domenica 1 novembre 2015

La Cavallera # 15

15.

Una mattina ci svegliammo e della Piera non c’era più traccia. Sparita. Il suo letto sfatto, ma freddo, desolatamente sgombro. Mamma andò presto in tilt.
«Gaetano! Gaetano!».
Invocava nostro padre, come se stesse chiedendo un miracolo alla statua di sant’Antonio. E le sue grida svegliarono l’intera combriccola: la Nana, il sottoscritto, la Dina, e le sorelle più grandi. Tutti gli altri fratelli erano in guerra.
Probabilmente il baccano ridestò anticipatamente anche qualche membro delle famiglie vicine: Amilcare e la sua donna dormivano a pochi metri da noi, sicuramente sentirono mamma urlare con tanta veemenza rompendo il sempiterno silenzio della cascina.
«Cosa c’è, buon Dio, da cagnare la mattina così presto?», domandò papà.
«Non c’è più la Piera! Sono sveglia dall’alba e l’ho cercata da tutte le parti!».
In dieci minuti ci ritrovammo tutti assieme dabbasso per una frugale e agitata colazione. Alla Nana andò di traverso il latte e la Dina iniziò a piangere. Papà nemmeno si sedette. Mi fissò.
«Muoviti», mi disse.
Dovevo sbrigarmi perché aveva bisogno proprio di me per cominciare le ricerche. Mi domandai il motivo; ma non mi fu difficile giungere a un’esaustiva risposta: ero l’unico maschio e all’epoca certe incombenze sembrava doveroso che dovessero assolverle solamente gli uomini.
«Sono pronto. Che dobbiamo fare?».
«Mettiti qualcosa di pesante addosso che dobbiamo passare al setaccio tutta la cascina».
Tutta la cascina. Non mi parve un'impresa così eclatante, chissà quante altre volte l'avevo già girata da cima a fondo. Ma mi sbagliavo.
Mamma recuperò un paltò pesante, lo stesso che aveva regalato calore a quasi tutti i miei fratelli durante l’ultima ventina di inverni e fui pronto per la mia prima missione in solitaria con papà.
Partimmo senza fiatare. Dapprima l'aia, poi il fienile e le stalle. Infine gli antri più desolati del corpo cinquecentesco. Papà mi guidò attraverso gli angoli più impensati della Cavallera, alcuni dei quali non sapevo nemmeno che esistessero, perché falsati da porte che sembravano murate o finestre che davano su inaspettati stanzoni pieni di carabattole e ciarpami inutilizzati da secoli. Ne feci tesoro, pensando che un giorno avrei potuto esplorarli con la Dina, da sempre intenzionata con me a dare un degno seguito alla vicenda che aveva visto trionfare in campo archeologico l’Aldo e il Guido molti anni prima.
«Nemmeno qui», disse mio padre sconsolato.
Ci trovavamo in una specie di sottoscala angusto e polveroso, che potemmo raggiungere tramite alcuni gradini nascosti da un muretto alto poco più di venti centimetri, rovinati dall’usura e cosparsi dai prodotti di rifiuto di topi e chissà quali altri misteriosi animali delle tenebre. Papà cercò di fare tesoro dei timidi raggi di luce che giungevano fin lì, ma non ci fu molto da fare.
«Piera», prese a gridare, «Piera, sei qui?».
Mi chiesi come e perché mia sorella potesse essere finita in un buco del genere, che probabilmente nemmeno sapeva che esistesse, ma evitai di domandarlo a mio padre, temendo che potesse inalberarsi. La situazione era tutt'altro che tranquilla e dopo quasi un'ora di ricerche papà dette ragione alle mie sensazioni tirando un pugno su una porta, e procurandosi una ferita alla mano: avevamo girato tutta la cascina da cima a fondo e della Piera non c'era traccia.
Ci sedemmo sconsolati dalle parti del fienile. Vedemmo mamma e la Dina venirci incontro in affanno.
«Allora?», chiese mamma.
Papà dondolò la testa immalinconito. Mamma cominciò a singhiozzare. La Dina recitò un'ave Maria. Io mi sentivo strano, mi sembrava di vivere un sogno, non era vero quel che stava accadendo. Dove diamine poteva essere finita mia sorella? 
«Dobbiamo andarla a cercare in giro per la campagna», mugugnò papà.
«O forse è meglio provare prima nelle cascine vicine», disse mamma.
Arrivò Amilcare con la moglie e lo stuolo di figlioletti.
«Trovata?».
Papà gli disse che avevamo guardato in ogni angolo della cascina ma che della Piera non c'era traccia.
«Questa è bella», disse Amilcare. «Forse è il caso di chiamare anche i Nava».
Era l'altra grande famiglia della Cavallera, il padre Ambrogio, la moglie Piera, quattro bimbe e due maschietti più piccoli di me.
«Ci penso io».
Dopo mezz'ora eravamo tutti assiepati intorno al grande pozzo, in cerca di una risposta che nessuno riusciva a dare. Le donne s'erano calmate un po’, ma l'aria continuava a rimanere pesante. Arrivati a questo punto però nessuno ce la fece più a fare finta di niente, e il riferimento a colui che negli ultimi tempi aveva terrorizzato mezzo vimercatese fu inevitabile. 
«Il maniaco?», domandò mio padre.
«Non vorrei mai considerare una cosa del genere», rivelò l'Ambrogio Nava, «ma credo sia giusto pensarle a tutte se vogliamo giungere a una soluzione. Gaetano, lo sai anche tu com'è andata a finire la storia della povera Clementina».
Sarebbe stato meglio che non l'avesse menzionata.
«Sei ammattito?», blaterò mio padre.
«Stai calmo Gaetano», gli disse Amilcare.
«Ti sembra il caso di tirare in ballo la Clementina? Lei era rimasta fuori tutto il giorno in mezzo ai campi e quel disgraziato s'è approfittato di lei. Non è possibile che possa essersi introdotta nelle nostre camere durante la notte e l'abbia portata via senza farsi sentire».
Mamma e la Dina non ce la fecero più. Scoppiarono in un pianto irrefrenabile e corsero verso casa, accompagnate dalle altre donne. Rimanemmo solo noi uomini incapaci di prendere una saggia ed efficace decisione; in compenso con il ricordo fin troppo nitido e devastante della ragazza scomparsa l'anno prima da una cascina di Concorezzo. Segnò una delle pagine più tristi della storia del vimercatese. Venne rapita da un figuro che nessuno sapeva bene chi fosse e non fu più ritrovata. Il rapimento fu però confermato dal fatto che poco dopo la sua scomparsa riemersero i suoi indumenti in un casolare abbandonato. Sarebbe stato meglio non pensare a lei, ma era nella testa di tutti fin dal primo mattino. Tanto valeva che l'Ambrogio rendesse pubblica la sua preoccupazione.
«E adesso che facciamo?», domandai nella mia totale ingenuità.
I grandi mi guardarono esterrefatti, mostrando palesemente la loro difficoltà a organizzare delle indagini serie.
«Forse sarebbe meglio rivolgerci alle guardie di Vimercate», disse l'Ambrogio.
«Così passa troppo tempo», affermò Amilcare, «se vogliamo capire cosa è successo dobbiamo agire al più presto. Per conto nostro».
«Sì, ma mi spieghi da dove partiamo? Ci mettiamo a rastrellare tutta la Brianza a piedi?».
Mio padre, sgomento, alzò gli occhi al cielo, con in mente un solo proposito: cercare la Piera finché le forze non lo avessero abbandonato. Lui, in prima persona.
«Signori, un paio di persone potrebbero recarsi dai gendarmi. Ma noi, intanto, non possiamo stare qui con le mani in mano. Organizziamoci in tre gruppi e passiamo al setaccio il circondario. Vedrete che la troveremo».
L'improvviso ottimismo di mio padre mise tutti di buonumore. Ed ebbe anche ragione sulle decisioni da prendere. Due figli di Amilcare, con uno zio fabbro dei Pessina che stava sistemando un chiavistello della stalla, andarono a Vimercate, i tre capifamiglia si diressero agli opposti. Io mi accollai a papà come una sanguisuga e insieme cominciammo a perlustrare tutta la zona che sta a nord della Cavallera. Era un'area che conoscevo bene, ma non tanto quanto la parte a sud o limitrofa a Vimercate, dove avevo trascorso gran parte della mia infanzia. E dove ancora adesso non perdevo occasione di andare a divertirmi o a caccia di fagiani. Papà trottava a passo spedito, nonostante il freddo che aveva cominciato a minare seriamente le ossa e a rendere le nostre pelli ruvide e doloranti. Con noi c'erano l'Armando, un figlio di Amilcare e il cugino di Ambrogio, Otello, che spesso trascorreva l'inverno in cascina. 
Raggiungemmo Arcore per l'ora di pranzo, dopo avere bighellonato come profughi fra le campagne di Oreno e di Velasca. Avevamo scrutato non so quanti cascinotti e chiesto informazioni a tutti i contadini che avevamo visto in giro; ma in ogni posto la risposta era sempre la stessa.
«Non abbiamo visto nulla».
La disperazione di papà si poteva leggere sulle sue guance che non erano più rubiconde come quelle della mattina, ma tirate, pallide, invecchiate.
«Papà».
«Che c'è?».
«Secondo te la troviamo ancora la Piera?».
Papà mi fissò con uno sguardo furente.
«Certamente. Vuoi scherzare? Vedrai che fra poche ore potremo riabbracciarla».
Lo disse per tranquillizzarmi, era evidente, ma si capiva fin troppo bene che il primo a non credere in quelle parole fosse proprio lui. Più passava il tempo e più il rischio di non trovarla si faceva concreto. E l'angoscia del maniaco in libertà non faceva che peggiorare le già funeste prospettive. Ci ritrovammo così a un nuovo punto morto.
«Hai fame?», mi chiese papà.
«Un po'».
Ci fermammo in una specie di bar, sulla strada per Lesmo, sovrastato da alcuni alberi rinsecchiti che difficilmente avrebbero raggiunto la bella stagione. Eravamo già molto lontani da casa e non sapevamo più dove sbattere la testa. Chiedemmo all'oste di portarci il menù della casa, un menù senza troppe pretese, perché il nostro scopo non era certo quello di saziarci o assaggiare chissà quale leccornia, ma solo assumere qualche caloria per avere le forze con cui proseguire con le ricerche fino a sera.
Gli adulti non avevano nessuna fame. Si guardavano storditi eccitati per l'adrenalina che scorreva nei loro corpi come un fiume in piena. Li osservavo capendo in parte quello che potevano provare, in fondo ero solo un ragazzino, e si sa, per i più piccoli anche le tragedie finiscono sempre per assumere i contorni dell'avventura, e non di un disastro che avrebbe davvero potuto segnare in modo indelebile il destino di tutti noi. Mio padre non riuscì nemmeno a finire il primo. Mi condì via con aria indulgente.
«Non ti preoccupare, tu pensa a mangiare e vedrai che andrà tutto bene».
Mi venne da piangere. La pantomina di papà non aveva più senso di esistere. Stavano brancolando nel buio e lo sapevamo tutti benissimo.
«Cosa facciamo allora?», disse Armando.
«Per prima cosa non facciamoci prendere dallo sconforto», disse Otello, «magari gli altri l'hanno già trovata».
«Vorrei essere io a trovarla», affermò papà.
Otello gli sfiorò la spalla per cercare di confortarlo, ma il mio vecchio la ritrasse bruscamente, lasciando deluso l'amico di famiglia.
«Andiamo, forza», tartagliò papà.
Praticamente avevo ancora  tutta la cotoletta in bocca. Ma non replicai. Il ritrovamento della Piera era anche per me la cosa più importante a cui pensare.
Ci rimettemmo in marcia in silenzio; uno in fila all'altro, come deportati pronti alle camere a gas. Lo sguardo dei due nostri amici era perso in una malinconia sconosciuta. Comandava papà, e sapevano che non avrebbero potuto compiere nulla senza la sua approvazione. Papà si pronunciò poco prima di raggiungere Peregallo, sancendo l'ennesima resa. Capì che sarebbe stato inutile proseguire in quella direzione. Sarebbe davvero stato come cercare un ago in un pagliaio.
«Sarà utile perlustrare i dintorni di Concorezzo, ma spingersi così tanto lontano da casa non ne vale la pena. Semmai non dovessimo trovarla, qui ci verranno i brigadieri. Facciamo dietro front e torniamo dalle nostre parti».
Lo disse con il magone e la feroce sensazione che della Piera non avremmo più saputo nulla. Le ore dalla sua scomparsa cominciavano a essere troppe e l'esperienza gli insegnava che gli allontanamenti volontari - già accaduti più volte anche alla Cavallera - non andavano mai oltre la mattinata. Erano magari ragazzi che bigiavano la scuola e che per qualche marachella si nascondevano in fienile o in qualche antro del circondario in attesa che i grandi sbollissero la rabbia. In questo ambito, però, le cose erano decisamente diverse. La Piera era scomparsa nel cuore della notte, senza farsi sentire, e adesso che era arrivata l'ora di pranzo, nessuno sapeva ancora che fine avesse fatto. Era tutto dannatamente anomalo e preoccupante.
«Se solo potessimo sapere l'esito delle altre ricerche», commentò Otello, «forse non saremmo qui a piangerci addosso».
«Se le ricerche fossero andate a buon fine qualcuno sarebbe già venuto a cercarci per comunicare la bella notizia», disse Armando.
«Con una bicicletta non ci vuole molto a raggiungerci», bofonchiai sconsolato.
Anche papà fu del nostro avviso.
«In effetti, è ormai pomeriggio…».
Puntammo questa volta verso sud, verso il villasantese. Nei dintorni c'erano molte cascine. Magari qualcuno aveva sentito o visto qualcosa. Lungo il tragitto ci trovammo di fronte quattro cani randagi che ci intimorirono con ringhi tutt'altro che amichevoli. Non perdemmo la calma. Papà disse a tutti di stare fermi, ma i due animali pareva non avessero alcun intenzione di farci passare. Sbarravano letteralmente il sentiero che si snodava fra Arcore e cascina Bruno. All'improvviso fu provvidenziale il coltello che l'Armando portava sempre con sé, infilato negli stivali.
«Con questo voglio vedere se non ci fanno passare».
Con coraggio si mise a capo del quartetto e affrontò i due bestioni con l'arma sguainata che impugnava come una sciabola mediorientale. Ci muovemmo con molta cautela e il respiro bloccato dall'ansia, ma quando fummo a pochi metri dai cani, questi si acquietarono girando la coda fra le gambe e andandosene verso un territorio a noi ignoto.
«Per un soffio», disse papà, «dovrei imparare anch'io ad andare in giro con un coltellaccio ammazza maiali».
A cascina Bruno chiedemmo a una signora se in mattinata non avesse visto qualcosa di strano; le parlammo dell'ipotesi del rapimento di una bambinetta, ma lei ci confidò di non essersi accorta di nulla. Come se non bastasse, però, fu lesta a tirare fuori il discorso della Clementina.
«Lo sappiamo signora», disse l'Armando, «ma vorremo continuare a credere che non sia accaduto nulla di tutto ciò».
«Dirò per voi una preghiera alla Madonna», blaterò la signora, scorgendo i nostri volti visibilmente affranti.
Riprendemmo il cammino per cascina Autunno e cascina Foppa. All'Autunno ci accolse uno dei tre gruppi destinati alle ricerche che si erano dirette verso il concorezzese. Avevano girato tutta la zona compresa fra Concorezzo, Monza est e San Damiano, ma anche in questo caso l'operazione s'era rivelata del tutto infruttuosa. Papà bisbigliò qualche parola con il capo dell'altra cordata, ma non fu certo addolcito dai commenti dell'amico.
«Ormai sta per arrivare la sera», disse il Brambilla, «se anche i figli dell'Amilcare non hanno trovato nulla dovremo riorganizzarci per capire che strada prendere».
I due capifamiglia alzarono le sopracciglia in segno di rassegnazione.
«Non ci resta che tornare a casa», disse papà.
La ripartenza fu rapida e silenziosa. Alla Cavallera c'erano già i figli di Amilcare e il fabbro rannicchiati su un paio di sgabelli destinati alla mungitura delle mucche: non avevano avuto ancora il coraggio di dire alle donne che nessuno aveva trovato nulla.
«Anche noi abbiamo fatto fiasco», disse l'Ambrogio.
Le donne uscirono alla spicciolata, precedute da mamma che si mosse verso di noi con fare sostenuto.
«Allora?».
Papà avrebbe voluto rincuorarla, ma a questo punto non ci sarebbe stata parola davvero in grado di alleviare le pene di una madre sconsolata dalla scomparsa della propria figlia più piccola. Non fece altro che scuotere desolatamente la testa e tornare da dove era venuta. Nel frattempo comparve anche il Pessina che era via dalla mattina presto e non sapeva ancora dell'accaduto.
«Oddio, cosa sta succedendo?».
Amilcare gli spiegò tutto, papà rimase muto, con lo sguardo perso nel vuoto.
«Domani riprenderemo le ricerche e se anche tu vorrai essere dei nostri magari riusciremo a combinare qualcosa». 
Alle diciannove fu pronta per tutti la cena. Ognuno si avviò verso la propria abitazione, ma la fame era andata a farsi benedire.
«Almeno tu metti sotto i denti qualcosa», mi disse papà.
Mamma mi guardava con tutta la pena del mondo, sorridendomi appena.
Ci alzammo uno a uno preparandoci alla prima notte senza la Piera. Con lo spettro che incombeva del rapimento di una ragazza a opera di un malintenzionato. Tornò ad aleggiare pesantemente il fantasma della povera Clementina. Ma fu proprio mentre il sottoscritto, mogio come un cane bastonato, abbandonò il suo posto di fianco al capotavola che sentimmo battere violentemente la porta. Mamma si prese un colpo. Papà sollevando di scatto la schiena piegata sui tizzoni ardenti prese una cragnata contro l'architrave del camino. Imprecò in silenzio dirigendosi verso l'uscio.
«Chi è?», bofonchiò.
«Gaetano, sono il Mario Viganò delle Bastoni, ti abbiamo riportato la figlia».
Papà spalancò la porta e vide di fronte a sé la Piera, convinta che fosse ancora ora di fare colazione e che la giornata non fosse trascorsa. Aveva le guance rocce e sembrava addirittura più felice e carina del solito. Di strano c'erano solo i vestiti, macchiati di terra e inumiditi. Il Mario spiegò che l'avevano trovata priva di sensi lungo una strada secondaria per Monza, in una buca provocata dallo sradicamento di un enorme pioppo. Anch'io mi resi conto che quella zona non l'avevamo battuta; di fatto non c'erano abbastanza persone per perlustrare ogni angolo del circondario.  
«Mamma! Papà!».
La Piera si buttò come se niente fosse fra le braccia dei nostri genitori, mentre noi la guardavamo allibiti come si segue la più bella apparizione di un santo. Che diamine le era successo?
Osservandola più da vicino scorgemmo sulla guancia destra un'ecchimosi e il ginocchio sinistro era pieno di graffi. Ma a parte queste lievi ferite sembrava stare davvero benissimo. Non ci soffermammo troppo su questo aspetto, pensando che fossero semplicemente le conseguenze della caduta. Mamma e papà, affiancati dalla Dina che per la notizia del ritrovamento della piccola di casa s'era inginocchiata di fronte a un'immaginetta della Madonna a recitare il rosario, le chiesero se voleva qualcosa da mangiare e come poteva spiegare quella sua improvvisa e inattesa scomparsa. La Piera non diede molto peso all'affanno dei genitori e si avventò su un piatto di fagioli con una fame belluina. Spiaccicò poche parole che non poterono fornire chissà quali dettagli sull'accaduto e lasciando i presenti senza fiato.
«Papà, so soltanto che mi ha trovato il signor Mario e che credevo che fosse l'alba. Non so come sia potuta finire da quelle parti. Ma adesso quel che conta è che sia a casa e che stia bene. Non mi vedi bella?».
La fissammo sempre più sconcertati. Salutammo e ringraziammo il Mario delle cascine concorezzesi e finalmente leggeri ci preparammo per la notte.
Fu solo molti mesi dopo che comprendemmo quel che si era verificato quella mattina, per via di un altro episodio simile che sarebbe avvenuto di lì a poco, una tiepida notte di primavera. La Nana di punto in bianco con le braccia tese in avanti aveva lasciato il suo letto e varcato la soglia della cascina diretta chissà dove, comandata da forze estranee alla sua volontà; se non fosse che in quello stesso istante un figlio di Amilcare si trovava nell'aia a vomitare l'anima, dopo una sera trascorsa a succhiare steli di erbe misteriose che gli avevano procurato un'acidità pazzesca di stomaco. Il ragazzo era corso in casa a svegliare papà e quando vide la Piera in quello stato catatonico capì tutto. La piccola di casa soffriva semplicemente di sonnambulismo. E in pieno sonno poteva anche alzarsi senza preavviso e mettersi a vagare rischiando davvero di sbattere da qualche parte. Da un lato fu un bel sollievo, ma dall'altro fu necessario trovare un sistema perché non corresse ancora il pericolo di farsi male o cadere nelle mani di qualche malintenzionato.

Da quel giorno la Nana finì nel letto vicino a quello dei nostri genitori, che potevano chiudersi dall'interno prima di addormentarsi, nascondendo sotto il cuscino di papà la chiave. Caso volle che non ebbe più a che fare con simili esperienze; di lì a poco si fece signorina, e un giorno un medico spiegò a papà che dopo l'adolescenza il fenomeno del sonnambulismo diviene sempre più raro fino a sparire del tutto.   

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