».
«Come, scusa?».
«Dai, così attraiamo verso di noi energie positive... e con più facilità riusciremo a far luce sul mistero di questa sommità».
Era un'immensa fesseria, e lo sapeva. Ma Maria, ormai, era così abituata ai suoi saliscendi umorali che, ancora una volta, s'era donata senza reticenza al suo uomo; benché nel giro di una decina di minuti fosse già tutto finito, con lei che – per ciò che riguarda il soddisfacimento personale - era rimasta del tutto scontenta. S'era in compenso messa a riflettere sul fatto che sembravano ormai lontani i brividi delle prime volte, quando poteva anche capitare che rimanessero a letto per ore e ore, instancabili di fronte a qualunque nuovo proponimento di abbandonarsi a fantasmagoriche posizioni di kamasutra. Simon Vega III s'era tirato su i pantaloni, rischiando di finire per terra, sbalestrato da una radice particolarmente rigogliosa che s'era insinuata fra i suoi due piedoni, e pervaso da una rinnovata energia s'era messo a girovagare intorno alla cima, calpestando un piccolo cerchio, con un raggio non più ampio di una quindicina di metri. Dimentico di qualunque romanticheria con la partner appena posseduta, s'era poi messo a fissare le nubi all'orizzonte che cominciavano a imbrunire, con l'occhio di un consumato ranger della prateria statunitense, all'epoca della guerra di secessione. Non sapeva il motivo di un atteggiamento simile, del tutto inappropriato ai fini dell'indagine, ma riconosceva a se stesso che potesse averlo messo in campo per mostrare il lato più spirituale di sé, di colui che è anche capace di interrogare le nuvole e il cielo. Il suo pretesto, dunque, non era stato più quello di indagare ciò che veniva celato dalla suola delle sue scarpe, ma solo quello di mostrarsi ancora una volta invincibile e perfetto agli occhi della spasimante. D'altronde era stata la stessa atmosfera che li circondava a suggerigli l'idea di poter essere in qualche modo indomabile, tanto da proporsi senza remore in modo così triviale e fondamentalmente trash. Si percepiva un buonissimo profumo di natura selvaggia, di prati in fiore, di muschi e argille gravide di minuscole essenze vitali, pronte a raccontare i fasti di una nuova indimenticabile bella stagione. Si potevano immaginare alcuni abitanti del posto – ricci, volpi e allocchi – puntare i loro palati verso nuovi sapori e i loro olfatti verso nuovi effluvi, celebrando come un incanto la rinascita primaverile. Era, del resto, la fine di aprile: durante il giorno si stava bene, ma con le ore notturne il freddo e l'umidità, specialmente in campagna, si facevano sentire con forza. L'aria, all'improvviso, s'era fatta più frizzante e nel cielo si intravedeva già il luccicare di Venere. La notte era alle porte. Il silenzio della radura era rotto solo dal canto di misteriosi uccelli, che producevano un fischio sordo, a tratti, terrifico. Maria, infreddolita, aveva estratto dalla borsetta un maglioncino di lana leggero che aveva indossato con un agile movimento del bacino.
«È tutto chiaro», aveva detto Simon Vega III. «Questa era la piazzola di atterraggio, e poco più in basso, evidentemente sorgevano delle mura per proteggere...».
Maria aveva sbadigliato senza ritegno, allargando la bocca come una babbuina durante la fase post prandiale.
«Sei d'accordo mia cara?».
Maria s'era stropicciata gli occhi prima di dare una banalissima risposta al suo ufologo preferito.
«Sì, sì, sono d'accordissima...».
Era stanca. Arrivati a quel punto della giornata non desiderava altro che correre a casa, farsi un bel bagno caldo e andare a letto a dormire. Qualcosa doveva essere trapelato dal suo viso, considerato che, lo stesso Simon Vega III, s'era accorto, con un vago senso di imbarazzo, che forse era giunto il momento di chiudere il capitolo Missaglia.
«Vuoi andare a casa, tesoro?».
«Sì».
«Non trovi magnifica questa sera?».
«Sì, però, non abbiamo trovato nulla di ciò che cercavamo...».
«Lo so mia cara, ma non devi averne a male. L'ufologia è una scienza che richiede grande sacrificio e grande passione...».
A casa erano giunti in un battibaleno, sfrecciando a grande velocità lungo strade deserte. La nube tossica proveniente da Chernobyl era già in marcia verso le loro dimore, ma ne erano totalmente all'oscuro. Lo avrebbero saputo l'indomani dalla prima pagina del Corriere della Sera. Ma al domani mancavano ancora parecchie ore, c'era tutto il tempo perché qualche rettiliano potesse cambiare le carte in tavola, facendo sì che Chernobyl non fosse mai esistita.

mercoledì 2 maggio 2012

Son of a bitch


Water
I drink
Like a sponge
I drink to forget
I drink wine and cigarettes
I drink so forgetful
The Northern Lights
Blood brother
Son of a bitch

I libri di Ethel


Tutti sanno bene di Drew Barrymore, mitica in ET e in una miriade di altri film e storica partner di Moretti degli Strokes. Ma in pochi sono al corrente che sua nonna Ethel Barrymore era altrettanto se non più celebre e attraente di lei; poi, però, sono passati gli anni e la sua stella ha smesso di brillare, destinandola al dimenticatoio. Ethel era stata soprannominata la fidanzata d'America, molto prima di Meg Ryan. Perfino Winston Churchill chiese di sposarla, ma invano: per Ethel il giovanotto "era privo di prospettive". Si dice che amasse circondarsi di libri antichi, frequentare le gare di baseball e suonare il piano. Visse più o meno felicemente per ottant'anni, mise al mondo tre figli e da cattolica convinta, dopo il divorzio dal marito Russell Griswold Colt (che la tradiva pubblicamente), non volle mai più sposarsi.

Ammiccamenti

Una raccolta di synth-pop danzereccio che ammicca (felicemente) agli anni 80?